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Art. 1435 codice civile: Caratteri della violenza

La violenza deve essere di tal natura da fare impressione sopra una persona sensata e da farle temere di esporre sé o i suoi beni a un male ingiusto e notevole. Si ha riguardo, in questa materia, all’età, al sesso e alla condizione delle persone (1).


Commento

Violenza (morale): vizio del consenso che causa l’annullamento del contratto. La (—) è una costrizione psicologica, esercitata mediante la minaccia di un male ingiusto e notevole, al fine di indurre un soggetto a stipulare un contratto.

 

(1) Il male minacciato dev’essere: a) ingiusto: l’ingiustizia sussiste quando la lesione alla persona o ai beni è contraria alla legge, ossia non deriva dall’esercizio di un diritto [v. 1438]; b) notevole, cioè di una certa gravità (tenuto conto dell'età, del sesso e delle condizioni del soggetto lo subisce).

La violenza morale può essere esercitata, oltre che dalla controparte anche dal terzo (soggetto estraneo al contratto [v. 1434]).

 

La violenza morale va tenuta distinta dalla violenza fisica, che si verifica quando il soggetto è materialmente costretto a stipulare il contratto senza averne minimamente la volontà; la violenza fisica è causa di nullità del contratto [v. Libro IV, Titolo II, Capo XI].


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti

In tema di nullità del contratto per contrarietà a norme imperative in difetto di espressa previsione in tal senso (cd. «nullità virtuale»), ove non altrimenti stabilito dalla legge, unicamente la violazione di norme inderogabili concernenti la validità del contratto è suscettibile di determinarne la nullità, che va, pertanto, esclusa sia quando risulta prevista una diversa forma di invalidità (es. annullabilità), sia quando la legge assicura l'effettività della norma imperativa con la previsione di rimedi diversi. (Nella specie, relativa a domanda di declaratoria di nullità del contratto di vendita di un immobile cui l'istante deduceva di essere stato costretto dall'acquirente con minaccia e pressione usuraria, la S.C., nel confermare la sentenza di rigetto dei giudici di merito, ha ritenuto non applicabile l'art. 1418 c.c. ed indicato come parametri normativi di riferimento gli art. 1434 e 1435 c.c., cui pure la corte territoriale aveva fatto ricorso, rilevando che la relativa azione non era stata proposta entro il termine prescrizionale di cinque anni né tale statuizione era stata specificamente impugnata).

Cassazione civile sez. VI  14 dicembre 2010 n. 25222

 

Subire delle pressioni insistenti dall'altra parte contrattuale al fine di ridefinire il contratto, magari a condizioni più svantaggiose, può configurare una violenza morale che annulla l'accordo, concretizzandosi l'ipotesi del male ingiusto e notevole della violenza di cui all'art. 1435 c.c. (nella specie, la Corte ha confermato l'annullamento di un contratto per la sussistenza della violenza morale; infatti, era stato correttamente accertato nel giudizio di merito che la volontà del legale rappresentante della società, che aveva firmato l'accordo, era stata coartata in quanto egli aveva sottoscritto il documento pur non volendolo sottoscrive, consapevole della dannosità per la sua società. In pratica, quindi, sussisteva un vizio del consenso, e ciò anche se all'atto della firma da parte del legale rappresentante era presente il suo consulente legale).

Cassazione civile sez. III  05 ottobre 2010 n. 20666  

 

In materia di annullamento del contratto per vizi della volontà, si verifica l'ipotesi della violenza, invalidante il negozio giuridico, qualora uno dei contraenti subisca una minaccia specificamente finalizzata a estorcere il consenso alla conclusione del contratto, proveniente dal comportamento posto in essere dalla controparte o da un terzo, e risultante di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, che, in assenza della minaccia, non avrebbe concluso il negozio.

Cassazione civile sez. III  12 marzo 2010 n. 6044  

 

Il contratto può essere annullato ai sensi dell'art. 1434 c.c. qualora la volontà del contraente sia stata alterata dalla coazione, fisica o psichica, proveniente dalla controparte o da un terzo, requisiti che non ricorrono ove la determinazione del lavoratore - e la conseguente rinunzia ad una porzione dei compensi maturati - sia stata provocata da timori meramente interni ovvero da personali valutazioni di convenienza (Nella specie, la S.C., nel confermare la sentenza impugnata, avente ad oggetto un complesso rapporto economico relativo al conseguimento di un contributo ministeriale per la costruzione di un pastificio e di altri stabilimenti, ha ritenuto che la decisione del lavoratore di sottoscrivere un atto di rinunzia alle pretese economiche già avanzate, adottata a seguito delle personali preoccupazioni sulla propria situazione economica e sul buon fine dei progetti di costruzione degli opifici, rispondesse a scelte individuali e spontanee).

Cassazione civile sez. lav.  19 marzo 2008 n. 7394

 

In tema di violenza morale, quale vizio invalidante del consenso, i requisiti previsti dall'art. 1435 c.c. possono variamente atteggiarsi, a seconda che la coazione si eserciti in maniera esplicita, manifesta e diretta, o, viceversa, mediante un comportamento intimidatorio, oggettivamente ingiusto, e anche a opera di un terzo; tuttavia, requisito indefettibile rimane quello che la minaccia sia stata specificamente diretta al fine di estorcere la dichiarazione negoziale della quale si deduce l'annullabilità e risulti di tale natura da incidere, con efficacia causale concreta, sulla libertà di auto determinazione dell'autore di essa. L'apprezzamento del giudice di merito sulla sussistenza della minaccia e sulla sua efficacia a coartare la volontà di una persona si risolve in un giudizio di fatto, incensurabile in cassazione se motivato in modo sufficiente e non contraddittorio.

Cassazione civile sez. II  28 maggio 2007 n. 12484  

 

In tema di violenza morale, quale vizio invalidante del consenso, i requisiti previsti dall'art. 1435 c.c. possono variamente atteggiarsi, a seconda che la coazione si eserciti in modo esplicito, manifesto e diretto, o, viceversa, mediante un comportamento intimidatorio, oggettivamente ingiusto, anche ad opera di un terzo; è in ogni caso sempre necessario che la minaccia sia stata specificamente diretta al fine di estorcere la dichiarazione negoziale della quale si deduce l'annullabilità e risulti di tale natura da incidere, con efficacia causale concreta, sulla libertà di autodeterminazione dell'autore di essa. Per la configurabilità del dolo come vizio del consenso, nella previsione dell'art. 1439 c.c. è invece necessario che il raggiro o l'inganno abbia agito come fattore determinante della volontà negoziale, ingenerando nella parte che lo subisce una rappresentazione alterata della realtà. L'apprezzamento del giudice di merito sulla esistenza della minaccia e sulla sua efficacia a coartare la volontà di una persona, come quello sulla rilevanza delle dichiarazioni e del comportamento dell'agente, si risolve in un giudizio di fatto, incensurabile in Cassazione se motivato in modo sufficiente e non contraddittorio.

Cassazione civile sez. II  15 febbraio 2007 n. 3388  

 

In tema di azione generale di rescissione per lesione, il requisito dello stato di bisogno richiesto dall'art. 1448 c.c., che costituisce uno degli elementi per l'ammissibilità dell'azione generale di rescissione, non coincide con l'assoluta indigenza o con una pressante esigenza di denaro, ma deve tuttavia intendersi come ricorrenza, anche se contingente, di una situazione di difficoltà economica riflettentesi non solo sulla situazione psicologica del contraente di modo da indurlo ad una meno avveduta cautela derivante da una minorata libertà di contrattazione, ma anche sul suo patrimonio, sì da determinare, in rapporto di causa ed effetto, una situazione di lesione ingiusta del medesimo in conseguenza della sproporzione tra la prestazione eseguita e quella ottenuta; il giudizio in oggetto costituisce una valutazione di fatto incensurabile in sede di legittimità.

Cassazione civile sez. II  15 febbraio 2007 n. 3388

 

In materia di annullamento del contratto per vizi della volontà, si verifica l'ipotesi della violenza, invalidante il negozio giuridico qualora uno dei contraenti subisca una minaccia specificamente finalizzata ad estorcere il consenso alla conclusione del contratto, proveniente dal comportamento posto in essere dalla controparte o da un terzo e risultante di natura tale da incidere, con efficienza causale, sul determinismo del soggetto passivo, che in assenza della minaccia non avrebbe concluso il negozio. Ne consegue che non costituisce minaccia invalidante il negozio, ai sensi dell'art. 1434 ss. c.c., la mera rappresentazione interna di un pericolo, ancorché collegata a determinate circostanze oggettivamente esistenti. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza di merito che aveva accolto la domanda di annullamento per violenza di una serie di atti intervenuti tra due coniugi in prossimità della separazione personale, con cui la moglie trasferiva al marito la proprietà di una villa, la comproprietà di una barca e alcune quote di partecipazione societaria, sul presupposto che l'attrice si fosse determinata a compiere gli atti di trasferimento in quanto temeva che il marito, venuto a conoscenza della sua infedeltà coniugale, potesse chiedere la separazione con addebito ed ottenere l'affidamento del figlio minore, in assenza, tuttavia, di obiettivi elementi, dai quali risultasse il comportamento tenuto in concreto dal marito per indurre la moglie a cedergli i beni, estorcendole il consenso al fine di realizzare un vantaggio ingiusto).

Cassazione civile sez. II  10 gennaio 2007 n. 235  



 
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