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Art. 1074 codice civile: Impossibilità di uso e mancanza di utilità

L’impossibilità di fatto di usare (1) della servitù e il venir meno dell’utilità della medesima non fanno estinguere la servitù, se non è decorso il termine indicato dall’articolo precedente.


Giurisprudenza annotata

Servitù

In tema di estinzione delle servitù prediali, i termini stabiliti dagli art. 1073 e 1074 c.c. concernono quantità omogenee, tra loro cumulabili, sicché il non uso per volontaria inerzia del proprietario del fondo dominante può sommarsi, ai fini del compimento della prescrizione ventennale, con la susseguente impossibilità di uso della servitù per fatto riconducibile al proprietario del fondo servente. Rigetta, App. Bolzano, 22/12/2006

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861  

 

In tema di estinzione per prescrizione delle servitù prediali, l'interruzione del termine ventennale stabilito dall'art. 1073 c.c., oltre che dal riconoscimento del proprietario del fondo servente, può essere determinata soltanto dalla proposizione della domanda giudiziale, essendo inidonea, a tal fine, la costituzione in mora o la diffida stragiudiziale, il cui effetto interruttivo è circoscritto ai diritti di obbligazione e non concerne i diritti reali. Rigetta, App. Bolzano, 22/12/2006

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861  

 

L'impossibilità di fatto di usare della servitù o il venir meno dell'utilità della medesima non fanno estinguere la servitù se non è decorso il termine di venti anni ex art. 1073 e 1074 c.c., e ciò qualunque sia la causa dell'impossibilità di esercizio della servitù, e cioè sia se tale causa derivi da eventi naturali, sia che si identifichi in fatti imputabili al proprietario del fondo servente o a quello del fondo dominante.

Cassazione civile sez. II  05 luglio 2013 n. 16861

Nel caso in cui la servitù di passaggio risulti, dall'atto costitutivo e dalle modalità di esercizio, gravare su una parte determinata del fondo servente, l'impossibilità di fatto del suo esercizio in tale luogo non attribuisce al proprietario del fondo dominante la facoltà ex art. 1068 c.c. di spostare il luogo di esercizio della servitù su altra parte del fondo servente, comportando soltanto, a norma dell'art. 1074 c.c., la quiescenza della servitù stessa con la conseguente sua estinzione, ai sensi dell'art. 1073 c.c., dopo il decorso del ventennio di non uso. Cassa e decide nel merito, App. Genova, 02/03/2007

Cassazione civile sez. II  25 giugno 2013 n. 15988  

 

Le servitù volontarie, a differenza di quelle coattive, le quali si estinguono con il venir meno della necessità per cui sono state imposte, non si estinguono con il cessare della utilitas per la quale sono state costituite, ma soltanto per confusione, prescrizione o quando siano stipulate nuove pattuizioni, consacrate in atto scritto, che ne modifichino l'estensione o le sopprimano.

Cassazione civile sez. II  08 febbraio 2013 n. 3132  

 

In materia di servitù prediali, la mancanza sopravvenuta di utilità, che importa la quiescenza della servitù ai sensi dell'art. 1074 c.c., può dipendere anche dalla realizzazione di opere pubbliche, allorquando ciò non appaia incompatibile con il compimento dei lavori necessari per l'esercizio della servitù; in tal caso, la situazione impeditiva comporta l'estinzione del diritto reale minore se l'impossibilità, da essa discendente, permanga per tutto il periodo di prescrizione di cui all'art. 1073 c.c., con la conseguenza che il vincolo reale rimane allo stato di quiescenza e si estingue soltanto se la paralisi del diritto e delle facoltà del suo esercizio perduri per venti anni.

Corte appello Napoli  28 giugno 2012

 

Il requisito di forma scritta stabilito dall'art. 1350 n. 5 c.c., per la rinuncia a una servitù può essere integrato dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, non essendo necessarie formule sacramentali o espressioni formali particolari, purché contenenti una chiara ed univoca espressione di volontà incompatibile con il mantenimento del predetto diritto reale. Pertanto, la rinuncia ad una servitù negativa può essere contenuta nell'istanza di concessione edilizia diretta all'esecuzione di opere che, realizzate, determinino il venir meno dell'utilitas da cui dipende l'esistenza della servitù stessa. (Cassa App. Milano 29 ottobre 2004 n. 2761).

Cassazione civile sez. II  12 maggio 2011 n. 10457  

 

In tema di rinuncia al diritto di servitù prediale, il requisito della forma scritta previsto dall'art. 1350 n. 5, c.c., può essere integrato - non essendo necessario l'uso di formule sacramentali o di particolari espressioni formali - anche dalla sottoscrizione di atti di tipo diverso, purché contenenti una chiara ed inequivoca dimostrazione di volontà incompatibile con il mantenimento del diritto stesso; pertanto, la rinuncia al diritto di servitus inaedificandi può essere contenuta nella domanda di concessione edilizia diretta all'esecuzione di opere che, ove realizzate, necessariamente determinerebbero il venir meno dell'utilitas dalla quale dipende l'esistenza della servitù stessa.

Cassazione civile sez. II  12 maggio 2011 n. 10457  

 

 

Procedimento civile

In considerazione della natura e dell'oggetto del diritto di servitù di uso pubblico, la sua titolarità spetta al Comune o all'ente rappresentativo della comunità e non ai singoli utenti della strada. La legittimazione ad agire (o a resistere a colui che contesti l'uso pubblico) per la tutela del diritto, peraltro, spetta non solo all'ente territoriale che rappresenta la collettività ma anche a ciascun cittadino appartenente alla collettività "uti singulus". (In applicazione del principio di cui sopra la Suprema Corte ha cassato la pronuncia del giudice del merito che aveva escluso la legittimazione dell'attore sulla base del criterio formale della residenza nel Comune nel quale è ubicato l'immobile di sua proprietà, Comune diverso da quello in cui è collocata la strada a tutela della quale aveva agito in giudizio).

Cassazione civile sez. II  02 dicembre 2011 n. 25817  



 
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