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Art. 1112 codice civile: Cose non soggette a divisione

Lo scioglimento della comunione non può essere chiesto quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all’uso a cui sono destinate.


Commento

Scioglimento della comunione: [v. 1111].

 

Cosa non soggetta a divisione: è tale la cosa oggettivamente indivisibile (es.: un animale vivo); inoltre quella che, pur essendo frazionabile, è stata dai comunisti considerata indivisibile in funzione del particolare uso cui essi l’hanno destinata; è tale inoltre quella cosa utile non in se stessa, ma in quanto funzionale ad altre cose comuni.

 

L’indivisibilità della cosa comune viene in rilievo solo all’atto della divisione.


Giurisprudenza annotata

Comunione e condominio

In tema di scioglimento della comunione, la disposizione dell'art. 1111, comma 2, c.c. — in base alla quale il patto di rimanere in comunione non può, comunque, avere una durata superiore ai dieci anni — benché sia analogicamente applicabile anche alle disposizioni testamentarie a titolo particolare, trova un limite implicito nella regola dettata dal successivo art. 1112 c.c., secondo cui lo scioglimento non può essere chiesto quando si tratta di cose che, se divise, cesserebbero di servire all'uso cui sono destinate; l'accertamento in fatto sulla concreta divisibilità del bene è devoluto all'esame del giudice di merito.

Cassazione civile sez. II  04 marzo 2011 n. 5261  

 

Nel giudizio di valutazione del pregiudizio arrecato da una innovazione a un fabbricato non rileva né il pregio del fabbricato né tantomeno la preesistenza di altri manufatti che parimenti ne pregiudichino l'estetica. (Fattispecie in cui la Corte ha confermato la sentenza di primo grado, con la quale un condomino era stato condannato alla rimozione della veranda realizzata in assenza del preventivo consenso dell'assemblea, nonostante la vetustà dell'edificio e pur se, all'esterno dell'immobile condominiale, erano stati realizzati in precedenza altri manufatti dello stesso tipo).

Corte appello Catania sez. II  29 maggio 2008 n. 730

 

In tema di scioglimento della comunione, la disposizione di cui all'art. 1112 c.c., che stabilisce l'indivisibilità del bene nel caso in cui la sua assegnazione in proprietà esclusiva ad uno dei condividendi ne comporti la cessazione dall'uso cui esso è destinato, trova applicazione esclusivamente nel caso in cui allo scioglimento della comunione si pervenga per via giudiziale, in quanto, nello scioglimento convenzionale, il potere dei comproprietari di addivenire allo scioglimento e di disporre dei beni implica anche il potere di mutarne l'uso e la destinazione originaria, sicché la possibilità di divisione del bene non trova altri impedimenti se non quelli derivanti da ragioni fisiche o da vincoli posti da leggi speciali

Cassazione civile sez. II  29 marzo 2006 n. 7274  

 

In materia di condominio, in deroga alla disciplina della comunione ordinaria vige la regola della indivisibilità delle parti comuni dell'edificio posta dall'art. 1119 c.c. Ad impedire la divisione è sufficiente che essa pregiudichi il godimento di alcuni condomini ovvero renda più incomodo il godimento delle cose. Anche l'utilizzazione di un bene comune mediante concessione del godimento a terzi a titolo oneroso rappresenta un accrescimento della potenzialità del singolo appartamento.

Tribunale Roma  21 marzo 2006 n. 6581  

 

 

Divisione

In materia di divisione la deduzione di indivisibilità del bene costituisce un'eccezione in senso proprio poiché la norma dell'art. 1112 c.c. non solo è derogabile ma sancisce a sua volta un'eccezione al principio generale del "favor divisionis", secondo cui i singoli partecipanti alla comunione di un bene possano chiederne la divisione per ottenerne una quota in natura o, se ciò non è possibile, una somma di denaro equivalente al valore della quota o, infine, la distribuzione del prezzo di vendita della cosa comune.

Cassazione civile sez. II  22 maggio 2008 n. 13229

 

Nel caso in cui il bene in comunione non sia di comoda divisibilità e non si può procedere alla divisione in natura in parti uguali; il bene verrà assegnato dal tribunale ad una delle parti anche tenuto conto dell’atteggiamento processuale assunto. Qualora una delle parti abbia abbandonato il giudizio, omettendo di partecipare alle udienze e di svolgere difese, omettendo di offrire la prova degli esborsi per opere di ristrutturazione che assumeva di avere affrontato, il bene verrà assegnato all’altro comunista, salvo diritto al conguaglio.

Tribunale Monza  23 marzo 2006

 

In tema di scioglimento delle comunioni e formazione delle porzioni dei condividenti, non assumono rilievo, ai fini dell'accertamento della indivisibilità del fondo, le esigenze della programmazione del territorio in ragione del possibile contrasto del frazionamento del fondo con i futuri programmi edilizi, non essendo l'amministrazione vincolata o condizionata dalla situazione di dominio dei suoli.

Cassazione civile sez. II  16 agosto 1993 n. 8743  

 

 

Separazione tra coniugi

È ammissibile lo scioglimento, in regime di separazione personale, della comunione, in ragione di metà per ciascuno, tra coniugi avente per oggetto la casa familiare, assegnata al genitore affidatario della prole: malgrado lo scioglimento (e conseguente attribuzione della proprietà dell'intero immobile al genitore affidatario), la casa continua, in vero, grazie alla trascrizione ex art. 1599 c.c., ad essere destinata al soddisfacimento delle primarie esigenze, logistiche e psicologiche, della prole, pur quando questa consegua piena autosufficienza economica, dato anche che in tale ipotesi i legami parentali non si dissolvono, nè viene per ciò solo, meno la convivenza della prole con il genitore (già affidatario) divenuto unico titolare del bene

Tribunale Bologna  21 gennaio 1993

 

Assegnata - in sede di separazione personale (consensuale o giudiziale) - la casa familiare, in comproprietà tra i coniugi, ad uno di essi, perché affidatario dei figli minori, è ammissibile la domanda proposta da uno dei comproprietari (nella specie da parte del coniuge non affidatario della prole) di divisione dell'immobile.

Corte appello Firenze  06 novembre 1992

 

 

Strade

La comunione di una strada la cui nascita derivi "ex collatione privatorum agrorum" in base ai fatti obiettivi del distacco del sedime dal terreno dei fondi latistanti, nonché del suo conferimento allo scopo di dare accesso ai fondi medesimi, non può cessare di esistere per il solo venir meno dell'indicata destinazione, o per non uso, essendo a tal fine necessario, come per ogni altra comunione, una pronuncia dell'autorità giudiziaria o una convenzione tra i comunisti o l'acquisto per usucapione ad opera di uno o più dei proprietari dei predetti fondi.

Cassazione civile sez. II  10 aprile 1990 n. 2995

 

Nell'ipotesi di strada vicinale agraria privata formata "ex collatione privatorum agrorum" dai proprietari dei fondi latistanti, si costituisce una "communio" fra tutti i titolari del diritto di proprietà via via succedutisi in quei fondi al cui servizio la strada è stata costituita, determinandosi un vincolo di accessorietà di natura permanente comune a tutti i fondi conferenti che non viene meno a causa della successione nella titolarità nel diritto di proprietà del fondo o di una parte di esso, di guisa che ciascun proprietario, anche se di un diritto frazionato rispetto all'intero fondo conferente, conserva la titolarità del diritto di transito "iure domini" sulla strada comune, nè tale diritto può estinguersi per il semplice non uso da parte del suo titolare.

Cassazione civile sez. II  10 aprile 1990 n. 2995  



 
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