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Art. 1348 codice civile: Cose future

La prestazione di cose future può essere dedotta in contratto (1), salvi i particolari divieti della legge (2).


Commento

Contratto: [v. Libro IV, Titolo II].

 

Cose (o beni) futuri: tutte le cose attualmente inesistenti e quindi che non possono essere oggetto di godimento ma sono suscettibili di diventarlo; può trattarsi di cose inesistenti in natura (es.: un appartamento da costruire); di frutti naturali (come i parti degli animali o i prodotti delle miniere); di frutti civili (come gli interessi delle somme prestate); può infine trattarsi di un diritto la cui venuta ad esistenza dipende dal verificarsi di una condizione.

 

(1) Il contratto può avere ad oggetto beni futuri: questi possono formare oggetto soltanto di rapporti obbligatori [v. 1173] finché la cosa non viene ad esistenza; da questo momento in poi possono costituire oggetto di diritti di godimento (diritto di proprietà, diritti reali di godimento, diritti personali di godimento).

 

(2) Così sono vietati gli atti di disposizione di eredità future [v. 458], le donazioni di beni futuri [v. 771] e l’ipoteca su beni futuri [v. 2823].

 


Giurisprudenza annotata

 

Appalto

Il contratto di appalto per la costruzione di un immobile senza concessione edilizia è nullo, ai sensi degli artt. 1346 e 1418 c.c., avendo un oggetto illecito, per violazione delle norme imperative in materia urbanistica, con la conseguenza che tale nullità, una volta verificatasi, impedisce sin dall'origine al contratto di produrre gli effetti suoi propri e ne impedisce anche la convalida ai sensi dell'art. 1423 c.c.; la nullità del contratto non sussiste quando la concessione edilizia assente nel momento in cui si avvia l'opera sopravviene in momento successivo purché prima della conclusione dell'intervento edilizio (nella specie, la data di ultimazione delle opere era antecedente a quella di rilascio della concessione edilizia, sicchè non può escludersi la invalidità del contratto di appalto, eseguito prima dell'ottenimento della concessione o autorizzazione amministrativa, non rilevando, peraltro, rispetto al rapporto contrattuale tra committente ed appaltatore, l'eventuale non configurabilità dell'illecito penale, stante la idoneità dell'illecito amministrativo ad incidere sulla validità del rapporto medesimo).

Cassazione civile sez. II  09 ottobre 2014 n. 21350  

 

 

Vendita

Nell'ipotesi di emptio spei speratae, a norma dell'art. 1472, comma 2, c.c., la vendita è soggetta alla condicio iuris della venuta ad esistenza della cosa alienata, la cui mancata realizzazione comporta non già la risoluzione del contratto per inadempimento, bensì la sua nullità per mancanza dell'oggetto. E poiché, ove si tratti dei frutti naturali della cosa, il passaggio di proprietà avviene, a mente dell'art. 821 c.c., con la separazione dei primi dalla seconda, ne consegue che il rischio del verificarsi di eventi che impediscano la venuta ad esistenza dei frutti naturali della cosa, al pari del rischio della mancata venuta ad esistenza di quest'ultima, è a carico del venditore, giacché grava su di esso, salvo patto contrario, l'obbligazione di separazione dei frutti dalla cosa principale che si trovi nel suo dominio e possesso e, dunque, nella sua disponibilità giuridica e materiale. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto nullo, per inesistenza dell'oggetto, la compravendita di frutti pendenti da un agrumeto mai venuti a maturazione a causa di gelate).

Cassazione civile sez. II  30 giugno 2011 n. 14461  

 

Il rimedio della garanzia per vizi, apprestato dall'art. 1490 c.c. a tutela del compratore, opera anche nell'ipotesi di vendita di cosa futura.

Cassazione civile sez. II  07 marzo 2007 n. 5202  

 

 

Diritti d'autore

Nel contratto di edizione di opera da crearsi, cui si applicano i principi generali dettati in tema di contratto con prestazione di cosa futura (art. 1348 c.c.). l'editore non può sindacare bontà e valore intrinseci all'opera, una volta che abbia assunto l'obbligo di pubblicarla, in quanto l'obbligazione dell'autore non contiene una tale garanzia, essendo, piuttosto, il relativo rischio connesso strutturalmente alla posizione dell'editore. Pertanto, elemento giuridico essenziale per la completezza di tale fattispecie è la consegna da parte dell'autore dell'opera dell'ingegno prevista, formalmente compiuta, cosicché l'editore possa pubblicarla per trarne il godimento connesso allo sfruttamento.

Cassazione civile sez. I  08 novembre 1995 n. 11599  

 

Nel contatto di edizione di opera da crearsi, cui si applicano i principi generali dettati in tema di contratto con prestazione di cosa futura (art. 1348 c.c.) l'editore non può sindacare bontà e valore intrinseci all'opera, una volta che abbia assunto l'obbligo di pubblicarla, in quanto l'obbligazione dell'autore non contiene una tale garanzia, essendo, piuttosto, il relativo rischio connesso strutturalmente alla posizione dell'editore. Pertanto, elemento giuridico essenziale per la completezza di tale fattispecie è la consegna da parte dell'autore dell'opera dell'ingegno prevista, formalmente compiuta, cosicché l'editore possa pubblicarla per trarne il godimento connesso allo sfruttamento.

Cassazione civile sez. I  08 novembre 1995 n. 11599  

 

 

Giudizio di rinvio

Allorquando una sentenza della Corte di cassazione abbia fissato, ai sensi dell'art. 384, comma 1, c.p.c., i criteri che devono informare la risoluzione della controversia, tutte le questioni in proposito precedentemente dedotte devono intendersi implicitamente decise, quale presupposto necessario, logicamente inderogabile, della pronuncia espressa in diritto, con la conseguenza che la sentenza che dispone il rinvio vincola il giudice al quale la causa è rinviata, non solo ai principi di diritto affermati, ma anche in relazione ai necessari presupposti di fatto da ritenersi accertati in via definitiva nella precorsa fase di merito, quali premesse logico giuridiche della pronuncia di annullamento. (Fattispecie in cui controvertendosi tra le parti circa la validità delle dimissioni rassegnate dalla lavoratrice, siccome frutto di intimidazione, la S.C. aveva annullato la sentenza di merito per aver applicato alla fattispecie sottoposta al suo esame il disposto dell'art. 1438 c.c. e non invece quello dell'art. 1435 c.c., essendo rimasta accertata, nella pregressa fase di merito, la condotta oggettivamente intimidatoria, consistente nella minaccia di licenziamento e di denuncia penale. La S.C. ha annullato la sentenza del giudice di rinvio, per non essersi attenuta al disposto dell'art. 384 c.p.c., rimettendo in discussione l'esistenza di una condotta obiettivamente minacciosa).

Cassazione civile sez. lav.  01 giugno 2000 n. 7279  



 
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