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Art. 1225 codice civile: Prevedibilità del danno

Se l’inadempimento o il ritardo non dipende da dolo (1) del debitore, il risarcimento è limitato al danno che poteva prevedersi (2) nel tempo in cui è sorta l’obbligazione (2).


Commento

Inadempimento: [v. 1218]; Ritardo: [v. 1223]; Obbligazione: [v. Libro IV, Titolo I].

 

Dolo: intenzione dell’agente di realizzare un determinato comportamento a danno di un altro soggetto [v. 1439].

 

(1) È sufficiente la consapevolezza di dovere una determinata prestazione e la volontà di non eseguirla, senza che occorra anche la consapevolezza del danno.

 

(2) È prevedibile il danno che il debitore poteva prevedere usando la diligenza media, secondo le circostanze concrete conoscibili al tempo in cui è sorta l’obbligazione [v. nota (3)]. La prova è a carico del creditore.

 

(3) Si è precisato che il giudizio di prevedibilità del danno andrebbe compiuto non con riferimento al momento in cui sorge l’obbligazione, bensì al momento in cui la prestazione diviene esigibile ed al debitore si ponga effettivamente l’alternativa tra adempimento e inadempimento.

 


Giurisprudenza annotata

In caso di inadempimento contrattuale, a differenza del danno da responsabilità aquiliana, il risarcimento del danno deve essere limitato ai danni prevedibili e non può estendersi a eventi che non siano dal punto di vista del nesso causale ragionevolmente ragionevolmente in connessione con l'inadempimento. (Nella specie, in ipotesi di licenziamento dichiarato illegittimo con applicazione dell'art. 18 l. n. 300 del 1970, è stato ritenuto che il danno derivante dalla mancanza di occupazione successiva ai sette anni, periodo per il quale il risarcimento era già stato riconosciuto, non potesse seriamente collegarsi all'originario inadempimento).

Cassazione civile sez. lav.  31 luglio 2014 n. 17460  

In tema di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale, l'imprevedibilità, alla quale fa riferimento l'art. 1225 cod. civ., costituisce un limite non all'esistenza del danno, ma alla misura del suo ammontare, che resta limitato a quello astrattamente prevedibile in relazione ad una determinata categoria di rapporti, sulla scorta delle regole ordinarie di comportamento dei soggetti economici e, quindi, secondo un criterio di normalità in presenza delle circostanze di fatto conosciute. (Nella specie, relativa ad una richiesta di risarcimento del danno da licenziamento collettivo illegittimo, irrogato prima dell'entrata in vigore della legge 23 luglio 1991, n. 223, la S.C., nel rigettare il ricorso, ha escluso che il risarcimento dovesse essere commisurato a tutte le retribuzioni non percepite dai lavoratori licenziati tra il recesso datoriale e la sentenza di primo grado poiché era presumibile che, dopo un primo periodo di incolpevole inoccupazione, gli stessi avrebbero potuto attivarsi per il reperimento di altra attività lavorativa). Rigetta, App. Roma, 13/03/2007

Cassazione civile sez. lav.  31 luglio 2014 n. 17460  

Nel caso in cui il giudice annulli il licenziamento e disponga la reintegrazione nel posto di lavoro con condanna del datore di lavoro al risarcimento del danno per il periodo non lavorato in misura pari a una retribuzione fissata in un certo importo mensile, al lavoratore che non abbia lavorato o messo a disposizione la prestazione lavorativa non spetta la maggiore retribuzione come evoluta in base alla contrattazione collettiva; la determinazione del giudice, se non impugnata, è infatti intangibile.

Cassazione civile sez. lav.  26 settembre 2013 n. 22078  

La previsione della risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all'arbitrio del datore di lavoro concreta una clausola nulla per contrasto con norme imperative, atteso che la limitazione allo scioglimento dell'attività lavorativa deve essere contenuta - in base a quanto previsto dall'art. 1225 c.c., interpretato alla luce degli art. 4 e 35 della carta costituzionale - entro limiti determinati di oggetto, tempo e luogo, e va compensata da un maggior corrispettivo. Ne consegue che non può essere attribuito al datore di lavoro il potere unilaterale di incidere sulla durata temporale del vincolo o di caducare l'attribuzione patrimoniale pattuita.

Cassazione civile sez. lav.  08 gennaio 2013 n. 212  

Danni

In materia di risarcimento del danno da inadempimento contrattuale, l'ordinamento delimita l'ambito del pregiudizio patrimoniale giuridicamente risarcibile al danno che sia avvinto da nesso di causalità immediata e diretta con l'inadempimento dell'obbligazione da parte dell'altro contraente, ai sensi dell'art. 1223 c.c. e connotato dalla prevedibilità da parte del debitore al momento della conclusione del contratto, anche con riferimento al suo ammontare, ai sensi dell'art. 1225 c.c. La prova del nesso di causalità e della prevedibilità del danno, che sono elementi costitutivi della responsabilità contrattuale da inadempimento, grava, ovviamente, sul creditore che è tenuto a fornire prova non solo della riferibilità causale immediata e diretta del danno lamentato alla prestazione mancata, ma anche della conoscenza o prevedibilità, da parte del debitore, di tutti gli elementi di fatto rilevanti al fine di consentirgli di prevedere il pregiudizio derivante alla controparte dall'inadempimento anche nel suo concreto ammontare.

Tribunale Milano sez. IV  10 maggio 2014 n. 6045  

In tema di responsabilità contrattuale, derivante dall'inadempimento da parte del promissario acquirente dell'obbligo di stipulare il contratto definitivo, assunto in una promessa di vendita di immobile altrui, il criterio di prevedibilità del danno risarcibile può comportare il ristoro del pregiudizio consistente nella differenza fra il prezzo pattuito in sede di preliminare e quello inferiore successivamente realizzato, mentre non consente di tener conto della perdita subita dal promittente venditore per aver dovuto restituire il bene al proprietario, in seguito al decorso del termine stabilito nell'accordo interno intercorso con quest'ultimo, non potendo rientrare nella normalità delle circostanze, secondo un criterio di comune esperienza, il fatto che la mancata conclusione del definitivo comporti la retrocessione dell'immobile al suo titolare.

Cassazione civile sez. II  18 settembre 2012 n. 15639  

Assicurazione

In caso di assicurazione del medesimo rischio presso diversi assicuratori, il doloso inadempimento dell'obbligo imposto all'assicurato dall'art. 1910 c.c. di avvisare ciascun assicuratore dell'esistenza delle altre assicurazioni ed altresì, in caso di sinistro, di quello di farne avviso a ciascun assicuratore, comunicandogli i nomi degli altri, presuppone la consapevolezza della sussistenza di tale obbligo e la cosciente volontà di non osservarlo ed è diretto ad evitare che l'assicurato possa percepire una molteplicità di indennizzi dai singoli assicuratori, ignari della pluralità di contratti, in contrasto con il principio indennitario posto dall'art. 1905 c.c.

Tribunale Milano  23 ottobre 2013

In caso di assicurazione del medesimo rischio presso diversi assicuratori, il doloso inadempimento dell'obbligo imposto all'assicurato dall'art. 1910 c.c. di avvisare ciascun assicuratore dell'esistenza delle altre assicurazioni ed altresì, in caso di sinistro, di quello di farne avviso a ciascun assicuratore, comunicandogli i nomi degli altri, presuppone la consapevolezza della sussistenza di tale obbligo e la cosciente volontà di non osservarlo ed è diretto ad evitare che l'assicurato possa percepire una molteplicità di indennizzi dai singoli assicuratori, ignari della pluralità di contratti, in contrasto con il principio indennitario posto dall'art. 1905 c.c.

Tribunale Treviso  01 luglio 2013 n. 116  



 
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