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Lo sai che? Pubblicato il 3 maggio 2015

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Lo sai che? Chi usa i permessi 104 non per assistere il disabile è licenziato

> Lo sai che? Pubblicato il 3 maggio 2015

Chi non va a lavorare abusando del diritto concessogli dalla legge scarica il costo del proprio ozio sulla collettività: l’azienda può procedere al licenziamento immediato.

Ancora una volta linea dura della Cassazione contro gli abusi, da parte dei dipendenti, dei permessi concessi dalla legge 104: chi dice di assistere il parente disabile e poi, invece, viene beccato a fare la spesa, la gita fuoriporta o a passeggiare con gli amici, può essere licenziato in tronco. E questo perché un comportamento del genere – benché purtroppo generalizzato ed entrato nel peggiore dei malcostumi italiani – lede la fiducia del datore di lavoro e, quindi, giustifica il recesso dal rapporto di lavoro.

In passato la Suprema Corte aveva addirittura ritenuto legittimo il comportamento dell’azienda che mette un investigatore privato alle calcagna del dipendente per scoprire se davvero questi stia a casa oppure se ne vada in giro per altre faccende (leggi “Abuso dei permessi legge 104: sì investigatore”). Oggi gli stessi giudici tornano sul tema con una nuova sentenza [1] che, di certo, non piacerà a chi usa i permessi per scopi personali.

È indubbio – dice la Corte – che la condotta di chi sfrutta anche una sola ora dei “permessi della 104” non per assistere il parente ha, in sé, un disvalore sociale da condannare. In questo modo, infatti, si scarica il costo del proprio ozio sulla collettività. Anche volendo ritenere che le residue ore del permesso vengono utilizzate per assistere il parente, resta il fatto che una parte del permesso è stata utilizzata per scopi diversi rispetto a quelli per cui è stato riconosciuto.

Licenziamento disciplinare

In questi casi, è legittimo il licenziamento disciplinare del lavoratore che non adempie alle finalità assistenziali previste dalla legge. Chiedere un giorno di permesso retribuito per dedicarsi a “qualcosa che nulla ha a che vedere con l’assistenza” costituisce un “odioso abuso del diritto”. Una locuzione molto forte, quella usata dalla Cassazione, che ben fa intendere l’orientamento severo ormai assunto dalla giurisprudenza sul tema. Non ci sono scappatoie insomma.

Il costo della svogliataggine del singolo ricade sulla collettività

Chi abusa dei permessi della 104 fa ricadere i costi della propria pigrizia sulla collettività. I permessi, infatti, sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene rimborsato dall’Inps del relativo onere anche ai fini contributivi. Inoltre, tale comportamento costringe il datore di lavoro ad organizzare diversamente, ad ogni permesso, il lavoro in azienda e i propri compagni di lavoro che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa.

Il comportamento non lascia presagire nulla di buono

La Cassazione termina giustificando il licenziamento del dipendente per via del fatto che il suo illecito è “particolarmente odioso e grave”, rompe il rapporto di fiducia con il datore di lavoro, in quanto si tratta di una condotta che pone in dubbio la futura correttezza dell’adempimento: essa, infatti, è sintomatica di un certo atteggiamento del lavoratore agli obblighi assunti, della sua propensione all’assenteismo e dell’assenza di senso del dovere.

note

[1] Cass. sent. n. 8784/15 del 17.12.2014.

Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 17 dicembre 2014 – 30 aprile 2015, n. 8784
Presidente Vidiri – Relatore Napoletano

Svolgimento del processo

La Corte di Appello dell’Aquila, riformando la sentenza del Tribunale di Lanciano, rigettava la domanda di A.E., proposta nei confronti della SEVEL S.p.A., avente ad oggetto l’impugnativa del licenziamento intimatogli da detta società per aver. durante la fruizione del permesso per assistere la madre disabile grave1partecipato ad una serata danzante.
A base del decisum la Corte del merito poneva la considerazione fondante secondo la quale, nella specie, non rilevava il tipo di assistenza che l’A. doveva fornire alla propria madre handicappata, quanto piuttosto la circostanza che il lavoratore aveva chiesto un giorno di permesso retribuito – ex art. 33, terzo comma, della legge n.104 del 1992, come modificata dalle leggi n.53 del 2000 e n.183 del 2010 – per “dedicarsi a – qualcosa che nulla aveva a che vedere con l’assistenza”.
Ciò che veniva in evidenza, precisava la Corte territoriale, è che “l’A. aveva usufruito di una parte di questo permesso per finalità diverse da quelle a cui il permesso mirava, giacché, essendo il permesso richiesto finalizzato all’assistenza di persona portatrice di handicap, egli non poteva chiedere il predetto permesso per altra finalità del tutto estranea all’assistenza”.
Questo comportamento, secondo la predetta Corte, implicava “un disvalore sociale giacché il lavoratore aveva usufruito di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sulla intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda ed i propri compagni di lavoro, che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa”.
Ne conseguiva, asseriva la Corte di Appello, che “proprio per gli interessi in gioco,l’abuso del diritto, nel caso di specie, era particolarmente odioso e grave riperc^endosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta *idonea a porre in dubbio la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di un certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti”.
Avverso questa sentenza A.E. ricorre in cassazione sulla base di sette motivi, specificati da memoria.
la società intimata resiste con controricorso, illustrato da memoria.

Motivi della decisione

Con la prima censura parte ricorrente, deducendo violazione dell’art. 33 della legge ( n.104 del 1992), sostiene che la Corte del merito non ha fatto corretta applicazione della richiamata norma poiché non ha tenuto conto che la relativa disciplina, come modificata dalle successive leggi, non richiede il requisito della continuità ed esclusività dell’assistenza cui bisogna aver riguardo ai fini del legittimo esercizio dei permessi.
Con il secondo motivo l’A., denunciando violazione dell’art. 112 cpc in relazione all’art. 360 n. 3 cpc,prospetta che la Corte del merito, nell’affermare che non vi è prova che il lavoratore dopo la festa danzante abbia utilizzato le ore di permesso per assistere la madre, si è posta fuori dal tema decidendum non essendo oggetto di contestazione disciplinare la circostanza concernente l’utilizzazione delle residue ore di permesso.
Con la terza critica il ricorrente,allegando violazione degli artt. 2697 cc e 5 della legge n. 604 del 1966, assume che la Corte del merito ha erroneamente posto a suo carico la prova dell’avvenuta assistenza alla
madre per il periodo successivo al suo ritorno a casa.
Con la quarta censura l’A., deducendo violazione degli artt. 112 e 132 cpc nonché 111 Cost. in relazione all’art. 360 n. 4 cpc, prospetta che la Corte del merito, non tenendo conto che era stata richiesta una specifica prova da esso ricorrente sull’avvenuta assistenza alla madre per il periodo successivo al suo ritorno a casa, non fornisce una motivazione congrua e logica ai sensi dell’art. 132 cpc.
Con il quinto motivo il ricorrente, denunciando violazione degli artt. 132 e 112 cpc in relazione all’art. 360 n. 4 cpc e violazione ed omessa applicazione del CCNL specifico di primo livelli del 3 dicembre 2011, prospetta che la Corte del merito erroneamente non ha esaminato la deduzione secondo la quale il fatto contestato era assimilabile all’assenza ingiustificata per la quale il richiamato CCNL prevede solo una sanzione conservativa.
Con la sesta censura l’A., asserendo violazione degli artt. 132 e 112 cpc in relazione all’art. 360 n. 4 cpc e violazione dell’art. 7 della legge n. 300 del 1970, prospetta che la Corte del merito erroneamente non ha esaminato l’eccezione della mancata affissione in azienda del codice disciplinare.
Con il settimo motivo il ricorrente, denunciando violazione dell’art. 2119 cc in relazione all’art. 360 n. 3 cpc e omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, sostiene che la Corte del merito non ha tenuto conto ai fini della valutazione della proporzionalità tra fatto addebitato e sanzione delle circostanze concernenti rispettivamente: l’assimilabilità del comportamento addebitato ad una ipotesi per la quale il ccnl prevede una sanzione conservativa; la convinzione del lavoratore di aver agito legittimamente a mente dell’art. 33 della legge 104 del 1992 e delle circolari INPS; la mancanza di precedenti disciplinari.
Le censure che, in quanto strettamente connesse dal punto di vista logico giuridico vanno tratte unitariamente, sono infondate.
E’ opportuno premettere che la riformulazione, applicabile nel caso di specie ratione temporis, dell’art. 360, primo comma, n. 5, cpc, disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012 n. 83, cony. inlegge 7 agosto 2012 n. 134, deve essere interpretata, come affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione e conseguentemente, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione ( Cass. S.U. 7 aprile 2014 n. 8053 e Cass. S.U. 22 settembre 2014 n.19881).
Tanto precisato va, altresì, rimarcato che il decisum della sentenza impugnata si fonda, non sul tipo di assistenza ex art. 33, comma 3°, legge n.104 del 1992, così come modificato dalle successive leggi, che l’A. doveva fornire alla madre handicappata, quanto piuttosto sul rilievo della utilizzazione del permesso retribuito per finalità diverse da quelle per il quale il legislatore ha previsto il diritto al permesso retribuito.
Sono, pertanto, del tutto estranee al tema decidendum tutte le critiche che vengono mosse all’impugnata sentenza sotto il profilo appunto della interpretazione della normativa di cui al richiamato art. 33, comma 3°, della legge n.104 del 1992 e successive modifiche.
Analogamente non costituisce ratio decidendi autonoma e fondante il rilievo della Corte del merito secondo il quale non emerge la prova che le residue ore di permesso sarebbero state utilizzate per l’assistenza alla madre.
Tale asserzione,infatti, va letta in uno alla osservazione secondo la quale “il comportamento del lavoratore, infatti, non sarebbe meno grave per il fatto che per una parte si è divertito e per l’altra parte ha assistito alla madre, ciò che rileva è che se anche così fossero andate le cose comunque l’A. ha usufruito di una parte di questo permesso per finalità diverse da quelle a cui il permesso mira”.
E’, quindi, evidente che nell’economia motivazionale della sentenza impugnata la ragione fondante del decisum non è la mancata prova della avvenuta assistenza alla madre per le ore residue, ma, come, detto, la utilizzazione, in conformità alla contestazione disciplinare (così come riprodotta dal ricorrente nel ricorso), di una parte oraria del permesso in esame per finalità diverse da quelle per il quale il permesso è stato riconosciuto.
Conseguentemente non hanno valenza decisiva le censure che riguardano la mancata dimostrazione della utilizzazione delle ore residue del permesso e, quindi, in particolare la deduzione della violazione dell’onere della prova e della mancata ammissione della prova per testi sul punto in esame.
L’accertato disvalore sociale del comportamento del lavoratore ed il ritenuto abuso del diritto danno conto delle ragioni per le quali la Corte del merito, sia pure implicitamente, ha ritenuto irrilevante la questione della mancata affissione del codice disciplinare.
Costituisce,invero, principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità l’affermazione secondo la quale in materia di licenziamento disciplinare, il principio di necessaria pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti non si applica nei casi in cui il licenziamento sia irrogato per sanzionare condotte del lavoratore che concretizzano violazione di norme penali o che contrastano con il cosiddetto “minimo etico” ( Cass. 3 ottobre 2013 n. 22626 , V. anche Cass. 18 settembre 2’009 n. 20270 secondo cui in tema di sanzioni disciplinari, la garanzia di pubblicità del codice disciplinare mediante affissione in luogo accessibile a tutti non si applica laddove il licenziamento faccia riferimento a situazioni concretanti violazione dei doveri fondamentali connessi al rapporto di lavoro).
Tanto comporta, altresì, l’irrilevanza della deduzione concernente l’assimilabilità del fatto contestato all’ipotesi di assenza ingiustificata prevista dal CCNL, atteso che la Corte del merito assegna al comportamento dell’A. una portata ben più ampia di quella dell’assenza ingiustificata che esclude di per sé la prospettata assimilabilità.
Per analoghe ragioni è da escludersi la decisività delle circostanze concernenti la convinzione del lavoratore di aver agito legittimamente a mente dell’art. 33 della legge 104 del 1992 e delle circolari INPS e della mancanza di precedenti disciplinari.
Invero a tali fini non può non venire in considerazione il rilievo della Corte del merito secondo il quale il comportamento tenuto dall’A. implica “un disvalore sociale giacché il lavoratore aveva usufruito di permessi per l’assistenza a portatori di handicap per soddisfare proprie esigenze personali scaricando il costo di tali esigenze sulla intera collettività, stante che i permessi sono retribuiti in via anticipata dal datore di lavoro, il quale poi viene sollevato dall’ente previdenziale del relativo onere anche ai fini contributivi e costringe il datore di lavoro ad organizzare ad ogni permesso diversamente il lavoro in azienda ed i propri compagni di lavoro che lo devono sostituire, ad una maggiore penosità della prestazione lavorativa”.
Ed è proprio questo accertato e ritenuto disvalore sociale che, in quanto proprio del comune sentire, rende irrilevante le deduzioni in esame.
Del resto la Corte territoriale non manca di rimarcare che “proprio per gli interessi in gioco,l’abuso del diritto, nel caso di specie, è particolarmente odioso e grave ripercotendosi senz’altro sull’elemento fiduciario trattandosi di condotta” idonea a porre in dubbio “la futura correttezza dell’adempimento in quanto sintomatica di certo atteggiarsi del lavoratore rispetto agli obblighi assunti.
Sulla base delle esposte considerazioni, nelle quali rimangono assorbite tutte le ulteriori critiche, il ricorso va rigettato. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.
Si dà atto della sussistenza dei presupposti di cui all’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115 del 2002 introdotto dall’art.l, comma 17, della L. n.228 del 2012 per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in E.100,00 per esborsi ed E.3500,00 per compensi oltre accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del DPR n. 115 del 2002 introdotto dall’art.1, comma 17, della L. n.228 del 2012 si dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

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16 Commenti

  1. Speriamo che non venga applicato solo nel settore privato. Anche nel pubblico, io lavoro nella scuola, questa pratica odiosa è diffusa.

  2. MI AUGURO CHE’ NON ABBIANO A’ SERVIRSESENE CHI’ NON CREDE AI MALPENSANTIUSURPATORI INDINFERENTI E’ CHI’ COMPRESI MEDICO LEGALI4–3 MUNICIPIO EX VIA MONTE ROCCHETTA– CHE’ CON –SENTENZA DEL GIUDICE TRIBUNALE 1 GRADO ROMA– AVENDO IO–MALATTIA NEORODEGENERATIVA–PARKINSON- ESIBITO DOCUMENTAZIONE VERBALE TRIBUNALE CHE’ NESSUNO SA DI COSA PARLA —-SOLO GIOVANE ESPERTA INPIS PRESSO CAF L’UMIERE 33 ROMA DIRIGENTE ANNA PONZO RICONOSCEVA DOCUMENTAZIONE IRREVOCABILE ERETTA dal GIUDICE MI TROVO ANCORA A SUBIRE UMILIAZIONI –MARIO ALIA

  3. E chi invece li usa a ragion veduta e viene discriminato, umiliato , messo alla gogna.? Ma si parla solo di chi abusa di una legge, ma di noi , dei nostri sacrifici ma chi ne parla ?Basta farci vergognare di un diritto acquisito dopo battaglie decennali. Perche e’ questo che sta abvendo sui posti di lavoro.

  4. Essendo tutti noi in Italia, come sempre una volta che si individua la possibilità di fregare il prossimo ed il sistema, ci si tuffa a capofitto. Come sempre si tratta di avere una coscienza civica che c’è sempre stata poco, ma ultimamente è sparita del tutto, a partire dalla nostra classe politica che è lo specchio di come siamo fatti tutti noi.
    Mi spiace che alcuni che avrebbero diritto seriamente di usufruire di questi permessi debbano soffrire per questo, ma la colpa non è certo di chi persegue i farabutti apporfittatori.
    Personalmente lavoro su turni e siamo TUTTI STUFI di vedere che i permessi 104 vengano presi (non richiesti perchè l’azienda non può rifiutarli) esclusivamente nei weekend. Ma che abbiamo tutti gli anelli al naso?

  5. Ho un fratello malato di SM, non posso avvalermi della 104 (nonostante sia parente diretto) se non supera una determinata % di invalidità, ma siamo io e mio padre quando ce n’è bisogno, e devo farmi fare dei turni apposta nel caso servisse o bruciarmi i permessi…
    solo non capisco una cosa: si parla di “aver beccato persone a fare la spesa” , ma se la stavano facendo per il disabile?

  6. Io sono uno di quelli che è stato licenziato per aver usufruito dei permessi 104 a scopi diversi.Ma se neanche l’inps sa bene le regole.Io faccio un lavoro a turni:mattina-pomeriggio-notte,se prendo un permesso 104 per fare assistenza la notte e sono retribuito per il valore del turno cioè 8 ore perché non posso le altre 16 ore fare quello che voglio?L’inps paga solo la giornata per assistere e io ho assistito per quello,quindi come si fa a dire tutto il tempo con il disabile?Questa domanda l’ho fatta all’inps e mi ha risposto:devi stare con il disabile il tempo necessario che lo stesso lo richiede,e allora se l’inps ha fatto la norma come fa Cassazione ad andare contro?

  7. premesso che il principio è valido, credo che pochi di noi si siano divertiti a fare le pratiche lunghissime della 104 per poi andarci in vacanza. Io lavoro part time ed assisto mia mamma nei tre giorni. E’ senz’altro possibile però che stia con lei quattro ore invece che cinque. Se dovessi essere licenziata per questo sarebbe la conferma che in Italia vengono puniti i giusti e favorito chi, invece, ruba. Spero solo, a questo punto, che i datori di lavoro investano soldi in investigazioni privati solo dove esiste un ragionevole dubbio di truffa.

  8. anche io usufruisco della L.104 di mio fratello. premetto che lo aiuto solo io e di quei permessi mi servono appunto per andare a compiere quelle cose che per mio fratello sono di difficoltà- Io lavoro part-time dovrei stare con mio fratello solo le ore che mi pagano o tutte le 24 ore??? Spiegatemi bene perche io non ho capito!

  9. Per che non si va a vedere, anche quante persone che dopo la concessione della 104 hanno richiesto il trasferimento in enti più vicini al domicilio, e poi terminata la causa non sono rirtornati più al loro posto di lavoro di origine…………. ? ossia: hanno sfruttato la legge 104 per l’avvicinamento e poi non sono più tornate al loro posto occupando posti che per diritto spettano sicuramente ad altri

  10. …considerando il lavoro giornaliero di 8 ore, i tre giorni mensili valgono 21 ore.
    …e le restanti 5032 ore si pensa forse che il familiare disabile abbia un’assistenza da parte della collettività o che sia semplicemente a carico dei propri familiari?
    La vita sociale dei familiari di una persona non autosufficiente, deve ridursi al fatto di dover andare a lavorare?

  11. VERGOGNOSO CHE VENGANO PAGATI TALI GIUDICI CON SUPERSTIPENDI . LA LEGGE INFATTI NON FISSA NESSUNA FASCIA ORARIA DI REPERIBILITA E INOLTRE UNO NON PUO RIMANERE RINCHIUSO IN CASA 24 ORE SENZA PAUSE CONPENSATIVE PER LO STRESS CHE SUBISCE , LE FA UNO CHE STA DAVANTI UN TERMINALE PERCHE NON SONO PERMESSE AD UN INDIVIDUO SOGGETTO A BURN OUT O FORSE NON SANNO COSA E IL BURN OUT . LORO PENSANO CHE CI SI DIVERTA A STARE CON TALI MALATI MENTALI .BENE IO PRIMA DI GIUDICARE GLI INVITEREI A TRASCORRERE UNA GIORNATA CON TALI PAZIENTI , AD IMMERGERSI LE MANI NEGLI ESCREMENTI SI NEGLI ESCREMENTI PERCHE QUESTO E QUELLO CHE SPESSO SIAMO COSTRETTI A FARE ,A PASSARE NOTTI INSONNI PERCHE NON SI RIESCE A DORMIRE PER LA CONTINUA ASSISTENZA CHE SI DEVE PORTARE ECC ECC . TROPPO FACILE PRENDERSELA CON CHI E PIU DEBOLE AVVALENDOSI DEL POTERE CONFERITO E BEN REMUNERATO CHE CONSENTE DI PAGARE ANCHE 2 BADANTI.. NON DICO ALTROPERCHE SE DOVESSI SFOGARMI NON LA FINIREI PIU

  12. Cosa vuoi pretendere quando certi giudici costituzionali si sono ricambiati le regole sulle loro pensioni . Il permesso era stato inteso per dare piena autonomia a chi lo usufruiva . intendo che se uno deve andare in farmacia o a fare la spesa che viene anche consumata dall’ invalido non puo avere il fucile puntato contro come fosse un delinquente qualsiasi.
    Poi andiamo a condannare quello che spara per difendere la propia propieta e conpensiamo la famiglia del delinquente con 200000 euro .
    Ecco questa e una sentenza simile perche fara da riferimento alle successive sentenze in pratica un danno a tutti quelli che usufruiscono di tale permesso e magari si dovranno assentare per prendere qualche medicina.

    VERGOGNOSO VERAMENTE VERGOGNOSO NEI CONFRONTI DI CHI ASSISTE UN INVALIDO

  13. Tu sei intelligente Franco Pernici perche non ricorriamo in cassazione che ci vengano pagate le altre 16 ore sarebbe un nostro diritto visto che qua si parla solo di danno negli altrui confronti ma non nei nostri.

  14. Sono circa 600mila i malati di Alzheimer nel nostro Paese; uno su cinque vive da solo con la badante; il costo medio per paziente è pari a 70mila euro l’anno (circa10 mila euro in più rispetto a dieci anni fa), comprensivo dei costi a carico del Servizio sanitario nazionale, di quelli che ricadono direttamente sulle famiglie e dei costi indiretti, tra cui gli oneri di assistenza che pesano sui caregiver e i mancati redditi da lavoro dei pazienti. Sono alcuni dati della ricerca «Cittadini come gli altri? La condizione dei malati di Alzheimer e dei loro caregiver» – presentata a Roma – realizzata dal Censis insieme all’Aima, Associazione italiana malattia di Alzheimer, col contributo di Lilly, che ha analizzato l’evoluzione negli ultimi sedici anni della condizione dei malati e delle loro famiglie. «In Italia c’è un nuovo caso di Alzheimer ogni dieci minuti e le famiglie sono sempre più in difficoltà – afferma Patrizia Spadin, presidente di Aima -. Le passate indagini già segnalavano questi disagi, ma a distanza di anni solo poche Regioni hanno adeguato i loro piani sanitari ai bisogni dei malati e dei loro familiari». e poi si va a speculare su chi assiste questi malati con commenti fusi con l’invidia come se fosse un previlegio avere un giorno ogni tanto per fare una penosa assistenza o l incubo dela scure del giudice se esci un po a prendere una boccata d aria (cosa che aspetta atutte le persone pagate per fare assistenza). perche piutto non si parla di quanti soldi questi famigliari fanno risparmiare allo stato ….pensateci cari giudici prima di emettere una sentenza .

  15. E’ giusto come dice incazzato,visto che chi è in permesso deve stare,come dicono,24h con il disabile(ma dove è scritto non si sa) ce ci vengano retribuiti 24 h in busta e non 8.

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