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Art. 1189 codice civile: Pagamento al creditore apparente

Il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato (1) se prova di essere stato in buona fede (2).

Chi ha ricevuto il pagamento è tenuto alla restituzione verso il vero creditore, secondo le regole stabilite per la ripetizione dell’indebito (3).


Commento

Ripetizione dell’indebito: [v. 2033].

 

Creditore apparente: è il soggetto che, in base a circostanze univoche, appare, pur non essendolo, il vero creditore o persona legittimata a ricevere l’adempimento.

 

Buona fede: ignoranza incolpevole di ledere una situazione giuridica altrui [v. 1147].

 

(1) Il debitore che paga a chi appare (e in realtà non è) legittimato a ricevere è liberato dalla sua obbligazione e conserva il diritto alla controprestazione da parte del vero creditore.

 

(2) La liberazione del debitore richiede due presupposti: a) la buona fede del debitore, cioè la convinzione che chi riceve la prestazione sia legittimato a riceverla; b) l’apparenza della legittimazione del ricevente, in base a circostanze univoche, tali cioè da far apparire esistente una situazione in realtà inesistente.

 

(3) Il vero creditore potrà quindi ottenere la prestazione non dal debitore (che è liberato), ma dal legittimato apparente, che ha indebitamente ricevuto il pagamento, quindi un vantaggio che non gli spettava.

 


Giurisprudenza annotata

Titoli di credito

L'art. 43 del Regio Decreto n. 1736 del 1943 regola in modo autonomo l'adempimento dell'assegno non trasferibile, derogando sia alla disciplina generale del pagamento dei titoli di credito a legittimazione variabile, sia alla disciplina di diritto comune racchiusa nell'art. 1189 c.c., a norma del quale il debitore che esegue il pagamento a chi appare legittimato a riceverlo in base a circostanze univoche, è liberato se prova di essere stato in buona fede. E invero la banca, ove paghi a persona diversa dal legittimato, non è liberata dalla propria obbligazione, finché non ripeta il pagamento al prenditore esattamente individuato (o al banchiere giratario per l'incasso), e tanto a prescindere dalla sussistenza dell'elemento della colpa nell'errore sulla identificazione di chi abbia presentato il titolo, derivando la responsabilità della banca, che paghi al giratario senza osservare la clausola di non trasferibilità, dalla violazione dell'obbligazione ex lege, posta a suo carico dal menzionato art. 43.

Cassazione civile sez. III  25 agosto 2014 n. 18183  

 

L'art. 43 comma 2 legge assegni (r.d. 21 dicembre 1933 n. 1736), nel disporre che colui che paga a persona diversa dal prenditore, o dal banchiere giratario per l'incasso, risponde del pagamento, disciplina in modo autonomo il pagamento dell'assegno non trasferibile, con deviazione dalla regola generale che libera il debitore che esegua il pagamento in buona fede in favore del creditore apparente (art.1189 c.c.). Ne consegue che, in caso di pagamento di un assegno bancario non trasferibile in favore di chi non era legittimato, la banca non è liberata dall'originaria obbligazione finché non paghi al prenditore esattamente individuato, e ciò a prescindere dalla sussistenza dell'elemento della colpa nell'errore sulla identificazione dello stesso prenditore, trattandosi di ipotesi di obbligazione "ex lege". Rigetta, App. Milano, 04/02/2010

Cassazione civile sez. III  25 agosto 2014 n. 18183

 

L'art. 43 L.A. regola in modo autonomo l'adempimento dell'assegno non trasferibile con deviazione, sia dalla disciplina generale del pagamento dei titoli di credito a legittimazione variabile, sia dal disposto di diritto comune delle obbligazioni di cui all'art. 1189 c.c.. e deve essere perciò interpretato nel senso che il debitore è liberato soltanto se paga al prenditore esattamente identificato, sicché se egli cade in errore anche senza colpa nell'identificazione, pagando al legittimato apparente, deve pagare una seconda volta al vero prenditore.

Tribunale Milano sez. VI  14 maggio 2014 n. 4983

 

 

Obbligazioni e contratti

Nell'ipotesi di pagamento al creditore apparente ex art. 1189 c.c. il pagamento fatto al rappresentante apparente, al pari di quello fatto al creditore apparente, libera il debitore di buona fede, ai sensi dell'art. 1189 c.c., ma a condizione che il debitore, il quale invoca il principio dell'apparenza giuridica, fornisca la prova non solo di avere confidato senza sua colpa nella situazione apparente, ma, altresì, che il proprio erroneo convincimento sia stato determinato da un comportamento colposo del creditore che abbia fatto sorgere nel solvens in buona fede una ragionevole presunzione sulla rispondenza alla realtà dei poteri rappresentativi dell'accipiens.

Cassazione civile sez. II  11 settembre 2013 n. 20847  

 

L’apparenza del diritto, al di fuori dei casi particolari della tutela dell’affidamento da essa suscitato previsti dalla legge (art. 534 c.c., commi 3 e 4, art. 1189, 1415, 1416 c.c.), non integra un istituto di carattere generale con connotazioni definite e precise, ma opera nell’ambito dei singoli rapporti giuridici secondo il vario grado di tolleranza di questi in ordine alla prevalenza dello schema apparente su quello reale. In generale perché possa invocarsi utilmente il principio dell’apparenza del diritto occorre che coesistano due elementi: uno relativo al soggetto che ha fatto affidamento su tale apparenza (il terzo) e l’altro relativo al soggetto che gli effetti di tale apparenza subisce, per effetto di un suo comportamento colpevole.

Tribunale Nocera Inferiore sez. II  06 giugno 2013 n. 536  

 

Il pagamento fatto al rappresentante apparente, al pari di quello fatto al creditore apparente, libera invece il debitore di buona fede, ai sensi dell'art. 1189 cod. civ., ma a condizione che il debitore, che invoca il principio dell'apparenza giuridica, fornisca la prova non solo di avere confidato senza sua colpa nella situazione apparente, ma anche che il suo erroneo convincimento è stato determinato da un comportamento colposo del creditore, che abbia fatto sorgere nel "solvens" in buona fede una ragionevole presunzione sulla rispondenza alla realtà dei poteri rappresentativi dell'"accipiens". Rigetta, App. Roma, 09/02/2006

Cassazione civile sez. III  04 giugno 2013 n. 14028  

 

 

Fallimento

Il principio della “par condicio creditorum”, la cui salvaguardi costituisce la ratio della sottrazione al fallito della disponibilità dei suoi beni, è violato non solo dai pagamenti eseguiti dal debitore successivamente alla dichiarazione di fallimento, ma di qualsiasi atto estintivo di un debito a lui riferibile, sia pure indirettamente, in quanto effettuato con suo denaro o per suo carico o in suo luogo, e a tale categoria va ricondotto il pagamento effettuato dal terzo debitore in favore del creditore del fallito che abbia ottenuto l’assegnazione coattiva del credito ai sensi dell’art. 553 c.p.c. Il terzo debitore che esegue il pagamento dopo la dichiarazione di fallimento estingue, infatti, oltre al suo debito nei confronti dell’assegnatario, anche il debito del fallito e lo fa con mezzi provenienti dal patrimonio di quest’ultimo. (Nella specie, non ha assunto alcun rilievo l’epoca del vincolo pignoratizio – anteriore e coincidente con la notifica dell’atto di citazione ex art. 543 c.p.c. La stessa assegnazione delle somme era addirittura avvenuta in una data successiva alla dichiarazione di fallimento – restando, peraltro, comunque irrilevante anche una sua ipotetica anteriorità. La ritenuta inefficacia del pagamento ha comportato, nei confronti del fallimento, un corrispondente obbligo restitutorio a carico dell’accipiens secondo le regole stabilite per la ripetizione dell’indebito, ex art. 1189 c.c., comma 2, sulla disciplina del pagamento al creditore apparente).

Tribunale Roma sez. fallimentare  20 marzo 2013 n. 6053



 
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