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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 1207 codice civile: Effetti

Quando (1) il creditore è in mora, è a suo carico l’impossibilità della prestazione sopravvenuta per causa non imputabile al debitore. Non sono più dovuti gli interessi nè i frutti della cosa che non siano stati percepiti dal debitore (2).

Il creditore è pure tenuto a risarcire i danni (3) derivati dalla sua mora e a sostenere le spese per la custodia e la conservazione della cosa dovuta.

Gli effetti della mora si verificano dal giorno dell’offerta, se questa è successivamente dichiarata valida con sentenza passata in giudicato o se è accettata dal creditore (4).


Commento

Interessi: [v. 1282]; Frutti: [v. 820]; Risarcimento del danno: [v. 1218, 1223]; Sentenza passata in giudicato: [v. 1210].

 

Mora del creditore: si verifica quando il creditore rifiuti, senza legittimo motivo, di ricevere il pagamento offertogli dal debitore o ometta di compiere gli atti preparatori per il ricevimento della prestazione.

 

Impossibilità sopravvenuta per causa non imputabile al debitore: causa di estinzione dell’obbligazione, dovuta al fatto che la prestazione diviene impossibile, per ragioni indipendenti dalla colpa del debitore.

 

(1) Anche in presenza della mora del creditore, il vincolo obbligatorio del debitore permane e non è esclusa la responsabilità per un suo eventuale inadempimento.

 

(2) Non sono dovuti gli interessi e i frutti della cosa, tranne quelli che il debitore ha già percepito fino alla costituzione in mora.

 

(3) Ad esempio, il debitore potrebbe patire un danno dall’impossibilità di utilizzare il magazzino ingombro di merci che avrebbe dovuto consegnare al creditore. Si discute se il risarcimento di tale danno presupponga il dolo o la colpa del creditore [v. 2043].

 

(4) A costituire in mora il creditore non basta l’offerta formale, ma occorre che questa sia accettata dal creditore o convalidata dal giudice.

 

 


Giurisprudenza annotata

Lavoro subordinato

In caso di dichiarazione di nullità della cessione di ramo di azienda, il cedente, che non provveda al ripristino del rapporto di lavoro, è tenuto a risarcire il danno secondo le ordinarie regole civilistiche, sicché la retribuzione, corrisposta dal cessionario al lavoratore, deve essere detratta dall'ammontare del risarcimento. Cassa e decide nel merito, App. Roma, 06/09/2012

Cassazione civile sez. lav.  09 settembre 2014 n. 18955  

 

Il lavoratore che, ottenuta una pronunzia di conversione in un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato di una pluralità di rapporti di lavoro a termine, contrastanti con le previsioni della legge 18 aprile 1962 n. 230 ("ratione temporis" applicabile), non venga riammesso in servizio, ha diritto al ristoro del danno commisurato al pregiudizio economico derivante dal rifiuto di riassunzione del datore di lavoro, nei cui confronti trovano applicazione le regole sulla mora del creditore e in particolare quella concernente l'obbligo risarcitorio, fissata nell'art. 1206, secondo comma cod. civ., con conseguente necessità di riconoscere al lavoratore il diritto alla retribuzione per l'attività lavorativa ingiustificatamente impeditagli, comprensivo del trattamento spettante ai dipendenti che svolgono analoghe mansioni. Né, al fine di limitare il suddetto risarcimento e di attribuire invece al lavoratore, anche per il periodo successivo alla pronunzia di conversione, un trattamento retributivo commisurato alle scansioni temporali cicliche originariamente concordate tra le prestazioni dei singoli servizi prima di tale pronunzia (e quindi in concreto la sola retribuzione per i periodi nei quali, conformemente alle modalità originarie, vi sarebbe stata effettiva prestazione) può farsi riferimento al carattere sinallagmatico del rapporto, utilmente invocabile solo in relazione al periodo anteriore alla conversione, o a legittime pattuizioni relative alla misura ed alla quantità della prestazione lavorativa, pattuizioni la cui esistenza non può peraltro venir dedotta dal solo succedersi nel tempo di una pluralità di contratti a termine in violazione della citata legge 230 del 1960, pena la sostanziale vanificazione dei precetti da questa stabiliti. Rigetta, App. Napoli, 04/05/2009

Cassazione civile sez. lav.  11 aprile 2013 n. 8851  

 

La sospensione del rapporto di lavoro a tempo indeterminato può avere luogo solo nei casi previsti dalla legge, sicché il datore di lavoro che unilateralmente sospenda il rapporto sulla base di proprie erronee convinzioni (nella specie, circa la sussistenza di una clausola di part time verticale) è tenuto a corrispondere le pertinenti retribuzioni, senza necessità di un atto di messa in mora da parte del lavoratore.

Cassazione civile sez. lav.  11 aprile 2012 n. 5711  

 

 

Espropriazione

Ove dopo il completo pagamento dell'indennità di espropriazione, la procedura espropriativa era certamente valida ed efficace, è altrettanto certo che i ricorrenti avrebbero potuto anche ricorrere alla "mora credendi", che, proprio in tema di intimazione a rilasciare un immobile, ex art. 1216 c.c., prevede; "se deve essere consegnato un immobile, l'offerta consiste nella intimazione al creditore di prenderne possesso. L'intimazione deve essere fatta nella forma prescritta dal comma 2 dell'art. 1209". E il comma 2 stabilisce che "il debitore, dopo l'intimazione al creditore, può ottenere dal giudice la nomina di un sequestratario. In questo caso egli è liberato dal momento in cui ha consegnato al sequestratario la cosa dovuta". Non solo: ai sensi dell'art. 1207 c.c., è dalla costituzione in mora che decorre il termine per la tenutezza dell'acquirente al risarcimento del danno per la detenzione dell'immobile da parte dell'alienante e per richiedere le spese per la custodia e la conservazione della cosa. In mancanza delle dette azioni, spezzandosi il nesso di causalità ex art. 1227 comma 2, c.c., non è dovuto il risarcimento del danno.

T.A.R. Catania (Sicilia) sez. III  21 marzo 2012 n. 710  

 

 

Opere pubbliche

La nullità del contratto o della singola clausola contrattuale, per l'impossibilità della cosa o del comportamento che ne forma oggetto, richiede che tale impossibilità, oltre che oggettiva e presente fin dal momento della stipulazione, sia anche assoluta e definitiva, rimanendo ininfluenti a tal fine le difficoltà, più o meno gravi, di carattere materiale o giuridico, che ostacolino in maniera non irrimediabile il risultato a cui la prestazione è diretta. Ne consegue che tale impossibilità nel contratto di appalto di opera pubblica non sussiste, qualora vi sia un mero impedimento tecnico, riconducibile al comportamento non collaborativo di una delle parti del rapporto che ometta quanto necessario per rendere possibile la prestazione ostacolando in maniera non oggettivamente irrimediabile il risultato cui essa è diretta; pertanto, qualora la stazione appaltante non provveda ad eliminare dette carenze, gli effetti non sono regolati dagli art. 1346 e 1418 c.c., ma dall'art. 1207 c.c., vertendosi in un ipotesi di mora credendi.

Cassazione civile sez. I  01 settembre 2011 n. 18002  

 

Qualora l'opera pubblica risulti non realizzabile per errori o carenze progettuali, che l'amministrazione appaltante non provveda ad eliminare, l'impossibilità dell'esecuzione della stessa da parte dell'appaltatore non determina la nullità del contratto per impossibilità dell'oggetto, ma integra ipotesi di "mora credendi", le cui conseguenze sono quelle di cui all'art. 1207 c.c.

Cassazione civile sez. I  01 settembre 2011 n. 18002  

 

 

Locazione di cose

In tema di riconsegna dell'immobile locato, mentre l'adozione della complessa procedura di cui agli art. 1216 e 1209 comma 2 c.c., costituita dall'intimazione al creditore di ricevere tale consegna nelle forme stabilite per gli atti giudiziari, rappresenta l'unico mezzo per la costituzione in mora del creditore per provocarne i relativi effetti (art. 1207), l'adozione da parte del conduttore di altre modalità purché serie, concrete e tempestive (come ad esempio la convocazione per iscritto del locatore per consegnargli le chiavi dell'immobile e redigere il verbale di consegna) aventi valore di offerta reale non formale (art. 1220 c.c.), sempreché non sussista un legittimo motivo di rifiuto da parte del locatore, pur non essendo sufficiente a costituire in mora il locatore, è tuttavia idonea ad evitare la mora del conduttore, circa l'esecuzione della sua prestazione e a produrre ogni altro effetto, connesso alla dichiarazione di volontà da lui espressa sostanzialmente.

Tribunale Catanzaro sez. II  14 marzo 2011



 
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