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Art. 1267 codice civile: Garanzia della solvenza del debitore

Il cedente non risponde della solvenza del debitore (1), salvo che ne abbia assunto la garanzia (2). In questo caso egli risponde nei limiti di quanto ha ricevuto (3); deve inoltre corrispondere gli interessi, rimborsare le spese della cessione e quelle che il cessionario abbia sopportate per escutere il debitore (4), e risarcire il danno (5). Ogni patto diretto ad aggravare la responsabilità del cedente è senza effetto (6).

Quando il cedente ha garantito la solvenza del debitore, la garanzia cessa, se la mancata realizzazione del credito per insolvenza del debitore è dipesa da negligenza del cessionario nell’iniziare o nel proseguire le istanze contro il debitore stesso (7).


Commento

Interessi: [v. 1282].

 

Escutere: intentare un’azione giudiziaria contro un debitore per ottenere coattivamente il soddisfacimento del proprio credito.

 

Garanzia della solvenza: obbligo che il cedente assume nei confronti del cessionario di risarcirlo nel caso in cui il debitore ceduto non adempia.

 

Istanze contro il debitore: richieste al debitore e azioni legali per ottenere il soddisfacimento di un credito.

 

(1) Il cedente è quindi liberato nel momento stesso in cui cede il credito al cessionario (cessione pro soluto).

 

(2) Il cedente è liberato se e quando, ceduto il credito al cessionario, questi riceva l’adempimento da parte del debitore ceduto (cessione pro solvendo).

 

(3) Il cedente deve restituire al cessionario quanto questi abbia pagato per ottenere il credito, a prescindere da quello che il cessionario avrebbe ricevuto dall’adempimento del debitore ceduto.

 

(4) Ad esempio, spese legali.

 

(5) Secondo l’orientamento prevalente il risarcimento del danno è qui limitato ai soli danni emergenti, e non anche al lucro cessante [v. 1223].

 

(6) È cioè nullo per contrarietà a norme imperative di legge [v. 1418].

 

(7) Si vuole evitare che il cedente subisca un danno dal negligente comportamento del cessionario.

 

Il cedente è normalmente tenuto a garantire l’esistenza del credito [v. 1266] (nomen verum), non è invece tenuto a garantire che il debitore adempia: si parla in tal caso di cessione pro soluto.

 


Giurisprudenza annotata

Fallimento

Qualora, tramite un'operazione di giroconto, la somma erogata in via di anticipazione da una banca su un conto corrente di corrispondenza, a fronte della rimessa di effetti salvo buon fine da parte del cliente, venga riaccreditata su altro conto corrente scoperto del medesimo cliente, l'operazione non assume natura puramente contabile, ma funzione satisfattoria, venendo l'accreditamento utilizzato ad estinzione dello scoperto, con la conseguenza che la rimessa è soggetta a revocatoria fallimentare. Né rileva, in senso contrario, che le anticipazioni siano avvenute a fronte dello sconto di effetti non andati a buon fine, trattandosi, anche in questo caso, di somme erogate dalla banca su di un apposito conto, poi confluite sul conto corrente scoperto per ridurne l'esposizione.

Cassazione civile sez. I  13 febbraio 2013 n. 3507  

 

 

Obbligazioni e contratti

La cessione "pro soluto" dei crediti vantati da imprese nei confronti degli enti territoriali in favore di istituti bancari è ammissibile solo nell'ipotesi in cui sussista la volontà espressa del creditore di procedere alla cessione del proprio credito ed a seguito di apposita certificazione dell'ente territoriale, la quale attesti, nel rispetto delle disposizioni normative vigenti in tema di patto di stabilità, che il credito è certo, liquido ed esigibile (nella specie, la sezione ha ritenuto non ammissibile, in quanto potenzialmente elusivo delle regole del patto di stabilità interno, un accordo generalizzato tra ente locale ed istituti bancari che prevedeva la cessione "pro soluto" dei crediti vantati, nei confronti dell'ente locale, da soggetti esercenti attività di impresa).

Corte Conti reg. (Toscana) sez. contr.  17 gennaio 2012 n. 5  

 

In caso di cessione da parte dell'appaltatore di lavori per una pubblica amministrazione (committente) di una quota del credito del primo nei confronti di quest'ultima ad un cessionario (c.d. «factor») in forza di un rapporto di factoring, la pubblica amministrazione, debitore ceduto, può eccepire al cessionario l'intervenuta risoluzione per inadempimento del contratto di appalto che ha efficacia retroattiva tra le parti. (Conferma App. Torino 31 marzo 2003).

Cassazione civile sez. III  28 febbraio 2008 n. 5302  

 

In tema di cessione di credito, il debitore è legittimato ad opporre al cessionario tutte le eccezioni che avrebbe potuto sollevare nei confronti dell'originario creditore, ma, qualora dopo la cessione intervengano fatti incidenti sull'entità, esigibilità ed estinzione del credito, la loro efficacia deve essere valutata in relazione alla nuova situazione soggettiva stabilitasi in dipendenza del già perfezionato trasferimento del diritto. Pertanto, perfezionatasi la cessione con il semplice consenso, la risoluzione consensuale del contratto dal quale traeva origine il credito ceduto, convenuta tra l'originario creditore cedente ed il debitore ceduto, non è opponibile al cessionario in quanto, una volta realizzato il trasferimento del diritto, il cedente ne perde la relativa disponibilità, e non può validamente negoziarlo in danno del cessionario, per il disposto dell'art. 1256 c.c. - la cui ratio ha portata generale pur regolando la norma stessa fattispecie particolari - mentre il debitore ceduto, a conoscenza della cessione, non può ignorare tale circostanza.

Cassazione civile sez. III  15 marzo 2007 n. 5998

 

La cessione del credito in luogo dell'adempimento, prevista all'art. 1198 c.c., non comporta l'immediata liberazione del debitore originario, la quale consegue solo alla realizzazione del credito ceduto, ma soltanto l'affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito; all'interno di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulta insolvente il creditore può rivolgersi al debitore originario. Ne consegue che finché non è esigibile il credito ceduto pro solvendo, tale non è nemmeno il credito originario; mentre quando quest'ultimo diviene esigibile, non per ciò stesso lo diviene anche il credito originario, atteso l'onere della preventiva escussione (da parte del cessionario) del debitore ceduto, stante il rinvio operato dall'art. 1198, comma 2, c.c. Ne consegue ulteriormente che, non essendovi estinzione del debito originario - con trasformazione novativa in obbligazione accessoria di garanzia del debito ceduto - ma rimanendo in vita entrambi i debiti, con impossibilità di chiedere al cedente l'adempimento del debito originario in difetto di previa infruttuosa escussione del debitore ceduto, solo da tale momento, in conformità con il principio posto all'art. 2935 c.c., inizia a decorrere la prescrizione relativa al debito ceduto.

Cassazione civile sez. III  15 febbraio 2007 n. 3469  

 

In tema di cessione del credito in luogo dell'adempimento, ai sensi dell'art. 1198 c.c. grava sul cessionario che agisce nei confronti del cedente dare la prova dell'esigibilità del credito e dell'insolvenza del debitore ceduto, che vi è, cioè, stata escussione infruttuosa di quest'ultimo, e che la mancata realizzazione del credito per totale o parziale insolvenza del debitore ceduto non è dipesa da sua negligenza nell'iniziare o proseguire le istanze contro il debitore ceduto, essendo egli tenuto ad un comportamento volto alla tutela del credito ceduto, anche mediante richiesta di provvedimenti cautelari e conservativi, non potendo considerarsi il medesimo non diligente solamente in caso di estinzione non satisfattiva del credito ceduto o di perdita dell'azione, ma anche in ipotesi di insolvenza del debitore ceduto.

Cassazione civile sez. III  15 febbraio 2007 n. 3469  

 

La cessione del credito in luogo dell'adempimento, prevista dall'art. 1198 c.c., non comporta la immediata liberazione del debitore originario, che consegue solo alla realizzazione del credito ceduto, ma comporta l'affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito; all'interno di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulti insolvente il creditore potrà rivolgersi al debitore originario. (Cassa App. Lecce, sez. Taranto, 15 gennaio 2001).

Cassazione civile sez. III  29 marzo 2005 n. 6558

 

 

Imposte

In tema di imposte sui redditi, l'art. 66, comma 3, d.P.R. 22 dicembre 1986 n. 917, prevedendo che, al di fuori dell'ipotesi in cui il debitore sia assoggettato a procedure concorsuali, le perdite su crediti sono deducibili dal reddito imponibile soltanto se risultino da elementi certi e precisi, pone a carico del contribuente l'onere di allegare e documentare gli elementi di riferimento che hanno dato luogo alla perdita: pertanto, nell'ipotesi in cui l'Amministrazione abbia negato la deducibilità delle perdite su crediti acquistati a seguito di cessione, la mera allegazione che quest'ultima ha avuto luogo pro soluto anziché pro solvendo, secondo gli schemi predisposti dalla normativa civilistica, non esonera il contribuente dal documentare, mediante elementi certi e precisi (ad esempio, il prezzo stimato del credito rispetto al suo valore nominale), che la perdita risultante dalla cessione era da intendersi come oggettivamente definitiva, né preclude al giudice di merito l'esercizio del suo potere di apprezzare liberamente la sufficienza di quelle risultanze probatorie.

Cassazione civile sez. trib.  10 marzo 2006 n. 5357  



 
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