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Art. 1458 codice civile: Effetti della risoluzione

La risoluzione del contratto per inadempimento ha effetto retroattivo tra le parti (1), salvo il caso di contratti ad esecuzione continuata o periodica, riguardo ai quali l’effetto della risoluzione non si estende alle prestazioni già eseguite (2).

La risoluzione, anche se è stata espressamente pattuita, non pregiudica i diritti acquistati dai terzi, salvi gli effetti della trascrizione della domanda di risoluzione (3).


Commento

Contratti ad esecuzione continuata o periodica: [v. 1373]; Trascrizione: [v. Libro VI, Titolo I].

 

(1) La risoluzione del contratto a prestazioni corrispettive e ad esecuzione istantanea [v. 1373] comporta l’obbligo di ripristinare la situazione giuridica antecedente al contratto (efficacia retroattiva). Di conseguenza, le parti sono obbligate a restituire le prestazioni ricevute e sono liberate da ogni impegno contrattuale. Ovviamente resta a carico del debitore inadempiente l’obbligo di risarcire il danno.

 

(2) Contratti ad esecuzione continuata o periodica sono quelli in cui la prestazione si protrae nel tempo o in modo continuo (es.: locazione) o ad intervalli (es.: somministrazione); per questi contratti la risoluzione non ha effetto retroattivo, bensì opera solo per il futuro, interrompendo il rapporto contrattuale: ciascuna delle parti è, quindi, liberata per il futuro dagli impegni contrattuali, ma non deve restituire le prestazioni già eseguite.

 

(3) La risoluzione non ha effetto retroattivo nei confronti di coloro (terzi) che hanno acquistato diritti da una delle parti del contratto risolubile: il loro acquisto, pertanto, non viene meno per effetto della pronuncia di risoluzione [v. 1445 nota (1)]. Ove, però, l’atto di acquisto sia soggetto a trascrizione, i diritti acquistati dai terzi sono salvi soltanto se le formalità relative alla trascrizione dell’atto siano state espletate prima della trascrizione della domanda di risoluzione del contratto.

 


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti.

La risoluzione di un contratto preliminare di vendita per inadempimento del promissario acquirente comporta l'obbligo di quest'ultimo di corrispondere al promittente venditore l'equivalente pecuniario dell'uso e del godimento del bene negoziato, che gli sia stato consegnato anticipatamente, per il tempo compreso tra la consegna e la restituzione del medesimo (fattispecie relativa all'azione promossa da una società cooperativa per la risoluzione di un contratto preliminare relativo alla vendita di alcuni terreni e capannoni che, contestualmente, erano stati oggetto di un ulteriore compravendita da parte della promittente venditrice; i promissari acquirenti erano stati inoltre immessi nel possesso, pur in presenza dell'accordo preliminare la cui efficacia era rivendicata nel giudizio).

Cassazione civile sez. II  24 novembre 2014 n. 24958  

 

La pronuncia di risoluzione per inadempimento di un contratto preliminare (nella specie, di compravendita di un immobile) ha natura costitutiva, sicché nei confronti dei terzi produce effetti solo dal momento del passaggio in giudicato. Ne consegue che, ove il promissario acquirente abbia ceduto il bene, in virtù di un autonomo titolo, ad un altro soggetto, quest'ultimo, in qualità di occupante dell'immobile, non è tenuto a corrispondere l'indennità di occupazione all'originario promissario venditore per il periodo che precede il passaggio in giudicato della pronuncia di risoluzione del contratto preliminare. Cassa e decide nel merito, Roma, 06/10/2008

Cassazione civile sez. II  24 novembre 2014 n. 24958  

 

Nel caso di risoluzione di un contratto preliminare di vendita, per inadempimento del promittente venditore, questi è tenuto a restituire le somme ricevute con gli interessi legali, dovuti come frutto civile del denaro, a decorrere dal giorno in cui le somme gli furono consegnate dall'altro contraente. Rigetta, App. Milano, 27/04/2010

Cassazione civile sez. III  18 settembre 2014 n. 19659  

 

La risoluzione del contratto per inadempimento a seguito della pronuncia costitutiva del giudice priva di causa giustificativa le reciproche obbligazioni dei contraenti. Ne consegue che l'obbligo restitutorio relativo all'originaria prestazione pecuniaria, anche in favore della parte non inadempiente, ha natura di debito di valuta, come tale non soggetto a rivalutazione monetaria, se non nei termini del maggior danno - da provarsi dal creditore - rispetto a quello soddisfatto dagli interessi legali, ai sensi dell'art. 1224 cod. civ. Rigetta, App. Napoli, 21/03/2007

Cassazione civile sez. III  12 marzo 2014 n. 5639  

 

Nei contratti a prestazioni corrispettive, la pronuncia costitutiva di risoluzione per inadempimento, facendo venir meno la causa giustificatrice delle attribuzioni patrimoniali già eseguite, comporta l'insorgenza, a carico di ciascun contraente, dell'obbligo di restituzione della prestazione ricevuta, indipendentemente dall'imputabilità dell'inadempimento, con un effetto liberatorio "ex nunc" rispetto alle prestazioni da eseguire ed un effetto recuperatorio "ex tunc" rispetto alle prestazioni eseguite. Ne consegue che l'eccezione "inadimplenti non est adimplendum" può paralizzare la richiesta della controprestazione relativa alla prestazione già eseguita, ma non quella relativa alla parte della prestazione che non sia stata restituita né offerta in restituzione. Cassa con rinvio, App. Trieste, 12/05/2007

Cassazione civile sez. III  25 febbraio 2014 n. 4442  

 

 

Locazione

In tema di contratto di locazione, ai fini della risoluzione per morosità, il giudice deve valutare la gravità dell'inadempimento anche alla stregua del comportamento del conduttore successivo alla proposizione della domanda in quanto l'avvenuto pagamento della somma richiesta dal locatore, nelle more del giudizio, non può non incidere sulla valutazione prognostica del suo futuro comportamento così da escludere, in termini di rilevante probabilità, il possibile verificarsi di ulteriori inadempimenti. Rigetta, App. Milano, 02/10/2010

Cassazione civile sez. III  30 settembre 2014 n. 20551  

 

 

Fallimento

La sentenza di risoluzione del contratto di cessione di quote sociali di una società in nome collettivo ha effetto retroattivo tra le parti contrattuali, ma non consente di considerare il cedente come socio di quest'ultima anche nel periodo di tempo in cui le quote sono rimaste di fatto nella disponibilità del cessionario, atteso che, giusta la pubblicità di quel contratto effettuata sul registro delle imprese, i terzi che vengono in contatto con la società non potrebbero individuare come socio altri che il cessionario, così confidando sulla garanzia costituita dal suo patrimonio personale. Ne consegue che, a seguito della suddetta risoluzione, il cedente non è soggetto a fallimento ex artt. 10 e 147 legge fall. qualora non faccia più parte della società da oltre un anno ed abbia riacquistato la qualità di socio esclusivamente in conseguenza degli effetti retroattivi di una sentenza posteriore, dovendosi ritenere una diversa soluzione incompatibile con le esigenze di certezza sottese all'art. 10 legge fall. e, comunque, potenzialmente idonea a determinare conseguenze paradossali, quali la contemporanea dichiarazione di fallimento di cessionario e cedente. Cassa con rinvio, App. Lecce, 23/01/2013

Cassazione civile sez. I  15 luglio 2014 n. 16169  



 
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