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Art. 1109 codice civile: Impugnazione delle deliberazioni

Ciascuno dei componenti la minoranza dissenziente può impugnare davanti all’autorità giudiziaria le deliberazioni della maggioranza:

1) nel caso previsto dal secondo comma dell’articolo 1105, se la deliberazione è gravemente pregiudizievole alla cosa comune;

2) se non è stata osservata la disposizione del terzo comma dell’art. 1105;

3) se la deliberazione relativa a innovazioni o ad altri atti eccedenti l’ordinaria amministrazione è in contrasto con le norme del primo e del secondo comma dell’art. 1108.

L’impugnazione deve essere proposta, sotto pena di decadenza, entro trenta giorni dalla deliberazione. Per gli assenti il termine decorre dal giorno in cui è stata loro comunicata la deliberazione. In pendenza del giudizio, l’autorità giudiziaria può ordinare la sospensione del provvedimento deliberato.


Commento

Impugnazione: [v. 1107]; Innovazione: [v. 1108]; Atti eccedenti l’ordinaria amministrazione: [v. 1108]; Decadenza: [v. 2964].

 

Pendenza del giudizio: si fa qui riferimento al caso in cui un’azione venga esercitata davanti all’autorità giudiziaria, per il riconoscimento di una determinata pretesa e la lite che ne è insorta non è stata ancora definita.

 

La norma consente a coloro che hanno votato contro la deliberazione assunta dalla maggioranza dei partecipanti alla comunione di impugnare la deliberazione medesima; ciò è consentito sia nel caso in cui essa sia stata adottata a maggioranza semplice [v. 1105], sia nel caso in cui sia stata adottata con una maggioranza qualificata [v. 1108]. Una volta impugnata, tuttavia, la deliberazione continua a produrre i suoi effetti, in quanto il vizio che ne pregiudica la validità fa sì che essa sia annullabile e non nulla (annullabilità [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII], nullità [v. 1418]).


Giurisprudenza annotata

Comunione e condominio

La disciplina della ripartizione delle spese condominiali contenuta in un regolamento di natura contrattuale, può essere innovata, in base al principio dell'autonomia contrattuale enunciato dall'art. 1322 c.c., da una nuova convenzione, la quale, non incidendo su diritti reali, non richiede la forma scritta ai sensi dell'art. 1350 c.c., ma richiede il consenso di tutti i condomini, consenso che può essere espresso anche per facta concludentia, dovendo, però, in ogni caso la manifestazione tacita di volontà rapportarsi a un comportamento univoco e concludente, dal quale possa desumersi, per il comune modo di intendere, un determinato volere con un preciso contenuto sostanziale.

Cassazione civile sez. II  10 giugno 2014 n. 13047  

 

Se viene richiesta in giudizio la declaratoria del diritto di apporre un'insegna pubblicitaria sulla facciata condominiale, l'autorità giudiziaria non può sostituirsi alla volontà dei condomini con una propria valutazione estetica. Tale valutazione supererebbe i limiti del controllo di legittimità, demandato al giudice, per estendersi al merito delle questioni e violerebbe la discrezionalità riservata esclusivamente all'assemblea.

Corte appello Milano  14 dicembre 2011 n. 3495  

 

In tema di benestare ad apporre una insegna pubblicitaria sulla facciata condominiale, di competenza dell'amministratore per norma regolamentare, può investirsi della decisione l'assemblea, la cui volontà è sovraordinata e la deliberazione non può considerarsi annullabile solo perché assunta dall'organo collegiale. La deliberazione è, invece, affetta da nullità nel caso di rifiuto dell'apposizione dell'insegna per pubblicizzare l'attività svolta nel condominio, preesistendo altre insegne di tipo e colore diverso, se non portasse i motivi che inducono a ritenere la inidoneità estetica, privando così il condomino interessato dal poter verificare la fondatezza del diniego.

Corte appello Milano  14 dicembre 2011 n. 3495  

 

In tema di condominio negli edifici, l'uso indiretto della cosa comune mediante locazione può essere disposto con deliberazione a maggioranza solo quando non sia possibile l'uso diretto dello stesso bene per tutti i partecipanti alla comunione, proporzionalmente alla loro quota, promiscuamente ovvero con sistema di frazionamento degli spazi o di turni temporali.

Cassazione civile sez. II  27 ottobre 2011 n. 22435  

 

In caso di irregolarità della gestione della comunione, ciascun partecipante può piuttosto ricorrere all'assemblea e chiedere la revoca dell'amministratore, divenendo in tal caso ammissibile il ricorso del singolo all'autorità giudiziaria a norma dell'art. 1105 c.c. laddove non si formi al riguardo una maggioranza assembleare. Quando invece l'assemblea si tenga e decida di non procedere alla revoca dell'amministratore, il comunista può procedere ad impugnare la delibera ai sensi dell'art. 1109 n. 1 c.c., (nella specie, deducendosi dalla ricorrente curatela fallimentare l'interesse a conoscere l'esatta entità dei beni e delle attività del patrimonio comune, a fronte delle incompletezze del rendiconto predisposto dall'amministratore della comunione, il tribunale ha indicato la percorribilità delle alternative a cognizione piena consistenti nella impugnazione ex art. 1109 c.c. della delibera di approvazione del rendiconto, ovvero nell'esperimento del procedimento di rendiconto di cui agli art. 263 e ss. c.p.c.).

Tribunale Salerno sez. I  11 maggio 2010

 

L'annullamento della delibera dell'assemblea della società per azioni di cui all'art. 2377 c.c., estensibile per il suo carattere generale anche alle assemblee dei condomini degli edifici, non può aver luogo se la deliberazione sia stata sostituita con altra presa in conformità della legge o dell'atto costitutivo, con conseguente cessazione della materia del contendere quando l'assemblea regolarmente riconvocata abbia deliberato sui medesimi argomenti della delibera oggetto dell'impugnazione, ponendo in essere, pur in assenza di forme particolari, un atto sostanzialmente sostitutivo di quello invalido.

Cassazione civile sez. II  10 febbraio 2010 n. 2999  

 

Il potere d'impugnazione delle delibere condominiali, per effetto del rinvio ex art. 1139 c.c. alle norme sulla comunione ed in particolare all'art. 1109 c.c., si estende anche alla decisione approvata dalla maggioranza che rechi grave pregiudizio alla cosa comune ed ai servizi che ne costituiscono parte integrante, potendo solo entro questo limite essere valutato il merito, sotto il profilo dell'eccesso di potere, della decisione dell'assemblea condominiale. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza della corte territoriale per avere questa rigettato, sull'assunto della non sindacabilità per eccesso di potere delle delibere condominiali, l'impugnazione della delibera con cui un condominio aveva respinto la proposta di licenziamento del custode perché assente nell'orario di lavoro in quanto impegnato in servizi a pagamento a condomini richiedenti).

Cassazione civile sez. II  14 ottobre 2008 n. 25128  

 

La procedura camerale di carattere non contenzioso prevista dall’art. 1105 c.c., non attenendo alla risoluzione di questioni su diritti, preclude un’azione giudiziaria di tipo contenzioso per il caso, già da essa contemplato, della omessa amministrazione delle cosa comune, dovendosi in tale accezione ricomprendersi pure la omessa esecuzione di una delibera adottata. Pertanto il legislatore, rimettendo ogni facoltà di tutela sul punto alle forme della volontaria giurisdizione previste ex art 1105 c.c., esclude che, all’inerzia dei partecipanti nel compimento di atti di gestione del bene comune, il giudice possa sopperire nell’ambito di un diverso procedimento contenzioso.

Tribunale Nola sez. II  15 novembre 2007

 

Il presupposto perché si instauri un diritto di condominio su un bene comune è costituito dalla relazione di accessorietà strumentale e funzionale che collega i piani o le porzioni di piano di proprietà esclusiva agli impianti o ai servizi di uso comune, rendendo il godimento del bene comune strumentale al godimento del bene individuale e non suscettibile di autonoma utilità, come avviene invece nella comunione. Detta relazione di accessorietà può sussistere anche se uno degli edifici o, al limite entrambi, non siano condomini, purché si tratti di edifici autonomi, atteso che l'art. 61 disp. att. c.c. individua l'autonomia della costruzione e non la gestione dell'edificio, come caratteristica rilevante in base alla quale l'art. 62 consente l'applicazione delle norme sul condominio alle parti, di cui all'art. 1117 c.c., rimaste comuni ai diversi edifici. In tal modo si configura, specialmente con riferimento ai nuovi complessi immobiliari, un condominio sui generis, allargato, di tipo verticale, in cui ogni edificio autonomo, di proprietà esclusiva o costituente condominio, assume la figura di supercondominio, soggiacendo alla normativa condominiale. (Nella specie, la S.C. ha, integrandone la motivazione, confermato sul punto la sentenza di merito, che aveva ravvisato l'esistenza di un supercondominio con riferimento alla rete fognaria e alle cisterne d'acqua in comune in un complesso immobiliare composto da edifici a destinazione residenziale ed edifici a destinazione paralberghiera).

Cassazione civile sez. II  02 marzo 2007 n. 4973



 
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