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Art. 1102 codice civile: Uso della cosa comune

Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa.

Il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso.


Commento

Titolo: [v. 1100]; Possesso: [v. Libro III, Titolo VIII].

 

Destinazione: indica il fine a cui la cosa è rivolta, avuto riguardo non solo della normale funzione ma anche dell’impiego, eventualmente diverso, concordato dalle parti.

 

Ciascun comunista (contitolare del diritto di proprietà [v. 832] o di altro diritto reale [v. Libro III, Titolo II] sul bene) può servirsi della cosa comune senza modificarne la destinazione e rispettando il diritto a goderne degli altri contitolari; può altresì modificare la cosa comune a proprie spese per conseguire un maggior godimento dall’uso della stessa.

 


Giurisprudenza annotata

Comunione e condominio

In tema di condominio negli edifici e più nello specifico di opere di chiusura delle parti di proprietà esclusiva è legittimo - se non vietato da regolamento condominiale e comunale - l'intervento di trasformazione di un posto auto aperto in un box auto chiuso.

Cassazione civile sez. II  16 dicembre 2014 n. 26426

 

L'apertura nell'androne condominiale di un nuovo ingresso a favore dell'immobile di un condomino è legittima, ai sensi dell'art. 1102 cod. civ., in quanto, pur realizzando un utilizzo più intenso del bene comune da parte di quel condomino, non esclude il diritto degli altri di farne parimenti uso e non altera la destinazione del bene stesso. Rigetta, App. Napoli, 11/06/2012

Cassazione civile sez. VI  14 novembre 2014 n. 24295  

 

Il condominio non può impedire al proprietario del locale a piano terra di mettere in comunicazione il proprio immobile con l'androne del portone, dotando, conseguentemente, la proprietà esclusiva di una nuova uscita; non è precluso, infatti, al comproprietario, il diritto di trarre dal bene condominiale una utilità maggiore e più intensa rispetto agli altri comproprietari, ovviamente nel rispetto dei paletti imposti dall'art. 1102 c.c.. L'apertura di una nuova entrata all'interno dell'androne condominiale non sarebbe vietata in quanto non verrebbe irreversibilmente alterata la destinazione d'uso del bene comune né, per altro verso, verrebbe precluso agli altri condomini di utilizzare l'androne per raggiungere le rispettive proprietà.

Cassazione civile sez. VI  14 novembre 2014 n. 24295  

 

Il diritto a chiedere il distacco dall'impianto di riscaldamento condominiale, a determinate condizioni, non potendo la rinunzia del singolo condomino, comportare un maggiore aggravio per gli altri, non può non valere per il futuro e non comporta la possibilità di chiedere restituzioni o danni (fattispecie relativa all'azione intrapresa dalla proprietaria di un attico che lamentava l'insufficienza del calore irradiato dai termosifoni posti nel suo appartamento e che aveva chiamato in giudizio il condominio chiedendo di dichiararsi la cessazione dell'obbligo di contribuire alle spese di esercizio, il diritto alla restituzione delle somme già versate, l'autorizzazione ad isolare i termosifoni dall'impianto centralizzato ed i danni).

Cassazione civile sez. II  13 novembre 2014 n. 24209  

 

Una volta accertata la natura condominiale di una parte dell'edificio, questa comproprietà non può essere limitata da nessun condomino (accolta, nella specie, l'azione proposta da un condominio nei confronti di alcuni condomini proprietari della terrazza, di proprietà esclusiva, posta al sesto piano dell'edificio. Il condominio esponeva che lo stabile era munito di un ascensore e che il locale macchine condominiale era sito sul lastrico solare a cui vi si accedeva salendo la scala condominiale fino alla terrazza dei convenuti; tuttavia, questi avevano apposto un cancello lungo la scala condominiale, non consentendo più il libero accesso ai condomini).

Cassazione civile sez. VI  20 ottobre 2014 n. 22192

 

In tema di condominio negli edifici, non è automaticamente configurabile un uso illegittimo della parte comune costituita dall'area di terreno su cui insiste il fabbricato e posano le fondamenta dell'immobile, in ipotesi di abbassamento del pavimento e del piano di calpestio eseguito da un singolo condomino, dovendosi a tal fine accertare o l'avvenuta alterazione della destinazione del bene, vale a dire della sua funzione di sostegno alla stabilità dell'edificio, o l'idoneità dell'intervento a pregiudicare l'interesse degli altri condomini al pari uso della cosa comune. Cassa con rinvio, App. Firenze, 06/06/2013

Cassazione civile sez. II  22 settembre 2014 n. 19915  

 

Oggetto della tutela apprestata dall'art. 1102 c.c. è la preservazione della destinazione complessiva del bene comune, non la mera immodificabilità materiale dello stesso, e il relativo giudizio, che va formulato caso per caso, tenuto conto delle situazioni peculiari, si risolve in un giudizio di fatto sindacabile in sede di legittimità solo per limiti motivazionali (nella specie, la Corte ha escluso l'uso illegittimo della cosa comune nella condotta della parte che aveva abbassato il pavimento e il piano di calpestio per 60 cm., dovendosi identificare per cosa comune la porzione di terreno su cui viene ad insistere l'intero fabbricato, vale a dire nell'area di terreno sita in profondità, sottostante la superficie alla base del fabbricato, sulla quale posano le fondamenta dell'immobile; a detta della Corte per qualificare la condotta come illegittima occorreva l'accertamento dell'avvenuta alterazione della destinazione della cosa, ossia della funzione di sostegno alla stabilità dell'edificio, ovvero l'accertamento dell'idoneità dell'intervento realizzato dalla parte a pregiudicare l'interesse degli altri condomini al pari uso della cosa comune).

Cassazione civile sez. II  22 settembre 2014 n. 19915  

 

In tema di condominio l'installazione di un ascensore, al fine dell'eliminazione delle barriere architettoniche, realizzata da un condomino su parte di un cortile e di un muro comuni, deve considerarsi indispensabile ai fini dell'accessibilità dell'edificio e della reale abitabilità dell'appartamento, e rientra pertanto nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'art. 1102 c.c., senza che, ove siano rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale norma, rilevi la disciplina dell'art. 907 c.c. sulla distanza delle costruzioni dalle vedute, neppure per effetto del richiamo a essa operato nell'art. 3, comma 2, l. n. 13 del 1989, non trovando detta disposizione applicazione in ambito condominiale.

Cassazione civile sez. II  30 giugno 2014 n. 14809

 

Per innovazioni della cosa comune, ai sensi dell'art. 1120 c.c., devono intendersi le modificazioni materiali di essa che ne importino l'alterazione dell'entità sostanziale o il mutamento della sua originaria destinazione, con conseguente implicita incidenza sull'interesse di tutti i condomini; in particolare, l'apertura di un varco nel muro perimetrale, per esigenze del singolo condomino, è consentito quale uso più intenso del bene comune, con eccezione del caso in cui tale varco metta in comunicazione l'immobile del condomino con altra unità immobiliare attigua, pur di proprietà del medesimo, ma ricompresa in un diverso edificio condominiale, considerato che, in tal caso, il collegamento tra unità abitative determina la creazione di una servitù.

Cassazione civile sez. II  30 giugno 2014 n. 14807  

 



 
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