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Art. 1062 codice civile: Destinazione del padre di famiglia

La destinazione del padre di famiglia ha luogo quanto consta, mediante qualunque genere di prova, che due fondi, attualmente divisi, sono stati posseduti dallo stesso proprietario, e che questi ha posto o lasciato le cose nello stato dal quale risulta la servitù (1).

Se i due fondi cessarono di appartenere allo stesso proprietario, senza alcuna disposizione relativa alla servitù, questa s’intende stabilita attivamente e passivamente a favore e sopra ciascuno dei fondi separati.


Giurisprudenza annotata

Servitù

L'attore che agisce in "confessoria servitutis", ai sensi dell'art. 1079 cod. civ., ha l'onere di provare l'esistenza del relativo diritto, presumendosi la libertà del fondo, che si pretende servente, da pesi e limitazioni. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha affermato che gravasse su colui che vantava la titolarità di una servitù di veduta, costituita per destinazione del padre di famiglia, la prova dell'assenza di inferriate apposte ad un'apertura, in relazione al requisito dell'apparenza e della possibilità di affaccio sul fondo del vicino). Rigetta, App. Bolzano, 22/03/2008

Cassazione civile sez. II  08 settembre 2014 n. 18890  

 

Ai fini dell'accertamento della servitù di passaggio per destinazione del padre di famiglia in confessoria servitutis, non è specifico onere probatorio gravante su chi agisce dimostrare la situazione di fatto esistente al momento in cui i due fondi hanno cessato di appartenere all'unico soggetto per effetto di alienazioni separate. Tale prova, per l'effetto, non è presupposto necessario per la costituzione della servitù.

Cassazione civile sez. II  15 aprile 2014 n. 8730  

 

In tema di servitù costituita per destinazione del padre di famiglia, non si richiede, ai fini dell'opponibilità del diritto ai successivi acquirenti del fondo servente, la permanenza del requisito della visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitù, necessario per il sorgere del diritto. Rigetta, App. Roma, 25/10/2006

Cassazione civile sez. II  21 febbraio 2014 n. 4214  

 

In tema di servitù costituita per destinazione del padre di famiglia, non si richiede, ai fini della opponibilità del diritto ai successivi acquirenti del fondo servente, la permanenza del requisito della visibilità delle opere destinate all'esercizio della servitù, necessario per il sorgere del diritto. La destinazione del padre di famiglia costituisce un modo d'acquisto della servitù a titolo originario e non derivativo per cui non può parlarsi d'opponibilità della costituzione a terzi.

Cassazione civile sez. II  21 febbraio 2014 n. 4214  

La servitù per destinazione del padre di famiglia è stabilita "ope legis" quando, al momento della separazione dei fondi o del frazionamento dell'unico fondo, lo stato dei luoghi sia posto o lasciato, con opere o segni manifesti ed univoci, in una situazione oggettiva integrante "de facto" il contenuto della servitù, indipendentemente dalla volontà del proprietario, dovendosi ricercare la subordinazione del fondo non già nell'intenzione del proprietario, ma nella natura delle opere, oggettivamente considerate. Cassa con rinvio, App. Milano, 04/02/2008

Cassazione civile sez. II  12 febbraio 2014 n. 3219

 

La costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia presuppone che due fondi, appartenenti in origine allo stesso proprietario, siano stati posti dallo stesso in una situazione di subordinazione l'uno all'altro idonea a integrare il contenuto di una servitù prediale e che, all'atto della separazione, sia mancata una manifestazione di volontà tale da escludere la preesistente relazione di sottoposizione di un fondo all'altro e risultino segni visibili per il suo esercizio e rivelatori dell'esistenza della servitù stessa.

Cassazione civile sez. II  12 febbraio 2014 n. 3219  

 

L'esenzione da servitù, prevista dall'ultimo comma dell'art. 1051 cod. civ. per le case, i cortili, i giardini e le aie ad esse attinenti, opera solo in ipotesi di pronuncia costitutiva di passaggio coattivo, e non invece in ipotesi di pronuncia dichiarativa di una servitù già sussistente in virtù di acquisto per destinazione del padre di famiglia, trattandosi di disposizione di carattere eccezionale, come tale non estensibile oltre i casi espressamente previsti. Rigetta, App. Venezia, 26/03/2007

Cassazione civile sez. II  11 ottobre 2013 n. 23160  

 

Il requisito dell'apparenza della servitù, necessario ai fini del relativo acquisto per usucapione o per destinazione del padre di famiglia, si configura come presenza di segni visibili di opere permanenti obiettivamente destinate al suo esercizio e rivelanti in modo non equivoco l'esistenza del peso gravante sul fondo servente, in modo da rendere manifesto che non si tratta di attività compiuta in via precaria, bensì di preciso onere a carattere stabile da cui emerga che le opere sono state obiettivamente poste in essere al fine di dare accesso attraverso il fondo preteso servente a quello preteso dominante, e, pertanto, un quid pluris che dimostri la loro specifica destinazione all'esercizio della servitù.

Cassazione civile sez. II  05 settembre 2013 n. 20404  

 

 

Comunione e condominio

In tema di condominio, ai sensi dell'art. 1102, comma 1, c.c. ciascun condomino è libero di servirsi della cosa comune, anche per fine esclusivamente proprio, traendo ogni possibile utilità, purché non alteri la destinazione della cosa comune e consenta un uso paritetico agli altri condomini. L'apertura di finestre ovvero la trasformazione di luce in veduta su un cortile comune rientra nei poteri spettanti ai condomini ai sensi dell'art. 1102 c.c. tenuto conto che i cortili comuni, assolvendo alla precipua finalità di dare aria e luce agli immobili circostanti, ben sono fruibili a tale scopo dai condomini, cui spetta anche la facoltà di praticare aperture che consentano di ricevere aria e luce dal cortile comune o di affacciarsi sullo stesso, senza incontrare le limitazioni prescritte, in tema di luci e vedute, a tutela dei proprietari dei fondi confinanti di proprietà esclusiva. In considerazione della peculiarità del condominio, caratterizzato dalla presenza di una pluralità di unità immobiliari che insistono nel medesimo fabbricato, i diritti e gli obblighi dei partecipanti vanno necessariamente determinati alla luce della disciplina dettata dall' art. 1102 c.c.: qualora il condomino abbia utilizzato i beni comuni nell'ambito dei poteri e dei limiti stabiliti dalla norma sopra richiamata, l'esercizio legittimo dei diritti spettanti al condomino "iure proprietatis" esclude che possano invocarsi le violazioni delle norme dettate in materia di distanze fra proprietà confinanti.

Cassazione civile sez. II  11 giugno 2013 n. 14652  

 

 

Cassazione civile

Il principio secondo cui nelle azioni relative ai diritti autodeterminati, quali la proprietà e gli altri diritti reali di godimento, la "causa petendi" si identifica con i diritti stessi e con il bene che ne forma l'oggetto e non con il titolo che ne costituisce la fonte, va reso compatibile con la struttura del giudizio di cassazione, il quale non consente nuove o diverse indagini di fatto, neppure sulla base di elementi già presenti in atti. (Nella specie, la S.C., alla stregua dell'enunciato principio, ha dichiarato inammissibile il motivo di ricorso che, al fine di evidenziare la persistente rilevanza dell'accertamento dell'apparenza del "corpus servitutis", aveva dedotto per la prima volta in sede di legittimità l'acquisto di una servitù di passaggio per destinazione del padre di famiglia, dopo che nel giudizio di merito se ne era allegato l'acquisto per usucapione). Rigetta, App. Genova, 21/07/2010

Cassazione civile sez. VI  10 maggio 2013 n. 11211  

 



 
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