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Art. 1340 codice civile: Clausole d’uso

Le clausole d’uso s’intendono inserite nel contratto, se non risulta che non sono state volute dalle parti (1).


Commento

Clausole d’uso: usi negoziali, da non confondersi con gli usi normativi [v. d. gen. 8]. Gli usi negoziali costituiscono delle pratiche comunemente e costantemente osservate nelle operazioni contrattuali in un dato luogo o ramo del commercio.

 

(1) Gli usi negoziali integrano il contenuto del contratto soltanto quando siano esplicitamente o implicitamente richiamati dalle parti. Sugli usi interpretativi, v. art. 1368.


Giurisprudenza annotata

Lavoro subordinato

Il compenso forfetario, che prescinde dallo straordinario effettivamente prestato e che è entrato a far parte della retribuzione ordinaria, costituisce un superminimo e perciò non può essere ridotto unilateralmente (confermata, nella specie, la decisione dei giudici del merito, che avevano condannato la società datrice di lavoro al pagamento in favore del lavoratore dell'importo dovuto a titolo di compenso a forfait per eventuale lavoro straordinario. La Corte territoriale aveva ritenuto che il compenso forfetario costituiva un superminimo, che prescindeva dallo straordinario effettivamente prestato e che era entrato a far parte della retribuzione ordinaria, e perciò non poteva essere ridotto unilateralmente).

Cassazione civile sez. lav.  05 gennaio 2015 n. 4  

 

La reiterazione costante e generalizzata di un comportamento favorevole del datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti che si traduca in trattamento economico o normativo di maggior favore rispetto a quello previsto dai contratti (individuali e collettivi) integra, di per sé, gli estremi dell'uso aziendale, il quale, in ragione della sua appartenenza al novero delle cosiddette fonti sociali - tra le quali vanno considerati sia i contratti collettivi, sia il regolamento d'azienda e che sono definite tali perché, pur non costituendo espressione di funzione pubblica, neppure realizzano meri interessi individuali, in quanto dirette a conseguire un'uniforme disciplina dei rapporti con riferimento alla collettività impersonale dei lavoratori di un'azienda - agisce sul piano dei singoli rapporti individuali allo stesso modo e con la stessa efficacia di un contratto collettivo aziendale. Ne consegue che ove la modifica "in melius" del trattamento dovuto ai lavoratori trovi origine nell'uso aziendale, ad essa non si applica né l'art. 1340 c.c. - che postula la volontà, tacita, delle parti di inserire l'uso o di escluderlo - né, in generale, la disciplina civilistica sui contratti - con esclusione, quindi, di un'indagine sulla volontà del datore di lavoro e dei sindacati - né, comunque, l'art. 2077, comma 2, c.c., con la conseguente legittimazione delle fonti collettive (nazionali e aziendali) di disporre una modifica in peius del trattamento in tal modo attribuito.

Cassazione civile sez. lav.  08 aprile 2010 n. 8342  

 

In caso di cessione d'azienda il dipendente perde il diritto al superminimo frutto di uso aziendale. L'uso nasce da un condotta spontanea del datore ed è solo fonte di un obbligo unilaterale di carattere collettivo del datore: agisce sui rapporti individuali come un contratto collettivo aziendale sostituendo alle clausole collettive in vigore quelle "interne" più favorevoli. Esso, però, non incide direttamente sul contratto individuale ma resta una fonte eteronoma come ogni contratto collettivo. E dunque non sopravvive ex art. 2077 c.c. al trasferimento dell'azienda, con cui la contrattazione collettiva nazionale e aziendale del cessionario si sostituisce del tutto a quella del cedente, anche se più sfavorevole.

Cassazione civile sez. lav.  17 marzo 2010 n. 6453  

 

L'uso aziendale costitutivo del diritto del lavoratore a fruire di una pausa giornaliera è suscettibile di essere modificato unilateralmente dal datore di lavoro, laddove si determini l'oggettivo cambiamento della situazione regolata, a seguito dell'introduzione di una nuova organizzazione del lavoro, implicante l'installazione di diversi macchinari con una postura meno scomoda ed un minor tempo di applicazione del personale.

Cassazione civile sez. lav.  21 agosto 2009 n. 18593  

 

 

Interessi

La clausola di un contratto bancario, che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, deve reputarsi nulla, in quanto si basa su di un uso negoziale (ex art. 1340 c.c.) e non su di un uso normativo (ex art. 1 e 8 prel. al codice civile), come, invece, esige l'art. 1283 c.c. laddove prevede che l'anatocismo (salve le ipotesi della domanda giudiziale e della convenzione successiva alla scadenza degli interessi) non possa ammettersi, "in mancanza di usi contrari"; inoltre, l'inserimento della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori in un contratto, in conformità alle cosiddette norme bancarie uniformi predisposte dall'A.B.I., non esclude la suddetta nullità, poiché a tali ultime norme deve riconoscersi soltanto il carattere di usi negoziali e non quello di usi normativi.

Tribunale Teramo  18 marzo 2013 n. 230  

 

La clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi, per quanto radicata nella prassi bancaria e contenuta nelle norme bancarie uniformi sui conti correnti di corrispondenza e servizi connessi, corrisponde ad un uso negoziale, imposto al correntista, e non normativo, con conseguente sua irrilevanza nel sistema delle fonti, cui esclusivamente richiama l'art. 1283 c.c. (nella parte in cui esonera dal rispetto dei limiti rigorosi ivi sanciti per l'anatocismo le situazioni sorrette da usi contrari). L'uso, quindi, può eventualmente rilevare ex art. 1340 c.c., ma mai derogare a norme imperative quale quella di cui all'art. 1283 c.c.

Tribunale Mondovi'  22 marzo 2010

 

 

Guerra

Ai fini della spettanza dei benefici combattentistici di cui alla legge n. 336 del 1970, l'espressione "profughi per l'applicazione del trattato di pace e categorie equiparate", utilizzata dall'art. 1 della medesima legge, riguarda soltanto i profughi coinvolti in maniera immediata e diretta negli effetti del trattato di pace e coloro che a questi profughi sono parificati da apposite leggi, sicché chi è tornato dalla Libia dopo l'agosto del 1969, e quindi per eventi non direttamente provocati dalla guerra o dal trattato di pace, può chiedere i benefici comuni per i profughi e i rimpatriati in generale, ma non anche i benefici speciali di cui alla legge n. 336 del 1970. Resta invece irrilevante la prassi aziendale osservata dalle Ferrovie dello Stato dal 1971 al 1985, sulla base di una circolare che estendeva i benefici combattentistici ai profughi dalla Libia non contemplati dalla legge n. 336 del 1970, atteso che sino alla stipulazione del contratto collettivo del giugno 1988, il rapporto di lavoro dei dipendenti delle Ferrovie dello Stato era soggetto alla disciplina pubblicistica, rispetto alla quale gli usi negoziali ex art. 1340 c.c. sono inefficaci e gli usi normativi ex art. 8 preleggi valgono solo in quanto richiamati dalla legge.

Cassazione civile sez. lav.  22 febbraio 2012 n. 2641  



 
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