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Art. 1431 codice civile: Errore riconoscibile

L’errore si considera riconoscibile quando, in relazione al contenuto, alle circostanze del contratto ovvero alla qualità dei contraenti, una persona di normale diligenza avrebbe potuto rilevarlo (1).


Commento

Errore: [v. 1428].

 

(1) Non è rilevante il fatto che in concreto l’errore non sia stato riconosciuto dall’altra parte contraente; infatti, la legge ha riguardo unicamente all’astratta possibilità di rilevare l’errore senza un particolare sforzo valutativo.

 


Giurisprudenza annotata

Contratti agrari

In tema di prelazione agraria, prevista dall'art. 8 l. 26 maggio 1965 n. 590, l'erronea identificazione dell'oggetto del contratto, nel preliminare comunicato all'avente diritto alla prelazione, quando l'errore sia comune al promittente venditore e al promissario acquirente (che concordemente hanno inteso l'oggetto del contratto in parte diverso - e, segnatamente, minore - rispetto a quello descritto nell'atto), determina, sul piano dei rapporti interni tra i contraenti, non un errore ostativo che rende annullabile il contratto, bensì una mancanza di consenso sulla promessa vendita di una parte del bene, con la conseguenza che i contraenti non possono ritenersi vincolati al trasferimento anche di quella porzione che avevano, invece, univocamente e congiuntamente inteso escludere. Nondimeno, sul piano dei rapporti con l'avente diritto alla prelazione, poiché il medesimo contratto oggetto di denuntiatio integra nei suoi confronti una proposta contrattuale complessa, si applica la disciplina dell'errore ostativo unilaterale, con l'ulteriore conseguenza che accertata dal giudice di merito - con apprezzamento di fatto, incensurabile in sede di legittimità se congruamente e logicamente motivato - la riconoscibilità dell'errore da cui tale proposta era affetta, risulta annullabile il contratto conclusosi ipso iure, in virtù del positivo riscontro da parte dell'avente diritto alla prelazione alla comunicazione del preliminare, tra costui ed il promittente venditore.

Cassazione civile sez. III  12 marzo 2013 n. 6116  

 

 

 

Obbligazioni e contratti

L'esigenza di conservazione del contratto presuppone una verifica giudiziale (di mero fatto ed in applicazione dei criteri generali dell'ermeneutica contrattuale) sulla estensione dell'effettiva e reale volontà delle parti, alla quale dovrà riconoscersi prevalenza - senza che sia possibile addivenire all'annullamento del contratto per errore ostativo, pur in presenza di erronea formulazione, redazione o trascrizione di elementi di fatto nel documento contrattuale - ove si identifichi un accordo effettivo e reale su tutti gli elementi del contratto, in primo luogo il suo oggetto. Per contro, ove il contenuto apparente di singole clausole risulti diverso da quello realmente voluto dalle parti, dovrà ritenersi mancante il requisito dell'in "idem placitum consensus", indispensabile per la configurabilità, sul punto, di un accordo contrattuale.

Cassazione civile sez. III  12 marzo 2013 n. 6116  

 

Il principio di rilevanza dell'errore in base alla sua riconoscibilità, benché espressamente dettato in riferimento all'annullamento del contratto per vizi del consenso, esprime un principio generale dell'ordinamento in materia di idoneità invalidante dell'errore. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto infondata la censura di violazione dell'art. 490 c.p.c., per inosservanza dell'obbligo di pubblicità di un atto del processo esecutivo, avendo il giudice del merito, in base a motivazione esente da censure, escluso la rilevanza dell'erronea indicazione dell'estensione del terreno staggito nell'avviso d'asta predisposto dal notaio e pubblicato per via informatica, giacché a tale pubblicazione era allegata la perizia integrale sul bene e, inoltre, era risultata esatta l'indicazione della consistenza del terreno nella pubblicità apparsa su un quotidiano, così da rendere facilmente riconoscibile l'errore materiale anzidetto).

Cassazione civile sez. III  18 luglio 2011 n. 15729  

 

 

Comunione e condominio

L'amministratore di condominio, essendo obbligato, ex art. 1130, comma 1, n. 1, c.c., a eseguire le deliberazioni dell'assemblea dei condomini, è autonomamente legittimato a resistere nelle conseguenti controversie, ai sensi del comma 1 dell'art. 1131 c.c., che, nei limiti delle attribuzioni stabilite dall'articolo precedente o dei maggiori poteri conferitigli dal regolamento di condominio o dall'assemblea, gli riconosce la rappresentanza dei condomini ( n el caso in esame la Corte ha ritenuto che l'amministratore rispondesse della corretta esecuzione dell'incarico della video ispezione delle canne fumarie e del maggior costo rispetto a quanto previsto in sede assembleare, non sussistendo la legittimazione esclusiva dei condomini a verificare l'esatto impiego dei fondi, in quanto incisi dal predetto danno). (Cassa App. Milano 8 febbraio 2010 n. 307).

Cassazione civile sez. II  11 maggio 2012 n. 7401  

 

 

Lavoro subordinato

In tema di determinazione del trattamento retributivo spettante al lavoratore subordinato, una volta accertata in giudizio l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato in contrasto con la qualificazione del rapporto come autonoma operata dalle parti, trova applicazione - salvo che per le indennità di fine rapporto che maturano al momento della cessazione del rapporto medesimo - il principio dell'assorbimento, per cui ove il trattamento economico complessivamente erogato in concreto dal datore di lavoro risulti superiore a quello minimo dipendente dalla qualificazione del rapporto, non debbono essere liquidate mensilità aggiuntive commisurate ai compensi periodicamente corrisposti, dovendosi, peraltro, escludere che il lavoratore sia tenuto, sulla mera richiesta del datore di lavoro, a restituire tale eccedenza, atteso che i contratti collettivi stabiliscono le retribuzioni minime spettanti ai lavoratori di una determinata categoria, senza che ciò impedisca al datore di lavoro di erogare ai propri dipendenti paghe superiori, siano esse semplicemente offerte al lavoratore o determinate da una contrattazione ovvero conseguenti alla diversa e inesatta qualificazione del rapporto tra le parti, la quale può essere frutto di un errore delle parti ma anche della volontà di usufruire di una normativa specifica ovvero di eluderla. Ne consegue che il datore di lavoro, ove chieda la restituzione delle somme erogate in eccesso rispetto ai minimi previsti dalla contrattazione collettiva, ha l'onere di dimostrare che la maggior retribuzione è stata determinata da un errore essenziale avente i requisiti di cui agli art. 1429 e 1431 c.c.

Cassazione civile sez. lav.  09 marzo 2011 n. 5552  

 

 

Delibazione

Non ogni vizio del consenso accertato nelle sentenze ecclesiastiche di nullità del matrimonio consente di riconoscere l'efficacia nell'ordinamento interno, dandosi rilievo nel diritto canonico, in quanto incidenti sull'iter formativo del volere, anche a motivi, fatti e circostanze relativi al cd. foro interno, e non significativi, però, in rapporto al nostro ordine pubblico, per il quale solo cause esterne ed oggettive possono incidere sulla formazione e manifestazione della volontà dei nubenti, viziandola o facendola mancare. L'errore, se indotto da dolo, che rileva nell'ordinamento canonico, ma non in quello italiano, se accertato come causa di invalidità in una sentenza ecclesiastica, potrà dare luogo al riconoscimento di questa in Italia solo se sia consistito in una falsa rappresentazione della realtà che abbia avuto ad oggetto circostanze oggettive, incidenti su connotati stabili e permanenti, qualificanti la persona dell'altro nubente. Appare, quindi, in contrasto assoluto con il nostro ordine pubblico interno la rilevanza, sulla formazione del volere dei nubenti, data in sede canonica ad un errore soggettivo: va negato, pertanto, il riconoscimento dell'efficacia del giudicato canonico di nullità matrimoniale nel caso in cui la rilevanza dell'ignoranza di uno dei nubenti sull'infedeltà dell'altro prima del matrimonio è plausibile in rapporto alle istanze etiche del matrimonio religioso ed alla "specificità" del diritto canonico, ma non è assolutamente compatibile con l'ordine pubblico italiano.

Cassazione civile sez. un.  18 luglio 2008 n. 19809  



 
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