Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015

Codice civile Art. 128 codice civile: Matrimonio putativo

Codice civile Aggiornato il 16 gennaio 2015



Se il matrimonio è dichiarato nullo, gli effetti del matrimonio valido si producono, in favore dei coniugi, fino alla sentenza che pronunzia la nullità (1), quando i coniugi stessi lo hanno contratto in buona fede, oppure quando il loro consenso è stato estorto con violenza o determinato da timore di eccezionale gravità derivante da cause esterne agli sposi.

Il matrimonio dichiarato nullo ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli.

Se le condizioni indicate nel primo comma si verificano per uno solo dei coniugi, gli effetti valgono soltanto in favore di lui e dei figli.

Il matrimonio dichiarato nullo, contratto in malafede da entrambi i coniugi, ha gli effetti del matrimonio valido rispetto ai figli nati o concepiti durante lo stesso, salvo che la nullità dipenda da [bigamia o] (2) incesto.

Nell’ipotesi di cui al quarto comma, rispetto ai figli si applica l’articolo 251 (3).

Commento

Violenza: [v. 1435].

Matrimonio putativo: matrimonio invalido, ma contratto in buona fede da almeno uno dei coniugi.

Matrimonio nullo contratto in buona fede: presupposti necessari per la produzione degli effetti del matrimonio putativo sono l’esistenza di un atto matrimoniale e la buona fede di almeno uno dei coniugi. Pertanto, gli effetti del matrimonio putativo non si potrebbero produrre se il matrimonio fosse colpito da vizi così gravi da provocarne l’inesistenza (es.: l’assoluta mancanza del consenso di uno dei coniugi oppure la loro identità di sesso). La buona fede in questo caso equivale a ignoranza della causa di invalidità, imputabile ad un errore di fatto o di diritto. Si ritiene sufficiente, per la produzione degli effetti previsti dall’articolo, che la buona fede esista nel momento della celebrazione del matrimonio; non è necessario, invece, che questa condizione psicologica del coniuge si sia protratta nel periodo di tempo successivo. Quanto all’onere della prova, si applica in materia la generale presunzione di buona fede posta nel nostro ordinamento dall’art. 1147.

Incesto: reato che compie chi si congiunge carnalmente con un parente o un affine [v. 87], in modo che ne derivi pubblico scandalo (art. 564 c.p.). È punito dalla legge con la reclusione fino a otto anni.

 

(1) Ai sensi dell’art. 584, nel caso in cui la dichiarazione di nullità del matrimonio sia pronunziata dopo la morte di uno dei coniugi, il coniuge superstite mantiene i diritti successori che gli spettano secondo le regole della successione legittima [v. Libro II, Titolo II].

L’esistenza dei presupposti del matrimonio putativo incide anche sull’efficacia di eventuali donazioni obnuziali (cioè effettuate in vista di un futuro matrimonio). La regola generale è quella secondo cui l’annullamento del matrimonio determina la nullità di questa donazione, in quanto viene meno il motivo fondamentale per cui essa è stata compiuta. L’art. 785, comma 2, però, prevede che il coniuge di buona fede non è tenuto a restituire i frutti prodotti dal bene donato se percepiti prima della domanda di annullamento del matrimonio. Ciò in quanto, fino alla proposizione della domanda, l’altro coniuge non è a conoscenza del motivo di nullità del matrimonio: perciò sarebbe iniquo privarlo di quanto abbia acquisito nella fondata convinzione di essere titolare del bene. Dopo la proposizione della domanda, invece, la situazione di apparente titolarità del bene è rimossa ed è giusto attribuire al reale proprietario del bene donato i frutti che esso abbia prodotto nel frattempo.

(2) Le parole in parentesi quadra sono state soppresse ex art. 2, lett. b), d.lgs. 154/2013 cit.

L’eccezione relativa alla bigamia è stata soppressa, poiché l’unificazione dello stato di figlio ha eliminato le conseguenze di tale nullità matrimoniale relativamente ai figli, che acquistano in ogni caso lo stato di figli e vedono applicarsi comunque il regime della presunzione di paternità [v. 231].

(3) La soppressione del riferimento alla bigamia nel comma 4 ha imposto di riferire la nuova versione del comma 5 ai soli figli nati o concepiti nell’ambito di un matrimonio dichiarato nullo per incesto: per questi, la disciplina non può che essere indicata con il riferimento all’art. 251, nella nuova versione introdotta dalla legge-delega, per la quale dovrà aversi sempre riguardo all’interesse del figlio.

Giurisprudenza annotata

 

Matrimonio

La dichiarazione di efficacia, nello Stato italiano, della sentenza dichiarativa della nullità del matrimonio concordatario, intervenuta nel corso del giudizio di divorzio, non priva il giudice adito del potere-dovere di adottare le disposizioni concernenti l'affidamento, il mantenimento e l'educazione della prole, così come rimane ferma la possibilità per i coniugi di chiederne in ogni tempo la revisione, trovando applicazione le norme dettate in tema di matrimonio putativo.

Cassazione civile sez. I  14 luglio 2011 n. 15558  

 

Dopo la pronuncia di nullità del matrimonio si producono ugualmente gli effetti del matrimonio valido (art. 128, commi 2 e 4 c.c.) rispetto ai figli nati o concepiti durante il matrimonio e non si modifica sostanzialmente il regime giuridico per quanto concerne i provvedimenti che il giudice adotta nei loro riguardi, poiché l'art. 129, comma 2, c.c. richiama espressamente l'art. 155 c.c. Ne consegue che, resa esecutiva la sentenza della giurisdizione ecclesiastica dichiarativa della nullità del matrimonio, in pendenza della causa di cessazione degli effetti civili del matrimonio (o di separazione dei coniugi), per un verso non viene meno il potere-dovere del giudice di adottare i provvedimenti riguardo ai figli; per altro verso rimane ferma la possibilità per i coniugi di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti la misura e le modalità del contributo.

Cassazione civile sez. I  14 luglio 2011 n. 15558  

 

La pronunzia di nullità del matrimonio ecclesiastico sopravvenuta in pendenza del procedimento di separazione personale dei coniugi non comporta la cessazione della materia del contendere in ordine alla domanda di accertamento del diritto al mantenimento e/o agli alimenti, la quale ha la sua causa nel matrimonio e conserva la sua attualità anche a seguito della dichiarazione di nullità del matrimonio ecclesiastico, trovando applicazione la disciplina del matrimonio putativo. Tuttavia, nel caso in cui il giudice investito della delibazione della sentenza ecclesiastica abbia provveduto, seppure in via provvisoria, in ordine al mantenimento, ai sensi dell'art. 8 l. 25 marzo 1985 n. 121, nel procedimento di separazione non vi è più spazio per una pronunzia in ordine alla corresponsione dell'assegno di cui all'art. 129 c.c. al coniuge in buona fede.

Cassazione civile sez. I  11 settembre 2008 n. 23402  

 

Non sono fondate, con riferimento all'art. 3 cost. ed al principio di laicità dello Stato le q.l.c. dell'art. 18 l. 27 maggio 1929 n. 847 e degli art. 129 e 129 bis c.c., sollevata in quanto dette norme prevedono in caso di nullità del matrimonio concordatario che sia pronunciata dai tribunali ecclesiastici, con sentenza resa esclusiva nello Stato, pur in presenza di una consolidata comunione di vita fra i coniugi, l'applicabilità del regime patrimoniale dettato dall'ordinamento italiano per il matrimonio putativo, e non di quello (dai rimettenti ritenuto più favorevole per il coniuge sprovvisto di redditi adeguati) assicurato dalla l. n. 898 del 1970, in tema di scioglimento del matrimonio civile e di cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio concordatario. Il principio costituzionale di eguaglianza non rende costituzionalmente necessario lo stesso trattamento in ordine alle conseguenze patrimoniali derivanti dalla nullità del matrimonio e del divorzio, dal momento che sussiste una diversità strutturale tra le due fattispecie poste a raffronto e che soltanto il legislatore - nell'esercizio della sua discrezionalità - ha il potere di modificare il sistema vigente nella prospettiva di un accostamento di discipline. Per altro verso, dall'accoglimento della richiesta additiva rivolta dal rimettente deriverebbe una diversità di disciplina, per gli effetti patrimoniali, della nullità del matrimonio concordatario rispetto alla nullità del matrimonio civile, fonte essa stessa di una ingiustificata disparità di trattamento.

Corte Costituzionale  27 settembre 2001 n. 329  

 

 

Delibazione

È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 18 della legge n. 847 del 1929 nella parte in cui, per le conseguenze patrimoniali della sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio, rinvia alla disciplina del matrimonio civile putativo, anziché a quella prevista in caso di cessazione degli effetti civili del matrimonio, essendo rimesso esclusivamente alla discrezionalità del legislatore il potere di modificare il sistema vigente ed eventualmente elencarlo alla disciplina degli effetti patrimoniali della separazione e del divorzio.

Cassazione civile sez. I  08 novembre 2010 n. 22677  



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