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Art. 1436 codice civile: Violenza diretta contro terzi

La violenza è causa di annullamento del contratto anche quando il male minacciato riguarda la persona o i beni del coniuge del contraente o di un discendente o ascendente di lui (1).

Se il male minacciato riguarda altre persone, l’annullamento del contratto è rimesso alla prudente valutazione delle circostanze da parte del giudice (2).


Commento

Violenza (morale): [v. 1435]; Annullamento: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII]; Discendente o ascendente: [v. 87].

 

(1) La minaccia, di regola, è rivolta: alla persona o ai beni della controparte; alla persona o ai beni del coniuge, degli ascendenti (es.: genitori, nonni etc.), dei discendenti (es.: figli, nipoti etc.) della controparte.

 

(2) Quando il male minacciato riguarda persone o beni diversi da quelli indicati nel comma 1, la violenza morale è causa di annullamento del contratto solo quando il giudice accerta che tale violenza abbia indotto il soggetto a stipulare il contratto (rapporto di causalità tra violenza e consenso). Ciò in quanto si presume l’indifferenza della persona ai pericoli incombenti sui più lontani congiunti o amici.


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti

L'incidenza sulla determinazione volitiva della minaccia - che può integrare la violenza morale comportante l'annullabilità di un contratto se sia specificamente diretta al fine di estorcere il consenso ed inoltre, nei casi in cui abbia ad oggetto l'esercizio di un diritto, sia ingiusta perché perseguente un vantaggio esorbitante e iniquo - deve essere valutata, a norma dell'art. 1438 c.c., con riferimento alle condizioni della vittima, e l'apprezzamento del giudice di merito sull'esistenza della minaccia e sulla sua efficacia si risolve in un giudizio di fatto incensurabile in cassazione se motivato in modo sufficiente e non contraddittorio. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, in un caso di induzione di una donna all'alienazione di un immobile di sua proprietà mediante la minaccia di denuncia per truffa del marito che aveva venduto lo stesso immobile senza precisare di non esserne proprietario, aveva ritenuto esistente l'incidenza causale della minaccia e abnorme il vantaggio conseguito dall'acquirente in danno della donna).

Cassazione civile sez. II  13 novembre 1996 n. 9946  

L'apprezzamento del giudice di merito circa l'esistenza e l'idoneità della minaccia a coartare la volontà di una persona si traduce in un giudizio di fatto, incensurabile in cassazione ove adeguatamente motivato. (Nella specie la S.C. ha ritenuto esente da vizi la motivazione del giudice di rinvio, il quale, a fronte di una decisione rescindente nella quale si stabiliva che incombeva sui lavoratori l'onere di provare la minaccia al fine d'invalidare le dimissioni incentivate, aveva ritenuto che tale onere probatorio non fosse stato soddisfatto e che in particolare non ci fosse prova certa in ordine alla asserita strumentalizzazione da parte del datore di lavoro delle trasferte al fine di piegare la volontà dei ricorrenti ed indurli a rassegnare le dimissioni).

Cassazione civile sez. lav.  06 settembre 2003 n. 13035  

 

Costituisce violenza diretta contro terzi, rilevante ai sensi dell'art. 1436, comma 2, c.c., la minaccia di un imprenditore di sospendere i rapporti commerciali con una azienda che costituisce, per l'imprenditore vittima della violenza, l'unico committente e referente, creando così le premesse per una sicura crisi.

Tribunale Ascoli Piceno  12 luglio 2005 n. 511  

 

Il contratto che non identifica l'oggetto neppure con il ricorso a terzi, né si desume essere identificato solo nel genere, è nullo per indeterminatezza dell'oggetto.

Tribunale Lamezia Terme  22 luglio 2009

 

 

Società

L'art. 22 della legge n. 281 del 1985 - norma applicabile anche alle società costituite ed in vita al momento della sua entrata in vigore - nel definire "inefficaci" le clausole di mero gradimento contenute negli statuti delle società azionarie (ossia quelle clausole che rimettono al giudizio discrezionale del consiglio di amministrazione, o, in via di reclamo, dell'assemblea delle società per azioni il potere del tutto discrezionale di autorizzare o meno l'alienazione delle azioni e dei diritti di opzione del socio, senza in alcun modo vincolare l'esercizio di tale potere nè a criteri predeterminati nè ad un connesso obbligo di motivazione) non intende sanzionare tali clausole di una inefficacia relativa, bensì di una vera e propria nullità, attesa la loro radicale ed assoluta inidoneità a produrre effetti, anche sotto il profilo del combinato disposto degli art. 1418, comma 2, e 1346 c.c., trattandosi di pattuizioni negoziali intrinsecamente incapaci di realizzare lo scopo cui esse sono dirette e dunque, aventi oggetto impossibile.

Cassazione civile sez. I  03 settembre 1996 n. 8048



 
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