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Art. 1021 codice civile: Uso

Chi ha il diritto d’uso di una cosa può servirsi di essa e, se è fruttifera, può raccogliere i frutti (1) per quanto occorre ai bisogni suoi e della sua famiglia (2).

I bisogni si devono valutare secondo la condizione sociale del titolare del diritto (3).


Commento

Frutti: [v. 820].

 

Uso: diritto reale limitato di godimento [v. Libro III, Titolo II] che attribuisce al suo titolare (cd. usuario) il potere di servirsi di un bene e, se esso è fruttifero, di raccogliere i frutti, ma solo limitatamente ai bisogni suoi e della sua famiglia.

 

(1) I frutti spettanti all’usuario sono soltanto quelli destinati al consumo materiale e diretto.

 

(2) Del diritto d’uso può anche essere intestataria una persona giuridica [v. Libro I, Titolo II]. Tuttavia, l’ente che ha in uso una cosa fruttifera non può raccogliere i frutti naturali, non avendo bisogni personali che possono venire soddisfatti con essi.

 

(3) L’uso può nascere per testamento [v. 587], per contratto o per usucapione [v. Libro III, Titolo VIII, Capo II, Sez. III].

 


Giurisprudenza annotata

Usufrutto, uso, abitazione, nuda proprietà

Il titolare di un diritto reale d'uso, il quale chieda il risarcimento conseguente al mancato godimento del diritto stesso, non è tenuto a provare alcun danno, poiché il medesimo è in re ipsa.

Tribunale Salerno sez. I  19 febbraio 2014 n. 563  

 

Ai sensi dell'art. 1026 c.c., si applica al diritto d'uso, non essendovi ragione di incompatibilità, la disposizione relativa all'usufrutto di cui all'art. 979 c.c., secondo il quale la durata di questo non può eccedere la vita dell'usufruttuario. Rigetta, App. Genova, 12/03/2005

Cassazione civile sez. II  12 ottobre 2012 n. 17491  

 

La costituzione di un diritto reale di uso a favore di una persona giuridica può avere ad oggetto solo un bene infruttifero, poiché diversamente, stante l'impossibilità di limitare i bisogni dell'ente secondo la previsione dell'art. 1021 c.c., il diritto comprendente il percepimento dei frutti senza limite di fabbisogno va qualificato come usufrutto.

Cassazione civile sez. II  26 febbraio 2008 n. 5034

 

La differenza, dal punto di vista sostanziale e contenutistico, tra il diritto reale d'uso e il diritto personale di godimento è costituita dall'ampiezza ed illimitatezza del primo, in conformità al canone della tipicità dei diritti reali, rispetto alla multiforme possibilità di atteggiarsi del secondo che, in ragione del suo carattere obbligatorio, può essere diversamente regolato dalle parti nei suoi aspetti di sostanza e di contenuto. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito la quale - in relazione al conferimento di attrezzature sciistiche e di uso di terreni nell'ambito del patrimonio di una società in fase di costituzione - aveva ritenuto che tale conferimento avesse il carattere di un diritto personale di godimento e non di un diritto reale di uso, in considerazione della stretta connessione tra l'uso dei terreni ed il mantenimento degli impianti sciistici in questione).

Cassazione civile sez. II  26 febbraio 2008 n. 5034  

 

Il principio di tipicità legale necessaria dei diritti reali si traduce nella regola secondo cui i privati non possono creare figure di diritti reali al di fuori di quelle previste dalla legge, né possono modificarne il regime. Ciò comporta che i poteri che scaturiscono dal singolo diritto reale in favore del suo titolare sono quelli determinati dalla legge e non possono essere validamente modificati dagli interessati. In particolare, per quanto concerne il diritto di uso, quale diritto reale disciplinato dagli art. 1021 e ss. c.c., esso attribuisce al suo titolare il diritto di servirsi della cosa e di trarne i frutti per il soddisfacimento dei bisogni propri e della propria famiglia, diritto che, nel suo concreto esercizio, non può non implicare il potere di trarre dal bene ogni utilità che esso può dare. L'ampiezza di tale potere, pertanto, a parte il peculiare limite quantitativo rappresentato dai bisogni del titolare e della sua famiglia, che peraltro va riferito non all'uso della cosa ma al percepimento dei frutti, se può incontrare limitazioni derivanti dalla natura e dalla destinazione economica del bene, per contro - in ragione del richiamato principio di tipicità - non può soffrire limitazioni o condizionamenti maggiori derivanti dal titolo

Cassazione civile sez. II  26 febbraio 2008 n. 5034  

 

Il diritto d’uso, quale diritto reale, attribuisce al suo titolare il diritto di servirsi della cosa e di trarne i frutti per il soddisfacimento dei bisogni propri e della propria famiglia e non può non implicare il potere di trarre dal bene ogni utilità che esso può dare; ne consegue che l’ampiezza di tale potere, a parte il limite quantitativo rappresentato dai bisogni del titolare e della sua famiglia, che peraltro va riferito non all’uso della cosa, ma al percepimento dei suoi frutti, se può incontrare limitazioni derivanti dalla natura e dalla destinazione economica del bene, per contro, in ragione del principio di tipicità (in base al quale i privati non possono creare figure di diritti reali al di fuori di quelle previste dalla legge, né possono modificarne il regime), non può soffrire limitazioni o condizionamenti maggiori o ulteriori derivanti dal titolo.

Cassazione civile sez. II  26 febbraio 2008 n. 5034  

 

 

Obbligazioni e contratti

Per decidere se ricorra la possibilità di conversione del contratto nullo, ai sensi dell'art. 1424 c.c., deve procedersi ad una duplice indagine, l'una rivolta ad accertare la obiettiva sussistenza di un rapporto di continenza tra il negozio nullo e quello che dovrebbe sostituirlo e l'altra implicante un apprezzamento di fatto sull'intento negoziale dei contraenti, riservato al giudice di merito, diretta a stabilire se la volontà che indusse le parti a stipulare il contratto nullo possa ritenersi orientata anche verso gli effetti del contratto diverso. (Nella fattispecie, riguardante la cessione in uso perpetuo di posti auto all'interno di un condominio, convenuta tra due società di capitali, la S.C. ha ritenuto difettare di motivazione la sentenza di appello, per avere affermato che la durata del diritto d'uso andava ricondotta a quella massima di trent'anni dell'usufrutto a favore di persona giuridica, senza porsi il problema se le parti avessero o meno voluto tale diverso contratto).

Cassazione civile sez. II  05 marzo 2008 n. 6004



 
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