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Art. 1043 codice civile: Scarico coattivo

Le disposizioni contenute negli articoli precedenti per il passaggio delle acque si applicano anche se il passaggio è domandato al fine di scaricare acque sovrabbondanti che il vicino non consente di ricevere nel suo fondo.

Lo scarico può essere anche domandato per acque impure, purchè siano adottate le precauzioni atte a evitare qualsiasi pregiudizio o molestia.


Commento

Acque sovrabbondanti: acque eccedenti il normale utilizzo che, per una causa qualsiasi, si raccolgono o sorgono nel fondo e che è necessario eliminare per impedire che danneggino il fondo stesso.

 

Acque impure: acque, originariamente pure, che si sono contaminate al contatto di sostanze in esse disciolte nel corso della loro utilizzazione.

 

Il vantaggio che tale norma tutela è la possibilità di eliminare, attraverso canali costruiti sul fondo servente, le acque eccedenti dopo che il proprietario del fondo dominante le abbia utilizzate.


Giurisprudenza annotata

Servitù

L’art. 1043 c.c. che disciplina la c.d. servitù di scarico coattivo trova applicazione unicamente quando venga in rilievo l’utilità di far passare le acque sovrabbondanti, comprese quelle luride, sul fondo servente per condurle verso un luogo ove il proprietario del fondo dominante abbia diritto di scaricarle, non anche quando si pretenda (come nella specie) di scaricarle direttamente sul fondo “servente”.

Tribunale Lucca  17 gennaio 2014 n. 71  

 

La servitù coattiva di scarico può essere domandata per liberare il proprio immobile sia da acque sovrabbondanti potabili o non potabili, provenienti da acquedotto o da sorgente esistente nel fondo o dallo scarico di acque piovane, sia dalle acque impure, risultanti dal funzionamento degli impianti agricoli od industriali o degli impianti e servizi igienico sanitari degli edifici. L'art. 1043 c.c., infatti, non autorizza alcuna distinzione tra acque impure ed acque luride, intese quest'ultime come acque di scarico delle latrine, poiché anche queste sono impure, né fornisce alcun criterio di distinzione tra le une e le altre, trattandosi pur sempre di acque. Piuttosto, il riferimento alle acque impure contenuto nel secondo comma dell'art. 1043 cc, è fatto unicamente per stabilire che, in caso di acque impure, la servitù coattiva è subordinata all'adozione di particolari precauzioni.

Cassazione civile sez. II  09 ottobre 2013 n. 22990

 

La servitù coattiva di scarico può essere domandata per liberare il proprio immobile sia da acque sovrabbondanti potabili o non potabili, provenienti da acquedotto o da sorgente esistente nel fondo o dallo scarico di acque piovane, sia dalle acque impure, risultanti dal funzionamento degli impianti agricoli od industriali o degli impianti e servizi igienico-sanitari degli edifici. L'art.1043 cod. civ., infatti, non autorizza alcuna distinzione tra acque impure ed acque luride o "nere", intese quest'ultime come acque di scarico delle latrine, dovendosi, piuttosto, intendere il riferimento alle acque impure, contenuto nel secondo comma, come volto unicamente a stabilire che, in questo caso, la servitù coattiva è subordinata all'adozione di opportune precauzioni per evitare inconvenienti al fondo servente. Rigetta, App. Caltanissetta, 20/04/2007

Cassazione civile sez. II  09 ottobre 2013 n. 22990

 

L'art. 1043 c.c. non consente una distinzione fra acque chiare e luride ai fini della costituibilità in via coattiva della servitù di smaltimento delle acque reflue. Ai fini della costituzione di tale servitù non è infatti il grado o il tipo di impurità delle acque ad assumere rilevanza ma, invece, la possibilità di adottare o meno le precauzioni necessarie per impedire pregiudizi o molestie al fondo servente .

Cassazione civile sez. II  27 febbraio 2007 n. 4620  

 

La servitù coattiva di scarico può essere domandata per liberare il proprio immobile sia da acque sovrabbondanti potabili o non potabili, provenienti da acquedotto o da sorgente esistente nel fondo o dallo scarico di acque piovane, sia dalle acque impure, risultanti dal funzionamento degli impianti agricoli od industriali o degli impianti e servizi igienico - sanitari degli edifici. L'art. 1043 c.c., infatti, non autorizza alcuna distinzione tra acque impure ed acque luride, intese quest'ultime come acque di scarico delle latrine, poiché anche queste sono impure, né fornisce alcun criterio di distinzione tra le une e le altre, trattandosi pur sempre di acque, mentre il riferimento alle acque impure contenuto nel comma 2 è fatto unicamente per stabilire che, in questo caso, la servitù coattiva è subordinata all'adozione di particolari precauzioni.

Cassazione civile sez. II  19 febbraio 2007 n. 3750  

 

 

Possesso

Ai fini della tempestività dell'azione di reintegrazione entro l'anno dal sofferto spoglio e della correlata individuazione dell'oggetto del possesso di una servitù di scarico fognario, non può tenersi distinta dal restante impianto la fossa biologica, la quale, avendo la funzione di raccogliere le acque piovane e quelle provenienti dai servizi igienici, non è dissociabile dalla rete dei canali e fa parte di un bene composto (cd. fognatura), nel quale la pluralità dei componenti, per effetto della connessione fisica e funzionale, assume una nuova individualità, perdendo quella propria. (In applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, la quale aveva dichiarato la decadenza dei ricorrenti dall'azione di reintegrazione per decorso del termine annuale, avendo riguardo all'epoca dell'interruzione di uno scarico compreso nell'intero sistema fognario, e non all'autonomo possesso di una fossa biologica e del relativo alloggiamento).

Cassazione civile sez. II  22 gennaio 2013 n. 1494  

 

 

Espropriazione

In tema di espropriazione, la realizzazione in assenza di provvedimento ablativo di un manufatto che occupi solo in parte il suolo ed il sottosuolo del fondo del privato (nella specie un collettore di cemento che attraversava il fondo del privato per lo più al di sotto del piano di campagna, dal quale affioravano diversi tombini), non costituisce occupazione acquisitiva dell'immobile, in quanto non lo trasforma totalmente nella sua fisicità ma, limitandone le facoltà di godimento, comporta l'imposizione e l'esercizio di una servitù di fatto su di esso, corrispondente a quelle descritte dagli art. 1037 e 1043 c.c., da cui deriva un pregiudizio permanente che non abbisogna di alcuna prova, essendo in re ipsa per la perdita di disponibilità del bene occupato dal manufatto; tale danno va risarcito in relazione sia ai frutti perduti, sia alla diminuzione di valore subita dall'immobile nella sua interezza, sia agli oneri ed alle perdite comunque verificabili nel futuro, secondo serie probabilità connesse alla natura del bene ed ad altri elementi oggettivi. (Nella specie, la S.C. ha anche ritenuto che tali voci di danno, compresa quella relativa alla diminuzione di valore della parte residua del fondo, fossero ricomprese nella domanda di risarcimento dei danni formulata «sia per la perdita dell'area interessata dalla costruzione dell'opera pubblica, sia per l'occupazione temporanea dell'area»).

Cassazione civile sez. I  28 maggio 2008 n. 14049  



 
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Commenti
26 Ago 2016 Rocco Curto

la mia proprità in collina è attraversata da una canaletta che serve a scaricare le acque meteoriche delle strade a monte a valle, in una caditoia su una strada consortile. A chi spetta la manuenzuine del’opera idraulica che non ha akcuna utilità per il fondo servente?
Grazie