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Art. 1116 codice civile: Applicabilità delle norme sulla divisione ereditaria

Alla divisione delle cose comuni si applicano le norme sulla divisione dell’eredità, in quanto non siano in contrasto (1) con quelle sopra stabilite.


Commento

Eredità: [v. 457]; Divisione (ereditaria): [v. 713].

 

(1) Le norme sulla divisione ereditaria sono inapplicabili al presente capo del codice civile solo in caso di insuperabile incompatibilità.


Giurisprudenza annotata

Comunione e condominio

Ai sensi dell’art. 720 c.c., applicabile anche allo scioglimento della comunione non ereditaria, per effetto del relativo richiamo contenuto nell’art. 1116 c.c., la vendita giudiziale degli immobili non divisibili o non comodamente divisibili è prevista come rimedio processuale di carattere residuale, cui ricorrere quando nessuno dei condividenti possa o intenda avvalersi della facoltà di domandare l’attribuzione dell’intero con addebito dell’eccedenza.

Tribunale Salerno sez. III  16 settembre 2014 n. 4299  

 

 

Divisione

In tema di divisione, il principio della omogeneità delle porzioni, dettato dall'art. 727 cod. civ. ed applicabile anche alle comunioni ordinarie ex art. 1116 cod. civ., postula che la comunione abbia ad oggetto una pluralità di beni di diversa qualità, essendo diretto ad attuare il diritto dei condividenti a conseguire una frazione di valore proporzionalmente corrispondente a quella spettante singolarmente sull'unica massa da dividere, sicché esso non è applicabile alla comunione avente ad oggetto un unico immobile. Rigetta, App. Ancona, 23/12/2006

Cassazione civile sez. II  19 novembre 2013 n. 25946  

 

In mancanza di norme specifiche afferenti la coeredità, si applica a tale istituto la normativa generale in tema di comunione ordinaria.

Tribunale Reggio Calabria sez. II  20 giugno 2013

 

Il concetto di comoda divisibilità di un immobile cui fa riferimento l'art. 720 c.c., postula che il frazionamento del bene sia attuabile in tante porzioni separate, ciascuna delle quali suscettibile di autonomo godimento da parte di ciascun condividente secondo l'ordinaria normale funzione dell'intero. È quindi necessario che la divisione in natura possa avvenire senza dover fronteggiare problemi tecnici eccessivamente costosi, e inoltre, sotto l'aspetto economico-funzionale, che la divisione non incida sull'originaria destinazione del bene e non comporti un sensibile deprezzamento del valore delle singole quote rapportate proporzionalmente al valore dell'intero, tenuto conto della normale destinazione ed utilizzazione del bene stesso. Perché dunque possa procedersi alla divisione del bene comune occorre: 1) che il bene sia naturalmente suscettibile di divisione fisica; 2) che sia possibile formare in concreto porzioni suscettibili di autonomo e libero godimento; 3) che tale divisione non comporti la creazione di servitù, pesi o limitazioni eccessivi, e non richieda opere complesse e di notevole costo; 4) che la divisione non conduca ad un sensibile deprezzamento del valore delle porzioni rispetto al valore dell'intero. Detti principi, dettati in materia di divisione ereditaria, sono applicabili anche alla comunione ordinaria, stante il richiamo dell'art. 1116 c.c

Tribunale Monza sez. II  27 maggio 2013 n. 1471  

 

Deve dichiararsi la facile divisibilità del terreno, suddiviso in particelle di pari superficie, le cui quote in sede di frazionamento siano già indicate con numeri identificativi delle particelle stesse (Nella specie, atteso che l’originaria superficie catastale del bene di are 8.66 era suddivisa in 5 particelle di pari superficie, il Trib. ha dichiarato la comoda divisibilità del terreno, dichiarando sciolta la comunione del terreno, originariamente unica particella in catasto, ed attribuendo in proprietà esclusiva ai condividenti le singole quote corrispondenti alle particelle in cui era già stato suddiviso il terreno stesso).

Tribunale Nocera Inferiore sez. II  05 febbraio 2013 n. 103  

 

Il principio della natura dichiarativa della divisione, secondo il quale ciascuno dei condividenti consegue solo ciò che è già suo, senza che intervenga alcuna alienazione, realizzandosi solo una trasformazione dell'oggetto del diritto, si applica, ai sensi degli art. 1116 e 2283 c.c., anche alla divisione di beni conseguenti alla liquidazione dell'attivo patrimoniale residuo di una società di persone. Pertanto, se un coniuge ha fatto parte di una società in nome collettivo che si è trasformata in società semplice e poi ha cessato di esistere, con conseguente divisione tra i soci dei beni sociali, la natura retroattiva della divisione fa sì che, al fine di stabilire se tali beni facciano parte o meno della comunione legale tra coniugi, occorre fare riferimento al momento di acquisto del bene da parte della società e non a quello della divisione. (Fattispecie in cui l'acquisto da parte della società risaliva ad epoca antecedente l'entrata in vigore della riforma del diritto di famiglia di cui alla l. 19 maggio 1975 n. 151, momento in cui il socio coniuge era in regime di separazione dei beni).

Cassazione civile sez. II  05 agosto 2011 n. 17061  

 

 

Imposta di registro

In tema di imposta di registro, la natura dichiarativa dell'atto di divisione, anche nel caso in cui abbia ad oggetto azioni rappresentative del capitale di una società comporta l'applicabilità dell'imposta proporzionale prevista dall'art. 3 della tariffa, parte prima, allegata al d.P.R. 26 aprile 1986 n. 131, anziché dell'imposta fissa prevista dall'art. 11 della medesima tariffa, in quanto la "negoziazione di quote di partecipazione in società", da quest'ultima norma contemplata, implica necessariamente un trasferimento della proprietà da un soggetto ad un altro, e quindi un'alienazione, del tutto mancante in ipotesi di mera divisione; né l'applicazione della predetta imposta contrasta con la direttiva 69/335/Cee del Consiglio, del 17 luglio 1969, come modificata dalla direttiva 85/303/Cee del Consiglio, del 10 giugno 1985, non comportando l'atto divisorio nessuna incidenza sulla "libera circolazione dei capitali", protetta dalla direttiva stessa, dal momento che esso è privo di qualsiasi effetto sul mercato, perché meramente specificativo del preesistente valore già posseduto "pro indiviso" da ciascun condividente.

Cassazione civile sez. trib.  15 giugno 2010 n. 14398  

 

 

Esecuzione forzata

Nell'ambito di un giudizio di divisione promosso dal creditore particolare di uno dei comproprietari ai sensi dell'art. 600, c.p.c., trovano applicazione le regole generali dettate dall'art. 720, c.c., in tema di divisione di immobili, il quale individua nella vendita all'incanto un rimedio residuale, cui ricorrere ove nessuno dei condividenti richieda l'assegnazione dell'immobile in comunione che non sia comodamente divisibile. Ciò in quanto sorge la necessità di contemperare l'interesse al perseguimento del risultato utile della procedura con quello alla conservazione del diritto di proprietà sul bene da parte dei soggetti coinvolti loro malgrado nelle vicende esecutive del debitore, a tal fine, sottolineando come la disciplina di cui all'art. 720, c.c., è applicabile allo scioglimento di ogni tipo di comunione, per effetto del richiamo contenuto nell'art. 1116, c.c.

Tribunale Bari sez. II  22 giugno 2009 n. 2066  



 
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