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Art. 1148 codice civile: Acquisto dei frutti

Il possessore di buona fede fa suoi i frutti naturali separati (1) fino al giorno della domanda giudiziale e i frutti civili maturati (2) fino allo stesso giorno. Egli, fino alla restituzione della cosa, risponde verso il rivendicante dei frutti percepiti dopo la domanda giudiziale e di quelli che avrebbe potuto percepire dopo tale data (3), usando la diligenza di un buon padre di famiglia.


Commento

Buona fede: [v. 1147]; Frutti naturali: [v. 984]; Frutti civili: [v. 984]; Diligenza di un buon padre di famiglia: [v. 1176].

 

Rivendicante: colui (il proprietario), che pretenda la cosa propria da chiunque la possieda o la detenga senza titolo.

 

Frutti percepiti: frutti il cui processo di produzione è terminato, indipendentemente dal fatto che siano stati materialmente raccolti oppure consumati.

 

(1) L’espressione «separati» fa riferimento ai frutti staccatisi dalla cosa, a seguito dell’intervento dell’uomo o per effetto di un evento naturale.

 

(2) L’espressione «maturati» fa riferimento ai frutti venuti a scadenza, cioè ai proventi della cosa divenuti esigibili.

 

(3) Si fa qui riferimento a ciò che la cosa avrebbe potuto dare, se il possessore avesse adottato quelle misure che qualsiasi persona dotata di una comune prudenza avrebbe adottato.

 

La norma stabilisce che il possessore di buona fede fa suoi i frutti della cosa finché il titolare della stessa non contesti, con una domanda giudiziale, l’esercizio del potere di fatto sul bene.

Il possessore di malafede, consapevole cioè di ledere i diritti altrui (cui è equiparato il possessore di buona fede, nell’ipotesi disciplinata dal comma 2 dell’art. 1147) non ha invece diritto ad alcuno dei frutti prodotti dalla cosa.


Giurisprudenza annotata

Successione

La regola dettata dall'art. 1147 c.c. (possesso di buona fede), in base alla quale la buona fede è presunta e basta che vi sia al tempo dell'acquisto, prevede un principio di carattere generale ed è quindi applicabile anche alla fattispecie di cui all'art. 535 c.c. (possessore di beni ereditari). Ne consegue che chi agisce per rivendicare i beni ereditari - eventualmente previo annullamento del testamento che ha chiamato all'eredità il possessore di buona fede - può pretendere soltanto i frutti indebitamente percepiti nei limiti fissati dall'art. 1148 c.c. (acquisto dei frutti).

Cassazione civile sez. II  06 giugno 2014 n. 12798  

L'art. 535, primo comma, cod. civ., che rinvia alle disposizioni sul possesso in ordine a restituzione dei frutti, spese, miglioramenti e addizioni, si riferisce al possessore di beni ereditari convenuto in petizione di eredità ex art. 533 cod. civ., mentre è estraneo allo scioglimento della comunione ereditaria; esso non si applica, quindi, al condividente che, avendo goduto il bene comune in via esclusiva senza titolo giustificativo, è tenuto alla corresponsione dei frutti civili agli altri condividenti, quale ristoro della privazione del godimento "pro quota". Rigetta, App. Roma, 08/11/2011

Cassazione civile sez. II  14 gennaio 2014 n. 640  

In ipotesi di azione di petizione di eredità proposta da un figlio naturale del de cuius successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di riconoscimento del proprio status, gli eredi, che erano stati immessi nel possesso dei beni ereditari in buona fede, permangono in tale condizione sino al momento della notificazione della domanda di restituzione dei beni medesimi, avendo portata generale il principio della presunzione di buona fede, di cui all'art. 1147 c.c., e determinando la proposizione nei confronti del possessore di una domanda volta ad ottenere la restituzione delle cose il mutamento della situazione di buona fede in mala fede, con conseguente obbligo di rispondere dei frutti successivamente percepiti

Cassazione civile sez. II  05 settembre 2012 n. 14917  

Ripetizione dell'indebito

Nell'ipotesi di ripetizione di indebito oggettivo, ex art. 2033 c.c., il debito dell' accipiens , a meno che egli non sia in mala fede, produce interessi solo a seguito della proposizione di un'apposita domanda giudiziale, non essendo sufficiente un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, atteso che all'indebito si applica la tutela prevista per il possessore in buona fede, in senso soggettivo, dall'art. 1148 c.c., a norma del quale questi è obbligato a restituire i frutti soltanto dalla domanda giudiziale, secondo il principio per il quale gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della proposizione della domanda. Sicché, l'art. 2033 c.c., applicabile anche nel caso in cui sia sopravvenuta la causa che renda indebito il pagamento, esclude che la decorrenza degli interessi possa essere anticipata al momento della proposizione della domanda giudiziale .

T.A.R. Roma (Lazio) sez. II  05 maggio 2014 n. 4629  

In tema di ripetizione d'indebito oggettivo, l'espressione "domanda" di cui all'art. 2033 c.c. non va intesa come riferita esclusivamente alla domanda giudiziale ma ha valore di atto di costituzione in mora, che, ai sensi dell'art. 1219 c.c., può anche essere stragiudiziale, dovendosi considerare l'"accipiens" (in buona fede) quale debitore e non come possessore, con conseguente applicazione dei principi generali in materia di obbligazioni e non di quelli relativi alla tutela del possesso di buona fede ex art. 1148 c.c. Ne consegue che, in caso di obbligazioni periodiche, ove si deduca con la richiesta extragiudiziale di restituzione delle somme indebitamente corrisposte anche la corretta interpretazione del titolo costitutivo dell'obbligazione, contestando l'unica "causa solvendi" a cui tutti i pagamenti si riferiscono, gli interessi, nonché l'ulteriore risarcimento ex art. 1224, comma 2, c.c., decorrono dalla data dell'istanza stessa quanto agli importi già versati, mentre, quanto ai ratei non ancora scaduti, spettano dal giorno di scadenza di ciascuna rata, senza necessità di una ulteriore specifica richiesta di rimborso, che resta utile per ottenere la condanna alla restituzione delle somme successivamente versate (se non compresa nell'originaria istanza) ma non è necessaria per la decorrenza degli accessori legali. (Fattispecie relativa a indebito previdenziale in ordine alla domanda di restituzione delle differenze dei contributi mensili per assegni familiari versati ai soci lavoratori di una cooperativa).

Cassazione civile sez. lav.  01 aprile 2011 n. 7586  

Nell'ipotesi di azione di ripetizione di indebito oggettivo, ex art. 2033 c.c., il debito dell'accipiens, a meno che egli non sia in mala fede, produce interessi solo a seguito della proposizione di un'apposita domanda giudiziale, non essendo sufficiente un qualsiasi atto di costituzione in mora del debitore, atteso che all'indebito si applica la tutela prevista per il possessore in buona fede — in senso soggettivo — dall'art. 1148 c.c., a norma del quale questi è obbligato a restituire i frutti soltanto dalla domanda giudiziale, secondo il principio per il quale gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della proposizione della domanda. Sicché, l'art. 2033 c.c., applicabile anche nel caso in cui sia sopravvenuta la causa che renda indebito il pagamento, esclude che la decorrenza degli interessi possa essere anticipata rispetto al momento della proposizione della domanda giudiziale.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VIII  12 novembre 2010 n. 24057  

Obbligazioni e contratti

Il promissario acquirente di un fondo agricolo, che ne abbia conseguito la disponibilità a titolo di anticipata esecuzione di un contratto preliminare poi dichiarato nullo, in quanto detentore della cosa, è tenuto a restituire non solo il bene indebitamente goduto, ma anche le utilità "ab initio" ricavate dallo stesso, non rilevando, al riguardo, la disposizione di cui all'art. 1148 cod. civ., la quale limita temporalmente l'obbligo restitutorio dei frutti per il possessore in buona fede con decorrenza dal giorno della domanda giudiziale. Rigetta, App. Lecce 2/5/2012

Cassazione civile sez. VI  10 ottobre 2013 n. 23035



 
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