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Art. 131 codice civile: Possesso di stato

Il possesso di stato, conforme all’atto di celebrazione del matrimonio, sana ogni difetto di forma (1).


Commento

Possesso di stato: complesso di fatti e circostanze dal quale si desume l’esistenza di una determinata situazione giuridica: nel caso in esame l’esistenza del matrimonio si desume dal possesso dello stato di coniuge.

 

 

(1) Le ipotesi alle quali si fa più spesso riferimento sono: il difetto di pubblicità, il difetto della richiesta di poter celebrare il matrimonio in un comune diverso, la mancanza del numero legale dei testimoni, la mancanza o la falsità della loro firma. Tuttavia, esse non sono vere e proprie cause di nullità, bensì fatti che determinano l’applicazione di sanzioni pecuniarie e che sono normalmente rettificabili. Il possesso di stato, comunque, non può eliminare gli effetti degli impedimenti al matrimonio.


Giurisprudenza annotata

Matrimonio

Ritenuto che per "extraterritorialità" in senso fisico di ogni ambasciata estera in Italia la celebrazione di matrimonio ivi contratto va ricondotta alle finalità (od alle estrinsecazioni) della "missione diplomatica", della quale deve essere garantito il libero e indisturbato esercizio, è valido sin dalla sua celebrazione (12 gennaio 1964) ed è trascrivibile nei registri di stato civile italiani, sanando ogni eventuale vizio di forma ex art. 131 c.c., il matrimonio celebrato, con il rito somalo, dinanzi a un agente consolare somalo, in seno all'Ambasciata di Somalia in Roma, a nulla rilevando, in contrario, né la convenzione de L'Aja del 1902 (sulla disciplina dei conflitti di leggi in materia matrimoniale), della quale non era "Parte" l'(inesistente) Stato somalo, né il d.P.R. 3 novembre 2000 n. 396 (sulla revisione e semplificazione dell'ordinamento dello stato civile).

Cassazione civile sez. I  17 dicembre 2010 n. 25564  

 

Il matrimonio tra una cittadina italiana ed un cittadino israeliano celebrato in Italia secondo il rito religioso ebraico deve ritenersi nullo per contrasto con la disposizione dell'art. 26 disp. prel. c.c. (applicabile, nella specie, "ratione temporis"), ma non inesistente, riscontrandosi, nella specie, la sussistenza dei requisiti minimi per la giuridica configurabilità del matrimonio medesimo, e cioè la manifestazione di una volontà matrimoniale da parte di due persone di sesso diverso espressa in presenza di un ufficiale celebrante (tale dovendosi ritenere, nella specie, il rabbino officiante la funzione), verificandosi, per converso, una situazione di inesistenza nella sola ipotesi in cui risulti "in radice" esclusa ogni possibilità di assegnare effetti ad un fatto non riconducibile nello schema del rapporto matrimoniale per totale assenza di quella realtà fenomenica che costituisce la base naturalistica della fattispecie. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, ancora, precisato che, diversamente opinando, il legislatore, nel modificare la disposizione di cui al ricordato art. 26 disp. prel., non avrebbe potuto considerare addirittura validi i matrimoni - come quello di specie - celebrati secondo la legge nazionale di uno dei coniugi anche se diversa dal luogo di celebrazione, postulando la modifica di cui all'art. 28 l. n. 218 del 1995 pur sempre la preesistenza di una fattispecie nulla, ma certamente non inesistente).

Cassazione civile sez. I  09 giugno 2000 n. 7877

 

Nella controversia inerente a matrimonio contratto all'estero da cittadini italiani, o da cittadino italiano con apolide, l'indagine sulla validità della celebrazione secondo la lex loci (art. 26 disp. prel. c.c.), e poi sugli effetti del rapporto secondo la legge italiana (art. 17 disp. prel. c.c.), con verifica dell'eventuale sanatoria di vizi formali, secondo le previsioni degli art. 113, 131, 132 e 137 c.c., postula il preventivo riscontro dei requisiti minimi per la giuridica configurabilità del matrimonio medesimo, cioè della manifestazione di volontà matrimoniale, da parte di due persone di sesso diverso, ad un ufficiale celebrante, atteso che, in caso contrario, verificandosi una situazione di inesistenza, resta in radice esclusa ogni possibilità di assegnare effetti ad un fatto non riconducibile nello schema del rapporto matrimoniale.

Cassazione civile sez. I  22 febbraio 1990 n. 1304

 

 

Efficacia della legge nel tempo

Il matrimonio tra una cittadina italiana ed un cittadino israeliano celebrato in Italia secondo il rito religioso ebraico deve ritenersi nullo per contrasto con la disposizione dell'art. 26 disp. prel. c.c. (applicabile, nella specie, "ratione temporis"), ma non inesistente, riscontrandosi, nella specie, la sussistenza dei requisiti minimi per la giuridica configurabilità del matrimonio medesimo, e cioè la manifestazione di una volontà matrimoniale da parte di due persone di sesso diverso espressa in presenza di un ufficiale celebrante (tale dovendosi ritenere, nella specie, il rabbino officiante la funzione), verificandosi, per converso, una situazione di inesistenza nella sola ipotesi in cui risulti "in radice" esclusa ogni possibilità di assegnare effetti ad un fatto non riconducibile nello schema del rapporto matrimoniale per totale assenza di quella realtà fenomenica che costituisce la base naturalistica della fattispecie. (Nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, ancora, precisato che, diversamente opinando, il legislatore, nel modificare la disposizione di cui al ricordato art. 26 disp. prel., non avrebbe potuto considerare addirittura validi i matrimoni - come quello di specie - celebrati secondo la legge nazionale di uno dei coniugi anche se diversa dal luogo di celebrazione, postulando la modifica di cui all'art. 28 l. n. 218 del 1995 pur sempre la preesistenza di una fattispecie nulla, ma certamente non inesistente).

Cassazione civile sez. I  09 giugno 2000 n. 7877  

 

 

 



 
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