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Art. 1434 codice civile: Violenza

La violenza è causa di annullamento del contratto, anche se esercitata da un terzo.


Commento

Violenza: [v. 1435].


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti

In tema di violenza morale, non costituisce minaccia invalidante il negozio, ai sensi dell'art. 1434 e ss. del codice civile, la mera rappresentazione interna di un pericolo, ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti; sul punto, infatti, va ricordato che, perché la minaccia sia idonea ad invalidare il negozio, occorre che sussistano determinati presupposti, e cioè che essa sia specificamente finalizzata ad estorcere il consenso alla conclusione di uno dei contraenti, provenga dal comportamento posto in essere da una delle parti o da un terzo e risulti di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, il quale, in assenza di minaccia, non avrebbe concluso il negozio.

Tribunale Milano sez. VII  02 dicembre 2014 n. 14305  

 

Affinchè la minaccia sia idonea ad invalidare il negozio, deve essere specificamente finalizzata ad estorcere il consenso alla conclusione del contratto di uno dei contraenti, provenire dal comportamento posto in essere da una delle parti o da un terzo e risultare di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, che in assenza della minaccia non avrebbe concluso il negozio; per cui non costituisce minaccia invalidante il negozio, ai sensi dell’art. 1434 e ss. c.c., la mera rappresentazione interna di un pericolo, ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti.

Tribunale Milano sez. VII  02 dicembre 2014 n. 1430

 

In materia di annullamento del contratto per vizi della volontà, si verifica l’ipotesi della violenza, invalidante il negozio giuridico qualora uno dei contraenti subisca una minaccia specificamente finalizzata ad estorcere il consenso alla conclusione del contratto, proveniente dal comportamento posto in essere dalla controparte o da un terzo e risultante di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, che in assenza della minaccia non avrebbe concluso il negozio. Ne consegue che non costituisce minaccia invalidante il negozio, ai sensi dell’art. 1434 e ss. c.c.. la mera rappresentazione interna di un pericolo. ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti.

Tribunale Milano sez. IV  28 ottobre 2013 n. 13478  

 

La minaccia di far valere un diritto assume i caratteri della violenza morale, invalidante il consenso prestato per la stipulazione di un contratto, ai sensi dell'art. 1438 c.c., soltanto se è diretta a conseguire un vantaggio ingiusto; il che si verifica quando il fine ultimo perseguito consista nella realizzazione di un risultato che, oltre ad essere abnorme e diverso da quello conseguibile attraverso l'esercizio del diritto medesimo, sia anche esorbitante ed iniquo rispetto all'oggetto di quest'ultimo, e non quando il vantaggio perseguito sia solo quello del soddisfacimento del diritto nei modi previsti dall'ordinamento. (Nella specie, con riferimento ad una pattuizione di aumento degli interessi convenzionali stipulata tra i mutuatari e l'istituto di credito mutuante, la S.C. ha negato che potesse integrare violenza morale l'asserita minaccia consistita nel prospettare l'eventualità che, in mancanza di accordi sulla dilazione di pagamento, la banca avrebbe insistito nell'azione esecutiva in essere e non avrebbe richiesto un rinvio della imminente vendita già fissata, non potendo riferirsi la valutazione in termini di ingiustizia all'esercizio dell'azione esecutiva in sé considerata, né reputarsi iniqua la concessione in via transattiva della dilazione di pagamento da parte dell'istituto di credito a fronte del riconoscimento di un rincaro del tasso di interessi sulle somme ancora dovute dai debitori esecutati).

Cassazione civile sez. III  23 agosto 2011 n. 17523  

 

In tema di nullità del contratto per contrarietà a norme imperative in difetto di espressa previsione in tal senso (cd. «¿nullità virtuale¿»), ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità, che va, pertanto, esclusa sia quando risulta prevista una diversa forma di invalidità (es. annullabilità), sia quando la legge assicura l'effettività della norma imperativa con la previsione di rimedi diversi. (Nella specie, relativa a domanda di declaratoria di nullità del contratto di vendita di un immobile cui l'istante deduceva di essere stato costretto dall'acquirente con minaccia e pressione usuraria, la S.C., nel confermare la sentenza di rigetto dei giudici di merito, ha ritenuto non applicabile l'art. 1418 c.c. ed indicato come parametri normativi di riferimento gli art. 1434 e 1435 c.c., cui pure la corte territoriale aveva fatto ricorso, rilevando che la relativa azione non era stata proposta entro il termine prescrizionale di cinque anni né tale statuizione era stata specificamente impugnata).

Cassazione civile sez. VI  14 dicembre 2010 n. 25222  

 

 

Lavoro subordinato

La violenza morale esercitabile dal datore di lavoro, che può determinare l'annullabilità delle dimissioni rassegnate dal lavoratore, può esprimersi secondo modalità variabili e indefinite, anche non esplicite; può agire anche solo come concausa, ed essere ravvisata nella minaccia dell'esercizio di un diritto, quando la relativa prospettazione sia immotivata e strumentale. (Nella specie, il datore di lavoro aveva disposto il trasferimento di un dipendente in una sede lontana dal suo luogo di residenza e il lavoratore aveva rassegnato le dimissioni al fine di evitare il trasferimento ed il connesso mutamento di mansioni, ed aveva poi impugnato in giudizio l'atto risolutivo; la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva escluso la configurabilità di una coartazione della volontà del dipendente nella determinazione di rassegnare le dimissioni, riscontrando anzi l'attribuzione al lavoratore di mensilità aggiuntive quale incentivo all'esodo).

Cassazione civile sez. lav.  01 dicembre 2010 n. 24363

 

Le dimissioni del lavoratore sono annullabili ex art. 1434 c.c. se la volontà del dipendente dimissionario è coartata non tanto dalla minaccia in sé di licenziamento o di denuncia, quanto piuttosto dal complessivo comportamento intimidatorio posto in essere dal datore ai danni del lavoratore. Di conseguenza, ai fini dell'annullabilità delle dimissioni ottenute con la minaccia di denuncia penale e di licenziamento, va valutata l'obbiettiva natura intimidatoria o meno dell'invito alle dimissioni e le modalità fattuali del comportamento tenuto dal datore di lavoro (nella specie, la Corte ha confermato la nullità delle dimissioni rassegnate da una commessa con lettera firmata sotto la minaccia di licenziamento e denuncia penale con l'accusa di appropriazione di denaro, in ragione dell'atteggiamento gravemente intimidatorio tenuto dal datore e dai suoi collaboratori).

Cassazione civile sez. lav.  10 giugno 2009 n. 13367  

 

 

Revocazione

L'istanza di revocazione di una sentenza della Corte di cassazione può essere basata esclusivamente sull'errore di fatto in cui la Corte possa essere incorsa nella lettura degli atti del processo a quo ovvero degli atti propri del giudizio di legittimità; l'errore revocatorio, che consiste in un errore di percezione che abbia indotto il giudice a supporre l'esistenza o l'inesistenza di un fatto decisivo che risulti incontestabilmente escluso o accertato alla stregua degli atti di causa, non è configurabile nell'ipotesi in cui riguardi norme giuridiche, essendo la loro violazione o falsa applicazione un errore di diritto. (Nella specie, la Corte di cassazione aveva ritenuto che la creazione di un clima intimidatorio per ottenere una dichiarazione del lavoratore pregiudizievole ai suoi interessi poteva ben integrare la minaccia di cui all'art. 1434 c.c. ed il datore aveva chiesto la revocazione di tale sentenza, lamentando l'assenza di minacce espresse ai danni del lavoratore; la S.C. ha escluso la ricorrenza di un errore revocatorio, essendo stato denunciato un mero errore relativo all'interpretazione della nozione di minaccia di cui alla norma del richiamato articolo).

Cassazione civile sez. lav.  10 giugno 2009 n. 13367  



 
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