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Art. 1073 codice civile: Estinzione per prescrizione

La servitù si estingue per prescrizione quando non se ne usa per venti anni (1).

Il termine decorre dal giorno in cui si è cessato di esercitarla; ma, se si tratta di servitù negativa o di servitù per il cui esercizio non è necessario il fatto dell’uomo, il termine decorre dal giorno in cui si è verificato un fatto che ne ha impedito l’esercizio.

Nelle servitù che si esercitano a intervalli (2), il termine decorre dal giorno in cui la servitù si sarebbe potuta esercitare e non ne fu ripreso l’esercizio.

Agli effetti dell’estinzione si computa anche il tempo per il quale la servitù non fu esercitata dai precedenti titolari.

Se il fondo dominante appartiene a più persone in comune (3), l’uso della servitù fatto da una di esse impedisce l’estinzione riguardo a tutte.

La sospensione o l’interruzione del non uso a vantaggio di uno dei comproprietari giova anche agli altri.


Giurisprudenza annotata

Servitù

In tema di estinzione delle servitù prediali, i termini stabiliti dagli art. 1073 e 1074 c.c. concernono quantità omogenee, tra loro cumulabili, sicché il non uso per volontaria inerzia del proprietario del fondo dominante può sommarsi, ai fini del compimento della prescrizione ventennale, con la susseguente impossibilità di uso della servitù per fatto riconducibile al proprietario del fondo servente. Rigetta, App. Bolzano, 22/12/2006

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861  

 

In tema di estinzione per prescrizione delle servitù prediali, l'interruzione del termine ventennale stabilito dall'art. 1073 c.c., oltre che dal riconoscimento del proprietario del fondo servente, può essere determinata soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale, essendo inidonea, a tal fine, la costituzione in mora o la diffida stragiudiziale, il cui effetto interruttivo è circoscritto ai diritti di obbligazione e non concerne i diritti reali. Rigetta, App. Bolzano, 22/12/2006

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861  

 

L'impossibilità di fatto di usare della servitù o il venir meno dell'utilità della medesima non fanno estinguere la servitù se non è decorso il termine di venti anni ex art. 1073 e 1074 c.c., e ciò qualunque sia la causa dell'impossibilità di esercizio della servitù, e cioè sia se tale causa derivi da eventi naturali, sia che si identifichi in fatti imputabili al proprietario del fondo servente o a quello del fondo dominante.

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861  

 

Nel caso in cui la servitù di passaggio risulti, dall'atto costitutivo e dalle modalità di esercizio, gravare su una parte determinata del fondo servente, l'impossibilità di fatto del suo esercizio in tale luogo non attribuisce al proprietario del fondo dominante la facoltà ex art. 1068 c.c. di spostare il luogo di esercizio della servitù su altra parte del fondo servente, comportando soltanto, a norma dell'art. 1074 c.c., la quiescenza della servitù stessa con la conseguente sua estinzione, ai sensi dell'art. 1073 c.c., dopo il decorso del ventennio di non uso. Cassa e decide nel merito, App. Genova, 02/03/2007

Cassazione civile sez. II  25 giugno 2013 n. 15988  

 

In materia di servitù prediali, la mancanza sopravvenuta di utilità, che importa la quiescenza della servitù ai sensi dell'art. 1074 c.c., può dipendere anche dalla realizzazione di opere pubbliche, allorquando ciò non appaia incompatibile con il compimento dei lavori necessari per l'esercizio della servitù; in tal caso, la situazione impeditiva comporta l'estinzione del diritto reale minore se l'impossibilità, da essa discendente, permanga per tutto il periodo di prescrizione di cui all'art. 1073 c.c., con la conseguenza che il vincolo reale rimane allo stato di quiescenza e si estingue soltanto se la paralisi del diritto e delle facoltà del suo esercizio perduri per venti anni.

Corte appello Napoli  28 giugno 2012

 

La servitù di passaggio è, per sua natura, una servitù discontinua, in relazione alla quale ogni episodio di transito costituisce esercizio del diritto; ne consegue che qualora la servitù sia stata costituita in virtù di titolo idoneo, ai fini della prescrizione, non assumono rilievo, ove la situazione dei luoghi lo permetta, né la mancanza del requisito dell'apparenza — necessario per la costituzione della servitù per usucapione o per destinazione del buon padre di famiglia — né il carattere sporadico dell'esercizio. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato l'estinzione per non uso di una servitù coattiva di passaggio pedonale, motivata dai giudici di merito con riguardo alla sporadicità del transito e alla perduta visibilità del tratturo).

Cassazione civile sez. VI  12 dicembre 2011 n. 26636  

 

Il requisito di forma scritta stabilito dall'art. 1350 n. 5 c.c., per la rinuncia a una servitù può essere integrato dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, non essendo necessarie formule sacramentali o espressioni formali particolari, purché contenenti una chiara ed univoca espressione di volontà incompatibile con il mantenimento del predetto diritto reale. Pertanto, la rinuncia ad una servitù negativa può essere contenuta nell'istanza di concessione edilizia diretta all'esecuzione di opere che, realizzate, determinino il venir meno dell'utilitas da cui dipende l'esistenza della servitù stessa. (Cassa App. Milano 29 ottobre 2004 n. 2761).

Cassazione civile sez. II  12 maggio 2011 n. 10457  

 

In tema di rinuncia al diritto di servitù prediale, il requisito della forma scritta previsto dall'art. 1350 n. 5, c.c., può essere integrato - non essendo necessario l'uso di formule sacramentali o di particolari espressioni formali - anche dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, purché contenenti una chiara ed inequivoca dimostrazione di volontà incompatibile con il mantenimento del diritto stesso; pertanto, la rinuncia al diritto di servitus inaedificandi può essere contenuta nella domanda di concessione edilizia diretta all'esecuzione di opere che, ove realizzate, necessariamente determinerebbero il venir meno dell'utilitas dalla quale dipende l'esistenza della servitù stessa.

Cassazione civile sez. II  12 maggio 2011 n. 10457  

 

In tema di servitù, la sopravvenuta mancanza della utilitas che ne determina la quiescenza ai sensi dell'art. 1074 c.c., può derivare anche dal contrasto tra il contenuto del diritto reale minore e la normativa urbanistica di piano applicabile al fondo servente (allorché questa faccia venir meno la giustificazione e la rilevanza funzionale del contenuto della servitù), ma perché si determini l'estinzione della servitù è necessario che l'impossibilità di realizzare le opere necessarie all'esercizio del diritto perduri per il tutto il periodo, ventennale, di prescrizione previsto dal codice. (Nella specie la S.C. ha escluso l'estinzione del diritto per prescrizione perché il vincolo urbanistico sul fondo servente consistente nell'impedimento alla realizzazione di una strada privata, era contenuto in un piano di lottizzazione di durata decennale, approvato definitivamente nel 1982 e non realizzato).

Cassazione civile sez. II  31 marzo 2011 n. 7485  

 

In materia di servitù prediali, la mancanza sopravvenuta dell'utilità, che importa la quiescenza della servitù ai sensi dell'art. 1074 c.c., può dipendere anche dal contrasto della servitù con la normativa urbanistica di piano, allorché questa faccia venir meno la giustificazione e la rilevanza funzionale del contenuto del diritto reale minore, come nel caso di servitù di passaggio attraverso una realizzanda strada di certe dimensioni, quando la disciplina dettata ai fini del governo del territorio non consenta la costruzione di detta strada, prevedendo per il fondo servente destinazioni di uso pubblico, incompatibili con il compimento dell'opera necessaria per l'esercizio della servitù. In tal caso, il contrasto della servitù con la disciplina pubblicistica degli strumenti urbanistici comporta l'estinzione del diritto reale minore se l'impossibilità, da essa discendente, di realizzare l'opera necessaria per il relativo esercizio permanga per tutto il periodo di prescrizione di cui all'art. 1073 c.c., con la conseguenza che il vincolo reale rimane allo stato di quiescenza e si estingue soltanto se la paralisi del diritto e delle facoltà del suo esercizio perduri per venti anni. (Conferma App. Lecce 20 giugno 2005 n. 423).

Cassazione civile sez. II  31 marzo 2011 n. 7485  



 
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