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Art. 1430 codice civile: Errore di calcolo

L’errore di calcolo non dà luogo ad annullamento del contratto, ma solo a rettifica, tranne che, concretandosi in errore sulla quantità, sia stato determinante del consenso (1).


Commento

Errore di calcolo: si verifica quando sono esatti i dati da computare, ma l’operazione aritmetica viene sbagliata.

 

(1) L’errore di calcolo non dà luogo all’annullamento del contratto, ma solo alla rettifica; ragione per cui si esegue nuovamente l’operazione aritmetica e si indica il calcolo corretto.

 

Nell’errore di calcolo i fattori sono correttamente conosciuti dalle parti ma vi è errore nell’operazione matematica (es.: 6X5= 44). Se, invece, vi è errore in uno dei fattori (es.: credo che le patate che sto acquistando siano 2 kg, invece sono 5 kg), e calcolo male il prezzo, in tal caso si verte in un’ipotesi di errore vizio, con la conseguenza che il contratto è annullabile.


Giurisprudenza annotata

Pubblica amministrazione

L'errore di calcolo nell'ordinamento civile ha specifica disciplina che è applicabile analogicamente, in quanto espressivo di un principio generale, all'offerta presentata nel procedimento d'evidenza pubblica; con un norma materiale, e non di fattispecie, l'art. 1430 c.c., anziché comminare l'annullabilità del contratto affetto da errore di calcolo, prescrive la rettifica, eccettuando il caso dell'errore (di calcolo) sulla quantità che sia stato determinante del consenso. Quindi, la disciplina richiamata trasposta (ex art. 1324 c.c.) nell'ambito in esame, ossia alla dichiarazione negoziale contenuta nell'offerta offre, iure positivo, ulteriore e decisivo indice della legittimità della correzione (recte rettifica), effettuata dalla stazione appaltante, della percentuale complessiva di ribasso, sempre che l'esatta quantificazione (in numerario) del prezzo offerto non sia in discussione.

T.A.R. Genova (Liguria) sez. II  22 gennaio 2014 n. 101  

 

 

Obbligazioni e contratti

Qualora il contenuto del contratto, sì come risulta materialmente redatto, non corrisponda - quanto alle espressioni usate - alla comune, reale, volontà delle parti per erronea formulazione, redazione o trascrizione di elementi di fatto a esso afferenti, deve ritenersi, ancorché la discordanza non emerga "prima facie" dalle tavole negoziali, che tale situazione non integra alcuna delle fattispecie dell'errore ostativo (e che, di conseguenza, non trova applicazione la normativa dettata in tema di annullamento del contratto per tale vizio), vertendosi, viceversa, in tema di mero errore materiale, ricostruibile con ogni mezzo di prova, al di là della forma di volta in volta richiesta per il contratto cui afferisce, onde consentire al giudice la formazione di un corretto convincimento circa la reale ed effettiva volontà dei contraenti.

Cassazione civile sez. I  09 aprile 2008 n. 9243

 

La rettifica del contratto ai sensi dell'art. 1430 c.c. è possibile soltanto qualora l'errore di calcolo sia rilevabile "ictu oculi" ovvero quando, all'esame di un contraente modello normalmente diligente alla stregua delle circostanze concrete, esso appaia evidente perché manifestato o dall'abnormità del risultato del conteggio ovvero dalla palese diversità del criterio di calcolo seguito rispetto a quello concordato e non invece quando per la presenza del notaio e per la circostanza che i conteggi siano stati predisposti da una banca sarebbe potuto emergere soltanto a seguito di una verifica complessa.

Tribunale Cagliari  06 novembre 2006 n. 2715  

 

 

Procedimento tributario

In tema di contenzioso tributario, la conciliazione giudiziale, prevista dall'art. 48 d.lg. 31 dicembre 1992 n. 546, costituisce un istituto deflativo di tipo negoziale, attinente all'esercizio di poteri dispositivi delle parti, che postula la formale contestazione della pretesa erariale nei confronti dell'Amministrazione e l'instaurazione del rapporto processuale con l'organo giudicante, e si sostanzia in un accordo tra le parti, paritariamente formato, avente efficacia novativa delle rispettive pretese, in ordine al quale il giudice tributario è chiamato ad esercitare un controllo di legalità meramente estrinseco, senza poter esprimere alcuna valutazione relativamente alla congruità dell'importo sul quale l'ufficio e il contribuente si sono accordati. Pertanto, l'errore di calcolo in cui le parti siano incorse nella definizione dell'imponibile o nella determinazione dell'entità del prelievo ricavabile dai parametri di tassazione, in tanto può dar luogo a rettifica, in quanto ricorrano i presupposti di cui all'art. 1430 c.c. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva accolto il ricorso proposto dal contribuente avverso un avviso di accertamento delle imposte sul reddito, emesso nonostante l'intervenuta conciliazione, ritenendo che l'errore di calcolo fatto valere dall'Amministrazione non fosse riconoscibile dal ricorrente, in quanto dal verbale di conciliazione non risultavano i dati in base ai quali doveva computarsi il prelievo).

Cassazione civile sez. trib.  03 ottobre 2006 n. 21325  

 

 

Interessi

Nei mutui a tasso fisso con rimborso graduale a quote capitali progressive, la progressione dell’ammortamento cd. “alla francese” discende dalla rata costante indicata nel contratto: una volta che sia stabilito il numero complessivo delle rate costanti, il mutuatario non è più esposto ad alcuna variazione del tasso d’interesse dall’ente mutuante. Se nel piano di ammortamento fosse indicata una rata diversa, sarebbe evidente la sussistenza di un errore nella elaborazione dei dati, errore che potrebbe giustificare l’annullamento del contratto ex art. 1430 c.c., non la nullità della clausola relativa agli interessi.

Tribunale Benevento  19 novembre 2012 n. 1936  

 

 

Comunione e condominio

In tema di revisione e modificazione delle tabelle millesimali, qualora i condomini, nell'esercizio della loro autonomia, abbiano espressamente dichiarato di accettare che le loro quote nel condominio vengano determinate in modo difforme da quanto previsto negli art. 1118 c.c. e 68 disp. att. c.c., dando vita alla "diversa convenzione" di cui all'art. 1123, comma 1, ultima parte, c.c., la dichiarazione di accettazione ha valore negoziale e, risolvendosi in un impegno irrevocabile di determinare le quote in un certo modo, impedisce di ottenerne la revisione ai sensi dell'art. 69 disp. att. c.c., che attribuisce rilievo esclusivamente alla obiettiva divergenza tra il valore effettivo delle singole unità immobiliari dell'edificio ed il valore proporzionale ad esse attribuito nelle tabelle. Ove, invece, tramite l'approvazione della tabella, anche in forma contrattuale (mediante la sua predisposizione da parte dell'unico originario proprietario e l'accettazione degli iniziali acquirenti delle singole unità immobiliari, ovvero mediante l'accordo unanime di tutti i condomini), i condomini stessi intendano (come, del resto, avviene nella normalità dei casi) non già modificare la portata dei loro rispettivi diritti ed obblighi di partecipazione alla vita del condominio, bensì determinare quantitativamente siffatta portata (addivenendo, così, alla approvazione delle operazioni di calcolo documentate dalla tabella medesima), la semplice dichiarazione di approvazione non riveste natura negoziale, con la conseguenza che l'errore il quale, in forza dell'art. 69 disp. att. c.c., giustifica la revisione delle tabelle millesimali, non coincide con l'errore vizio del consenso, di cui agli art. 1428 ss. c.c., ma consiste, per l'appunto, nella obiettiva divergenza tra il valore effettivo delle singole unità immobiliari ed il valore proporzionale ad esse attribuito.

Cassazione civile sez. II  26 marzo 2010 n. 7300  



 
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