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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 1197 codice civile: Prestazione in luogo dell’adempimento

Il debitore non può liberarsi eseguendo una prestazione diversa (1) da quella dovuta (2), anche se di valore uguale o maggiore, salvo che il creditore consenta (3). In questo caso l’obbligazione si estingue quando la diversa prestazione è eseguita.

Se la prestazione consiste nel trasferimento della proprietà o di un altro diritto, il debitore è tenuto alla garanzia per l’evizione e per i vizi della cosa secondo le norme della vendita, salvo che il creditore preferisca esigere la prestazione originaria (4) e il risarcimento del danno.

In ogni caso non rivivono le garanzie prestate dai terzi.


Commento

Proprietà: [v. 832]; Evizione [v. 1483]; Vizi: [v. 1490]; Risarcimento del danno: [v. 1218]; Garanzia: [v. 1179].

 

Vendita: contratto avento per oggetto il trasferimento della proprietà di una cosa o il trasferimento di un altro diritto verso il corrispettivo di un prezzo [v. 1470 ss.].

 

(1) Ad esempio, invece di consegnare una somma di denaro si consegna un televisore.

 

(2) Il debitore che, senza il consenso del creditore, esegue una prestazione diversa da quella dovuta, è inadempiente [v. 1218].

 

(3) Il debitore e il creditore devono quindi stipulare un vero e proprio contratto, detto datio in solutum (termine che indica, oltre al contratto che ha per oggetto una prestazione diversa, la prestazione stessa), con il quale decidono che l’obbligazione sarà adempiuta con una prestazione diversa da quella originariamente prevista.

 

(4) In caso di evizione [v. 1483] o di vizi della cosa [v. 1490], il creditore può scegliere tra due tipi di prestazione: a) quella derivante dalla garanzia per l’evizione o dalla garanzia per i vizi; b) la prestazione originaria. È un caso di obbligazione alternativa [v. 1285].

 

La datio in solutum viene definita come «surrogato dell’adempimento», in quanto, soddisfacendo l’interesse del creditore, estingue l’obbligazione e libera il debitore.

 


Giurisprudenza annotata

Fallimento

La cessione di credito "pro solvendo", in quanto diretta all'estinzione di un'obbligazione del cedente come effetto ultimo di un negozio giuridico soggettivamente ed oggettivamente diverso da quello per cui il pagamento è dovuto, integra, ai fini dell'art. 67, comma 1 n. 2, l. fall., un mezzo anormale per il pagamento stesso, fermo restando che può essere stipulata anche a scopo di garanzia, sicché, attesa la diversità, in tal caso, delle condizioni per l'assoggettamento a revocatoria fallimentare, è necessario accertare in concreto l'effettiva funzione solutoria in ragione della sua eventuale destinazione all'eliminazione o alla riduzione di una pregressa esposizione passiva. L'individuazione della finalità dipende unicamente dal contesto oggettivo e soggettivo della cessione medesima, e non da quello del successivo pagamento del credito ceduto, producendosi l'estinzione dell'obbligazione originaria solo con la riscossione di quel credito, per cui la stessa deve essere provata dal curatore che agisca per la revoca della cessione e per le restituzioni conseguenti. Rigetta, App. Napoli, 25/05/2006

Cassazione civile sez. I  31 ottobre 2014 n. 23261  

 

Qualora il concordato preventivo – omologato ma successivamente risolto – preveda la conversione di una parte del credito chirografario in “capitale di rischio” della debitrice, la risoluzione ex art. 186 L.F. spiega i soli effetti retroattivi che appaiono compatibili con la situazione derivante dalla riorganizzazione concordataria. Pertanto, l’attribuzione (conforme al piano) ai propri creditori, da parte della società in concordato, di partecipazioni societarie costituisce “prestazione in luogo dell’adempimento” (“datio in solutum” ai sensi dell’art. 1197 c.c.) che estingue, con efficacia satisfattiva, l’originaria obbligazione concorsuale così come ristrutturata; conseguentemente, il creditore chirografario non può essere ammesso al passivo del sopravvenuto fallimento per l’intero ammontare del suo credito originario, ma solo per la parte non convertita in capitale di rischio.

Tribunale Reggio Emilia sez. fallimentare  16 aprile 2014

 

 

Edilizia e urbanistica

La cessione di un'area a scomputo totale degli oneri di urbanizzazione secondaria dovuti nell'ambito di una convenzione di lottizzazione costituisce esecuzione della convenzione perché realizza, ai sensi dell'art. 1197 c.c., un'ipotesi di prestazione (cessione dell'area) in luogo di adempimento (oneri di urbanizzazione dovuti); l'accordo non è suscettibile di ulteriori vicende sul piano funzionale essendosi prodotti, con la prestazione del consenso traslativo, gli effetti previsti dalla legge e quelli che erano nella disponibilità delle parti; ne consegue che la domanda di accertamento della natura comune della proprietà del bene ceduto non attiene all'esecuzione della convenzione (e, in specie, della accessoria cessione a scomputo) ed esula dalla giurisdizione amministrativa ex art. 11 l. n. 241 del 1990 (attuale art. 133, comma 1, lett. a, n. 2, c.proc.amm.).

T.A.R. Bari (Puglia) sez. III  17 aprile 2014 n. 531  

 

 

Obbligazioni e contratti

Qualora il concordato preventivo – omologato ma successivamente risolto – preveda la conversione di una parte del credito chirografario in “capitale di rischio” della debitrice, la risoluzione ex art. 186 L.F. spiega i soli effetti retroattivi che appaiono compatibili con la situazione derivante dalla riorganizzazione concordataria. Pertanto, l’attribuzione (conforme al piano) ai propri creditori, da parte della società in concordato, di partecipazioni societarie costituisce “prestazione in luogo dell’adempimento” (“datio in solutum” ai sensi dell’art. 1197 c.c.) che estingue, con efficacia satisfattiva, l’originaria obbligazione concorsuale così come ristrutturata; conseguentemente, il creditore chirografario non può essere ammesso al passivo del sopravvenuto fallimento per l’intero ammontare del suo credito originario, ma solo per la parte non convertita in capitale di rischio.

Tribunale Reggio Emilia sez. fallimentare  16 aprile 2014

 

Il pagamento con un sistema diverso dalla moneta avente corso legale nello Stato, ma che assicuri al creditore la disponibilità della somma dovuta, può essere rifiutato dal creditore soltanto per un giustificato motivo, dovendosi altrimenti intendere il rifiuto come contrario al principio di correttezza e buona fede (nella specie, una compagnia assicurativa aveva inviato all'avente diritto un assegno per saldare il proprio debito. Il creditore, però, ometteva di comunicare alla debitrice le proprie determinazioni in merito alla non accettazione del pagamento con assegno e, dopo alcuni mesi, aveva intimato il precetto ed iniziato l'esecuzione, per poi portare l'assegno all'incasso dopo la scadenza dei termini per la presentazione).

Cassazione civile sez. III  10 giugno 2013 n. 14531  

In caso di caparra costituita mediante consegna di assegno bancario, a carico del prenditore che, accettato l'assegno, non lo ponga all'incasso, insorgono gli obblighi propri della caparra e, dunque, quello della restituzione del doppio nel caso di inadempienza all'obbligazione cui la caparra stessa si riferisce.

Cassazione civile sez. II  09 agosto 2011 n. 17127  

 

Per la dichiarazione di nullità della "datio in solutum" è sufficiente l'approfittamento dello stato di bisogno del debitore da parte del creditore, se questi ha commesso il reato di usura ma ha riportato in sede penale solo una condanna al risarcimento perché il reato si è prescritto. In presenza di un giudicato "esterno" di tal tipo tra le stesse parti, non è necessario per la nullità del contratto che il creditore abbia anche tenuto un comportamento diretto ad incidere sulla determinazione negoziale del debitore; elemento, invece, indispensabile in sede civile per far dichiarare la nullità del contratto quando questo è il mezzo utilizzato dall'agente per commettere il reato di usura.

Cassazione civile sez. II  21 giugno 2010 n. 14921  

 

La cessione del credito in luogo dell'adempimento, prevista all'art. 1198 c.c., non comporta l'immediata liberazione del debitore originario, la quale consegue solo alla realizzazione del credito ceduto, ma soltanto l'affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito; all'interno di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulta insolvente il creditore può rivolgersi al debitore originario. Ne consegue che finché non è esigibile il credito ceduto pro solvendo, tale non è nemmeno il credito originario; mentre quando quest'ultimo diviene esigibile, non per ciò stesso lo diviene anche il credito originario, atteso l'onere della preventiva escussione (da parte del cessionario) del debitore ceduto, stante il rinvio operato dall'art. 1198, comma 2, c.c. Ne consegue ulteriormente che, non essendovi estinzione del debito originario - con trasformazione novativa in obbligazione accessoria di garanzia del debito ceduto - ma rimanendo in vita entrambi i debiti, con impossibilità di chiedere al cedente l'adempimento del debito originario in difetto di previa infruttuosa escussione del debitore ceduto, solo da tale momento, in conformità con il principio posto all'art. 2935 c.c., inizia a decorrere la prescrizione relativa al debito ceduto.

Cassazione civile sez. III  15 febbraio 2007 n. 3469

 

 

Fallimento

La cessione di credito "pro solvendo", in quanto diretta all'estinzione di un'obbligazione del cedente come effetto ultimo di un negozio giuridico soggettivamente ed oggettivamente diverso da quello per cui il pagamento è dovuto, integra, ai fini dell'art. 67, comma 1 n. 2, l. fall., un mezzo anormale per il pagamento stesso, fermo restando che può essere stipulata anche a scopo di garanzia, sicché, attesa la diversità, in tal caso, delle condizioni per l'assoggettamento a revocatoria fallimentare, è necessario accertare in concreto l'effettiva funzione solutoria in ragione della sua eventuale destinazione all'eliminazione o alla riduzione di una pregressa esposizione passiva. L'individuazione della finalità dipende unicamente dal contesto oggettivo e soggettivo della cessione medesima, e non da quello del successivo pagamento del credito ceduto, producendosi l'estinzione dell'obbligazione originaria solo con la riscossione di quel credito, per cui la stessa deve essere provata dal curatore che agisca per la revoca della cessione e per le restituzioni conseguenti. Rigetta, App. Napoli, 25/05/2006

Cassazione civile sez. I  31 ottobre 2014 n. 23261  

 

In tema di azione revocatoria fallimentare, la cessione del credito (nella specie, per rimborso IVA) in funzione solutoria, quando non sia prevista al momento del sorgere dell'obbligazione, ovvero non sia attuata nell'ambito della disciplina della cessione dei crediti di impresa, di cui alla legge 21 febbraio 1991, n. 52, integra sempre gli estremi di un mezzo anormale di pagamento, indipendentemente dalla certezza di esazione del credito ceduto; ne consegue la presunzione della conoscenza dello stato di insolvenza in capo al cessionario, il quale può vincerla non con una prova diretta dell'insussistenza di tale stato (che solo da un punto di vista logico rappresenta un presupposto dell'azione), ma con la dimostrazione di circostanze idonee a fare ritenere ad una persona di ordinaria prudenza ed avvedutezza che l'imprenditore si trovava in una situazione di normale esercizio dell'impresa. Cassa con rinvio, App. Roma, 12/06/2006

Cassazione civile sez. I  11 novembre 2013 n. 25284  

 

La cessione di credito, se effettuata in funzione solutoria di un debito scaduto ed esigibile, si caratterizza come anomala rispetto al pagamento effettuato in danaro od altri titoli di credito equivalenti, in quanto il relativo processo satisfattorio non è usuale, alla stregua delle ordinarie transizioni commerciali, ed è suscettibile di revocatoria fallimentare anche se pattuita contestualmente alla concessione di un ulteriore credito al cedente che versi già in posizione debitoria nei confronti del cessionario, dovendosene escludere la revocabilità solo quando sia stata prevista come mezzo di estinzione contestuale al sorgere del debito che venga così estinto.

Cassazione civile sez. I  27 aprile 2011 n. 9388  

 

La cessione di credito, se compiuta in funzione solutoria, si caratterizza come anomala rispetto al pagamento effettuato in danaro o con titoli di credito considerati equivalenti, in quanto il relativo processo satisfattorio non è usuale alla stregua delle ordinarie transazioni commerciali; essa è, pertanto, soggetta a revocatoria fallimentare, a norma dell'art. 67, comma 1, n. 2, legge fall. (applicabile nel testo ratione temporis vigente), sottraendosene soltanto quando sia stata stipulata a scopo di garanzia di un debito sorto contestualmente - dovendo intendersi la contestualità in senso eminentemente sostanziale e causale - e non già per estinguere un debito preesistente e scaduto.

Cassazione civile sez. I  22 gennaio 2009 n. 1617  



 
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