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Art. 1432 codice civile: Mantenimento del contratto rettificato

La parte in errore non può domandare l’annullamento del contratto se, prima che ad essa possa derivarne pregiudizio, l’altra offre di eseguirlo in modo conforme al contenuto e alle modalità del contratto che quella intendeva concludere (1).


Commento

Errore: [v. 1428]; Annullamento: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII].

Rettifica del contratto: atto con il quale la parte non in errore modifica il contratto viziato da errore rendendolo conforme al contenuto programmato dalla parte che è caduta in errore.

 

(1) La legge usa il termine offerta in senso improprio, giacché non è richiesta l’accettazione della rettifica da parte del contraente caduto in errore.

 

La parte caduta in errore può rifiutare l’offerta di rettifica solo nel caso in cui, a causa di eventi sopravvenuti, possa riceverne un pregiudizio.


Giurisprudenza annotata

Potestà dei genitori

Il contratto di compravendita immobiliare, stipulato dal genitore esercente la potestà sul figlio minorenne, impiegando il denaro di questo nell'interesse proprio, in violazione delle modalità prescritte dal giudice tutelare in sede di autorizzazione, è annullabile su iniziativa del figlio, ai sensi dell'art. 322 cod. civ., decorrendo il termine quinquennale di prescrizione dal compimento della maggiore età. Né è precluso l'accoglimento della domanda di annullamento parziale per incapacità legale, attinente alla sola parte del contratto che indica la persona dell'acquirente, in applicazione analogica dell'art. 1432 cod. civ., allorché ne faccia richiesta lo stesso soggetto in precedenza incapace, ritenendo la soluzione conforme ai propri interessi e purché non ne derivi alcun pregiudizio per la controparte. Cassa con rinvio, App. Genova, 03/06/2011

Cassazione civile sez. VI  29 maggio 2014 n. 12117  

 

 

Obbligazioni e contratti

L'errore nella dichiarazione o nella sua trasmissione da parte della persona o dell'ufficio che ne è stato incaricato, regolato dagli art. 1432 e 1433 c.c., deve essere sempre preceduto dall'interpretazione del contratto, perché quando è possibile ricostruire la comune intenzione delle parti, secondo quanto stabilito dagli art. 1362 e 1363 c.c., non è applicabile la disciplina giuridica dell'errore ostativo come vizio del consenso produttivo, in presenza delle condizioni previste dalla legge, dell'annullamento del contratto. Pertanto, quando il regolamento negoziale, così come materialmente redatto, non corri sponda, quanto alle espressioni usate, alla comune ed effettiva volontà delle parti, per erronea formulazione, redazione o trascrizione di elementi di fatto, anche se la discordanza non emerga dalla semplice lettura del testo, si deve ritenere esistente un mero errore materiale, ricostruibile con ogni mezzo di prova, indipendentemente dalla forma propria del contratto cui si riferisce. (Nella fattispecie, nella quale il cliente di un istituto bancario aveva lamentato l'acquisto di titoli mobiliari in misura nettamente inferiore alla quantità indicata nell'ordine compilato dall'addetto dell'istituto bancario, la S.C., confermando la sentenza di secondo grado, ha riconosciuto l'esistenza di un mero errore materiale di compilazione da parte dell'incaricato, in quanto i titoli acquistati corrispondevano alle disponibilità finanziarie del cliente al momento dell'ordine e avevano un controvalore identico alla provvista versata dal cliente qualche giorno dopo l'acquisto).

Cassazione civile sez. I  09 aprile 2008 n. 9243  

 

L'errore che incide sulla volontà negoziale può giustificare l'annullamento del negozio solo se abbia determinato la conclusione di condizioni diverse da quelle che senza la falsa rappresentazione della realtà sarebbero state stipulate, come si desume, oltre che dai principi generali in materia, dalla disposizione dell'art. 1432 c.c. secondo cui non può essere domandato l'annullamento del contratto se l'altra parte elimini ogni possibilità di pregiudizio che possa derivare alla parte il cui consenso è stato viziato. (Nella specie la S.C. ha confermato la decisione dei giudici del merito i quali avevano respinto l'impugnativa per errore di una dichiarazione liberatoria apposta da una parte in calce ad un conteggio predisposto dall'altra parte avendo escluso apprezzabili omissioni di partite nel conto medesimo).

Cassazione civile sez. III  23 febbraio 1981 n. 1081  

 

 

Locazione di cose

In tema di prelazione urbana ex art. 38 della legge n. 392 del 1978 la denuntiatio, ancorché non possa qualificarsi come vera e propria proposta contrattuale, resta soggetta, nei limiti previsti dall'art. 1324 c.c. ai principi valevoli per i contratti, fra i quali quello della conservazione, della convalida e della rettifica del negozio. Ne consegue che va considerata legittimamente esercitata la prelazione da parte del conduttore che sia destinatario di un invito rivoltogli dal locatore a stipulare un preliminare di vendita dopo la sua adesione alla relativa denuntiatio, ancorché questa sia stata indirizzata, per errore, al precedente conduttore dell'immobile, ove le circostanze ed i tempi del successivo invito del locatore lascino presumere che con esso si sia da quest'ultimo espresso l'intento di mantenere valida quella sua pregressa manifestazione di volontà con la rettificazione di quell'errore, in corrispondenza della conforme offerta del suo destinatario.

Cassazione civile sez. III  05 giugno 1992 n. 6936  

 

 

Danni

Nel caso di acquisto di un immobile per un prezzo che il compratore abbia accettato nell'erronea convinzione, ingenerata con raggiro, della corrispondenza di esso a quello di mercato, e del possibile ricavo di un reddito rivelatosi irrealizzabile, il danno subito dall'acquirente, il quale agisca per il risarcimento, pur senza chiedere l'annullamento del contratto, va identificato, oltre che nella differenza tra il reddito avuto di mira e quello in realtà realizzato (lucro cessante), anche nella differenza tra il prezzo versato e quello effettivo di mercato (danno emergente), in quanto conseguenza immediata e diretta dell'illecito. Nè quest'ultimo danno viene meno in conseguenza del maggior valore acquistato dall'immobile, per la rivalutazione dovuta al diminuito potere di acquisto della moneta, che non può compensare la perdita verificatasi con il versamento di una somma di denaro superiore a quella corrispondente al valore dell'immobile al tempo della compravendita e perché non può operare la "compensatio lucri cum damno" non traendo l'incremento patrimoniale origine dallo stesso fatto illecito che ha dato luogo al pregiudizio.

Cassazione civile sez. III  09 febbraio 1980 n. 921  



 
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