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Art. 1463 codice civile: Impossibilità totale

Nei contratti con prestazioni corrispettive, la parte liberata (1) (2) per la sopravvenuta (3) impossibilità della prestazione dovuta non può chiedere la controprestazione, e deve restituire quella che abbia già ricevuta, secondo le norme relative alla ripetizione dell’indebito (4).

 


Commento

Contratto a prestazioni corrispettive: [v. Libro IV, Titolo II; 1460]; Sopravvenuta impossibilità della prestazione: [v. 1256].

 

(1) Affinché operi l’effetto liberatorio è necessario che la impossibilità sia oggettiva, cioè dipenda da fatti estranei alla volontà o alla sfera di controllo del debitore, ossia da eventi che non si possono dominare o prevedere (es.: terremoto, sciopero generale, espropriazione). La impossibilità imputabile al debitore configura, invece, un vero e proprio inadempimento, generatore, in quanto tale, di responsabilità.

 

(2) La prestazione si considera altresì impossibile quando la sua esecuzione, pur essendo astrattamente realizzabile, richiederebbe in concreto sforzi o mezzi del tutto irragionevoli, o, comunque, sproporzionati in relazione alla natura e all’oggetto dell’obbligazione (es.: ricerca di un orologio creduto in fondo a un lago).

Il debitore non è, invece, liberato nel caso di impossibilità soggettiva di esecuzione della prestazione (es.: il dissesto economico non libera l'imprenditore dai soldi che si è impegnato a versare). Tale impossibilità si risolve in una semplice difficoltà personale di esecuzione.

 

(3) Ove, invece, la prestazione fosse sin dall'inizio impossibile, il rapporto contrattuale neppure sorgerebbe. Il vincolo negoziale sarebbe, infatti, nullo per impossibilità dell’oggetto [v. 1346];

 

(4) Nei contratti a prestazioni corrispettive, la sopravvenuta impossibilità di una di esse per una causa non imputabile alla parte che è obbligata ad eseguirla determina la liberazione anche della controparte. Quest’ultima, nel caso che abbia già eseguito la propria prestazione, ha diritto di pretenderne la restituzione.

 

Se la legge non avesse previsto lo scioglimento del contratto, si sarebbe verificato uno squilibrio tra gli interessi delle parti, perché una di esse si sarebbe trovata obbligata ad eseguire la propria prestazione senza ricevere la controprestazione divenuta impossibile.

 


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti.

Il rilievo "ex officio" di una nullità negoziale - sotto qualsiasi profilo ed anche ove sia configurabile una nullità speciale o "di protezione" - deve ritenersi consentito, sempreché la pretesa azionata non venga rigettata in base ad una individuata "ragione più liquida", in tutte le ipotesi di impugnativa negoziale (adempimento, risoluzione per qualsiasi motivo, annullamento, rescissione), senza, per ciò solo, negarsi la diversità strutturale di queste ultime sul piano sostanziale, poichè tali azioni sono disciplinate da un complesso normativo autonomo ed omogeneo, affatto incompatibile, strutturalmente e funzionalmente, con la diversa dimensione della nullità contrattuale. Cassa e decide nel merito, App. Brescia, 13/01/2011

Cassazione civile sez. un.  12 dicembre 2014 n. 26242  

 

In tema di risoluzione del contratto (nella specie, appalto di opera pubblica), l'impossibilità sopravvenuta della prestazione è configurabile qualora siano divenuti impossibili l'adempimento della prestazione da parte del debitore o l'utilizzazione della stessa ad opera della controparte, purché tale impossibilità non sia imputabile al creditore ed il suo interesse a ricevere la prestazione medesima sia venuto meno, dovendosi in tal caso prendere atto che non può più essere conseguita la finalità essenziale in cui consiste la causa concreta del contratto, con la conseguente estinzione dell'obbligazione. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che la possibilità di eseguire l'opera commissionata fosse stata impedita dall'esistenza di un vincolo archeologico sull'area interessata dai lavori di costruzione di alloggi, conosciuto dal committente solo attraverso la concessione edilizia rilasciatagli dal comune, per effetto del quale la Soprintendenza aveva ordinato la sospensione dei lavori, disponendo, altresì, per la loro ripresa, prescrizioni tali che, se osservate, avrebbero determinato un rilevante aumento dei costi e la cospicua riduzione degli alloggi originariamente previsti). Rigetta, App. Salerno, 06/07/2006

Cassazione civile sez. I  02 ottobre 2014 n. 20811  

 

In materia di obbligazioni, l’impossibilità sopravvenuta che libera dall’obbligazione o che esonera da responsabilità per il ritardo deve essere obiettiva, assoluta e riferibile al contratto ed alla prestazione ivi contemplata e deve consistere non in una mera difficoltà ma in un impedimento del pari obiettivo e assoluto, tale da non poter essere rimosso, a nulla rilevando comportamenti di soggetti terzi rispetto al rapporto.

Tribunale Roma  17 settembre 2014 n. 18390  

 

In tema di obbligazioni, va ricordato come comunemente vengano individuati, in dottrina, tre diverse ipotesi di impossibilità, la prima consistente nel perimento della cosa (al quale è parificato il suo smarrimento), la seconda integrante il caso della sua incommerciabilità, la terza (che postula, come noto, più complesse valutazioni fattuali) predicabile nei casi di obbligazioni di fare, con particolare riguardo a fattispecie di impedimenti di carattere personale: in tali ipotesi, al fine della liberazione del debitore, viene comunemente sottolineato il necessario carattere di assolutezza e di obiettività della impossibilità stessa, concetto che, come sovente evidenziato ancora in dottrina, pare certamente applicabile (salvo poi valutare le cause della stessa impossibilità) ai casi di perdita delle facoltà fisiche necessarie per l'adempimento. A tali requisiti, si suole poi aggiungere, alternativamente, quelli dell'infungibilità della prestazione divenuta impossibile e della riconducibilità del concetto di impossibilità alla prestazione e non alla persona del debitore. Un primo dato appare dunque certo, quello cioè per il quale ha carattere sicuramente liberatorio l'impossibilità fisica materiale, e per questo assoluta, del debitore. L'analisi si sposta, così, sul piano degli effetti dell'impossibilità sopravvenuta: mentre la non imputabilità ad alcuna delle due parti è senz'altro idonea ad attivare il meccanismo previsto dalla norma ex art. 1463 c.c., e mentre, pacificamente, di questa disposizione viene esclusa la applicabilità in caso di impossibilità imputabile al debitore, fortemente controversa risulta la conseguenza della impossibilità imputabile al creditore: la dottrina è, in proposito, divisa tra chi ritiene che i relativi effetti sarebbero del pari disciplinati dalla norma in parola, e chi, al contrario, ne opina la riconducibilità all'art. 1453, in quanto prodotti dall'inadempimento del creditore agli obblighi di cooperazione con il debitore nell'adempimento della prestazione di quest'ultimo. Contrariamente a quanto opinato dal ricorrente, anche in dottrina, oltre che nella risalente giurisprudenza di questa corte (pubblicata in una nata rivista giuridica l'anno successivo a quello del suo deposito), si ritiene configurabile l'ipotesi di impossibilità tanto unilaterale (ossia legata ad una sola delle contrapposte obbligazioni), quanto di entrambe le prestazioni dedotte in contratto. Non erra il ricorrente nel sottolineare che il modus operandi del rimedio risolutorio non sia lo stesso per tutte le fattispecie previste dal codice, considerando che, nel caso di risoluzione per inadempimento, l'azione è rimessa alla facoltà dell'altro contraente (il non inadempiente), mentre, nel caso di impossibilità sopravvenuta, l'effetto risolutorio opera in modo automatico, con la liberazione del contraente obbligato alla prestazione divenuta impossibile: ma è altrettanto innegabile che (il dato è testuale nella norma di cui all'art. 1463 c.c.), nel caso in cui sia riscontrata l'impossibilità assoluta di effettuare la propria prestazione, la parte liberata non può chiedere la controprestazione e deve restituire quella che abbia già ricevuto secondo le norme relative alla ripetizione dell'indebito. Ciò comporta, quale definitivo approdo dell'esegesi del testo normativa, che la risoluzione de qua possa legittimamente essere invocata da entrambe le parti: da quella, cioè, la cui prestazione rimane possibile, così come da colui la cui prestazione sia divenuta impossibile: non avrebbe altrimenti senso prevedere un rimedio restitutorio da indebito se non sulla premessa per cui la parte che abbia eseguito la propria prestazione (prestazione della quale, dunque, non avrebbe più senso discutere in termini di possibilità/impossibilità) può del tutto legittimamente richiedere alla controparte la restituzione a seguito dell'impossibilità sopravvenuta della prestazione di controparte stessa.

Tribunale Milano sez. X  12 febbraio 2014 n. 2106  



 
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