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Art. 1258 codice civile: Impossibilità parziale

Se la prestazione è divenuta impossibile solo in parte, il debitore si libera dall’obbligazione eseguendo la prestazione per la parte che è rimasta possibile (1).

La stessa disposizione si applica quando, essendo dovuta una cosa determinata (2), questa ha subito un deterioramento, o quando residua alcunché dal perimento totale della cosa (3).


Commento

Impossibilità sopravvenuta: [v. 1256].

 

(1) L’impossibilità parziale modifica la quantità della prestazione, per cui l’obbligazione si concentra sulla parte residua.

 

(2) Se, invece, è dovuta una cosa generica, sarà normalmente possibile adempiere con un’altra cosa dello stesso genere.

 

(3) In quest’ipotesi, invece, l’impossibilità parziale modifica la qualità della prestazione.

 

Se la prestazione divenuta parzialmente impossibile è contenuta in un contratto a prestazioni corrispettive [v. Libro IV, Titolo II], la parte che riceve la prestazione parziale ha diritto ad una corrispondente riduzione della propria prestazione e può anche recedere (ritirarsi) dal contratto, qualora l’adempimento parziale non sia per lei oggettivamente soddisfacente [v. 1464].

 


Giurisprudenza annotata

Danni

Il danno da occupazione abusiva di immobile non può ritenersi sussistente "in re ipsa" e coincidente con l'evento, che è viceversa un elemento del fatto produttivo del danno, ma, ai sensi degli artt. 1223 e 2056 cod. civ., trattasi pur sempre di un danno-conseguenza, sicchè il danneggiato che ne chieda in giudizio il risarcimento è tenuto a provare di aver subito un'effettiva lesione del proprio patrimonio per non aver potuto locare o altrimenti direttamente e tempestivamente utilizzare il bene, ovvero per aver perso l'occasione di venderlo a prezzo conveniente o per aver sofferto altre situazioni pregiudizievoli, con valutazione rimessa al giudice del merito, che può al riguardo avvalersi di presunzioni gravi, precise e concordanti. Rigetta, App. Bologna, 29/06/2006

Cassazione civile sez. III  17 giugno 2013 n. 15111  

 

 

Lavoro subordinato

Il datore di lavoro non può unilateralmente sospendere il rapporto di lavoro, salvo che ricorrano, ai sensi degli art. 1463 e 1464 c.c., ipotesi di impossibilità della prestazione lavorativa totale o parziale, la esistenza delle quali ha l'onere di provare, senza che a questo fine possano assumere rilevanza eventi riconducibili alla stessa gestione imprenditoriale, compresa la diminuzione o l'esaurimento dell'attività produttiva. Ne consegue che il dipendente "sospeso" non è tenuto a provare d'aver messo a disposizione del datore di lavoro le sue energie lavorative nel periodo in contestazione, in quanto, per il solo fatto della sospensione unilaterale del rapporto di lavoro, la quale realizza un'ipotesi di mora credendi, il prestatore, a meno che non sopravvengano circostanze incompatibili con la volontà di protrarre il rapporto suddetto, conserva il diritto alla retribuzione.

Cassazione civile sez. lav.  16 aprile 2004 n. 7300  

 

La scadenza del permesso di lavoro o di soggiorno determina l'impossibilità sopravvenuta della prestazione (o una situazione alla stessa assimilabile), in relazione al divieto per il datore di lavoro di occupare alle proprie dipendenze lavoratori extracomunitari sprovvisti di autorizzazione al lavoro (art. 12, comma 2, l. 30 dicembre 1986 n. 943), oppure privi di permesso di soggiorno, ovvero il cui permesso sia scaduto, revocato o annullato (art. 22, comma 10, d.lg. 25 luglio 1998 n. 286), divieto che non osta alla mera pendenza del rapporto di lavoro, ma ne preclude l'esecuzione. Detta impossibilità, in applicazione dei principi enunciati dalla giurisprudenza per altri casi di impossibilità della prestazione lavorativa, non determina la risoluzione di diritto del rapporto, ma la sua sospensione ad ogni effetto economico e giuridico, e può costituire giustificato motivo di licenziamento ex art. 3 l. 15 luglio 1966 n. 604 (restando escluso il diritto alla retribuzione durante il periodo di preavviso, nel perdurare della mancata prestazione).

Cassazione civile sez. lav.  11 luglio 2001 n. 9407  

 

L'assenza dal lavoro dovuta a carcerazione del prestatore per motivo estraneo al rapporto di lavoro non costituisce, di per sè, inadempimento di obblighi contrattuali, ma integra, in applicazione dei principi generali in materia di obbligazioni e contratti, (art. 1256, 1258, 1463, 1464 c.c.) un fatto oggettivo determinante una sopravvenuta impossibilità temporanea e parziale della prestazione di lavoro, in relazione alla quale la persistenza, nel datore di lavoro, dell'interesse a ricevere le ulteriori prestazioni del dipendente detenuto deve essere valutata ai sensi dell'art. 3, seconda parte, l. 15 luglio 1966 n. 604, e cioè con riferimento all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa. Tale valutazione deve essere compiuta, ai fini dell'accertamento della tollerabilità, da parte del datore di lavoro, della mancata esecuzione della prestazione lavorativa, con riferimento alla prevedibile durata della ulteriore carcerazione preventiva al momento del licenziamento, in relazione alla imputazione contestata ed alla fase in cui si trova il relativo procedimento penale, e tenendo conto altresì delle dimensioni e dell'organizzazione dell'impresa, delle mansioni affidate al lavoratore detenuto e della possibilità di affidare temporaneamente dette mansioni ad altri dipendenti.

Cassazione civile sez. lav.  30 marzo 1994 n. 3118  

 

Il provvedimento di cattura del lavoratore, disposta per fatti estranei ai doveri verso il datore di lavoro, non integra di per sè inadempimento di obblighi contrattuali tale da giustificare il licenziamento, ma costituisce - senza che possa distinguersi il caso in cui l'interessato si sia assoggettato alla custodia cautelare da quello in cui abbia deciso di sottrarvisi, rendendosi latitante - un fatto oggettivo determinante una sopravvenuta impossibilità temporanea e parziale della prestazione di lavoro, in relazione alla quale la persistenza o meno dell'interesse del datore di lavoro a ricevere le ulteriori prestazioni del dipendente detenuto o latitante deve essere valutata in conformità alla previsione di cui all'art. 3, seconda parte, della l. n. 604 del 1966. Pertanto il recesso del datore di lavoro può ritenersi oggettivamente giustificato solo quando risponda a ragioni inerenti all'attività produttiva, all'organizzazione del lavoro ed al regolare funzionamento di essa - la cui dimostrazione è onere dello stesso datore di lavoro - dovendosi, nella valutazione della legittimità di siffatto licenziamento, tener conto della durata dell'assenza del lavoratore della natura delle mansioni affidategli e non anche dei motivi che lo hanno indotto all'eventuale latitanza.

Cassazione civile sez. lav.  04 maggio 1990 n. 3690  

 

 

Contratti bancari

Nel conto corrente bancario cointestato a più persone, con facoltà di compiere operazioni anche separatamente, i rapporti interni fra i correntisti sono regolati non dall'art. 1854 c.c., che riguarda i rapporti fra i medesimi e la banca, ma dall'art. 1298, comma 2 c.c., in base al quale il debito od il credito solidale si dividono in quote uguali solo se non risulti diversamente. Pertanto, ove il saldo attivo del conto cointestato a due coniugi risulti discendere dal versamento di somme di pertinenza di uno soltanto di essi (nella specie, trattandosi dell'indennità di buonuscita riscossa con il collocamento a riposo), si deve escludere che l'altro coniuge, nel rapporto interno, possa avanzare diritti sul saldo medesimo.

Cassazione civile sez. I  09 luglio 1989 n. 3241  

 

 

Sciopero e boicottaggio

Nello sciopero delle maestranze di un settore dell'organizzazione aziendale, che impedisca la prosecuzione dell'attività di altri settori, la sopravvenuta impossibilità (parziale, in quanto temporanea) delle prestazioni dei lavoratori addetti a tali settori comporta l'esonero del datore di lavoro dall'obbligo di corrispondere la retribuzione ai detti lavoratori non scioperanti, sempreché i medesimi siano stati posti effettivamente in libertà. Pertanto, l'obbligo retributivo sussiste ove i lavoratori non scioperanti siano stati invece trattenuti nei reparti e non è escluso dal fatto che gli stessi dipendenti non si siano attenuti a disposizioni loro legittimamente impartite per far fronte alla particolare situazione, potendo ciò dar luogo a provvedimenti disciplinari (o all'obbligo di risarcimento), ma non ad un'automatica riduzione del corrispettivo commisurata al calo di produzione.

Cassazione civile sez. lav.  12 marzo 1987 n. 2606  

 



 
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