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Art. 1438 codice civile: Minaccia di far valere un diritto

La minaccia di far valere un diritto può essere causa di annullamento del contratto solo quando è diretta a conseguire vantaggi ingiusti (1).


Commento

Annullamento: [v. Libro IV, Titolo II, Capo XII].

 

(1) La minaccia di far valere un diritto non costituisce violenza morale, giacché il male minacciato, in tal caso, non è considerato ingiusto. Tuttavia, quando si minaccia di esercitare un diritto per soddisfare un vantaggio ingiusto, tale minaccia va considerata come violenza morale e quindi è causa di annullamento del contratto. Ad esempio, il creditore, per recuperare la somma data in prestito, può minacciare di chiedere il fallimento del debitore, mentre la stessa minaccia non può essere utilizzata per ottenere interessi usurari.

 


Giurisprudenza annotata

Concussione

La figura criminosa introdotta nel codice penale dal comma 75 dell'art. 1 l. 6 novembre 2012 n. 190 - articolo 319 quater c.p. - permette di perseguire, anche se con pena inferiore rispetto a quella comminata per l'"intraneus", anche il privato che tragga indebitamente una qualsivoglia utilità dalla "trattativa" con il pubblico ufficiale, o con l'incaricato di pubblico servizio, mentre, vigente la l. 26 aprile 1990 n. 86, l'"indotto" dalla concussione si sarebbe persino potuto costituire parte civile nel procedimento a carico del concussore, lucrando, pertanto, un'utilità, nel non essere assoggettato alle conseguenze della sua situazione "contra ius", e godendo anche di un inconcepibile ristoro dei danni a seguito della prospettata minaccia di far valere un diritto - previsto dall'art. 1438 c.c. - non potendo opporre, il concussore per induzione, il "versarsi in re illicita" del concusso.

Corte appello Napoli sez. II  14 giugno 2013 n. 3277

 

 

Obbligazioni e contratti

Non costituisce violenza morale, idonea a determinare l'annullamento del contratto di vendita di azioni di società, la circostanza che, essendo entrambe le parti già socie della medesima società, nel corso delle trattative l'alienante abbia manifestato l'intenzione di votare in assemblea contro l'approvazione del bilancio sociale qualora non gli fosse stato possibile disfarsi prima delle proprie azioni vendendole all'acquirente. Conferma App. Roma 3 giugno 2005

Cassazione civile sez. I  22 aprile 2013 n. 9680  

 

In materia di società, la minaccia del socio di far valere il proprio diritto di voto contro l'approvazione del bilancio in caso di mancata dismissione della partecipazione ad altro socio può essere causa di annullabilità della vendita delle azioni, conclusa fra i soci stessi, solo ove sia diretta a conseguire vantaggi ingiusti, dovendosi escludere che siano tali quelli meramente correlati all'interesse del venditore ad uscire dalla società, atteso che il diritto di voto è funzionale all'interesse individuale del socio ed incontra il limite dell'interesse sociale solo quando possa danneggiare la società, fermo restando che la prospettiva di poter vendere le azioni non costituisce un elemento estraneo, rispetto alle scelte relative all'esercizio del diritto di voto in assemblea. Rigetta, App. Roma, 03/06/2005

Cassazione civile sez. I  22 aprile 2013 n. 9680  

 

Il voto espresso in assemblea dal socio è di per sé funzionale al suo interesse individuale, e non direttamente e immediatamente a quello della società, che di regola si definisce solo attraverso la formazione delle maggioranze assembleari. In tale prospettiva, l'interesse sociale costituisce il limite all'esercizio del diritto di voto nell'interesse individuale del socio, tanto che, in caso di conflitto, non potrebbe spingersi legittimamente al punto di danneggiare la società. Da ciò deriva che la minaccia di far valere il proprio diritto di voto contro l'approvazione del bilancio può costituire causa di annullabilità del contratto di vendita delle azioni solo quando è diretta a conseguire vantaggi ingiusti, diversi da quelli che può perseguire il venditore, atteso l'intrinseco rapporto tra titolarità della partecipazione ed esercizio del controllo sulla gestione.

Cassazione civile sez. I  22 aprile 2013 n. 9680  

 

La minaccia di far valere un diritto assume i caratteri della violenza morale, invalidante il consenso prestato per la stipulazione di un contratto, ai sensi dell'art. 1438 c.c., soltanto se è diretta a conseguire un vantaggio ingiusto; il che si verifica quando il fine ultimo perseguito consista nella realizzazione di un risultato che, oltre ad essere abnorme e diverso da quello conseguibile attraverso l'esercizio del diritto medesimo, sia anche esorbitante ed iniquo rispetto all'oggetto di quest'ultimo, e non quando il vantaggio perseguito sia solo quello del soddisfacimento del diritto nei modi previsti dall'ordinamento. (Nella specie, con riferimento ad una pattuizione di aumento degli interessi convenzionali stipulata tra i mutuatari e l'istituto di credito mutuante, la S.C. ha negato che potesse integrare violenza morale l'asserita minaccia consistita nel prospettare l'eventualità che, in mancanza di accordi sulla dilazione di pagamento, la banca avrebbe insistito nell'azione esecutiva in essere e non avrebbe richiesto un rinvio della imminente vendita già fissata, non potendo riferirsi la valutazione in termini di ingiustizia all'esercizio dell'azione esecutiva in sé considerata, né reputarsi iniqua la concessione in via transattiva della dilazione di pagamento da parte dell'istituto di credito a fronte del riconoscimento di un rincaro del tasso di interessi sulle somme ancora dovute dai debitori esecutati).

Cassazione civile sez. III  23 agosto 2011 n. 17523  

 

L'annullamento del contratto per la minaccia di far valere un diritto, a norma dell'art. 1438 c.c. richiede, anzitutto, la sussistenza di un preesistente diritto dell'autore, nonché la possibilità di farlo valere nei confronti del soggetto passivo e, quindi, la ricorrenza della minaccia di esercitarlo. Tale minaccia, peraltro, è causa invalidante del negozio giuridico solo quando l'autore di essa se ne serva per conseguire non già il risultato ottenibile con l'esercizio del diritto, ma vantaggi ingiusti, ossia abnormi o diversi da detto risultato e obiettivamente iniqui ed esorbitanti rispetto al dovuto.

Cassazione civile sez. I  13 febbraio 2009 n. 3646  

 

Le dimissioni del lavoratore, rassegnate sotto minaccia di licenziamento per giusta causa, sono suscettibili di essere annullate per violenza morale solo qualora venga accertata - e il relativo onere probatorio è carico del lavoratore che deduca l'invalidità dell'atto di dimissioni - l'inesistenza del diritto del datore di lavoro di procedere al licenziamento per insussistenza dell'inadempimento addebitato al dipendente, dovendosi ritenere che, in detta ipotesi, il datore di lavoro, con la minaccia del licenziamento, persegua un risultato non raggiungibile con il legittimo esercizio del proprio diritto di recesso.

Cassazione civile sez. lav.  02 ottobre 2008 n. 24405  

 

Non sono invalide le dimissioni rassegnate dal lavoratore per evitare un licenziamento giusto. Solo se la minaccia del licenziamento è ingiusta, quindi, le dimissioni possono essere annullate per vizio della volontà, ma in tal caso l’onere di fornire la prova dell’invalidità delle stesse è a carico del lavoratore e non dell’azienda (nella specie, la Corte ha confermato un verdetto d’appello che aveva dichiarato valide le dimissioni presentata dal dipendente di una società assicurativa, perché da parte dell’azienda non vi era stata alcuna condotta intimidatoria né minaccia. Elementi, quest’ultimi, dedotti sia dalla sussistenza degli addebiti formulati al lavoratore che dal tempo intercorso tra la contestazione e le dimissioni, adeguato a consentire la riflessione sull’alternativa (licenziamento-dimissioni) offerta al dipendente).

Cassazione civile sez. lav.  02 ottobre 2008 n. 24405



 
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