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Art. 150 codice civile: Separazione personale

È ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

 Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o la omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi  (1)  (2).


Commento

Separazione personale: consiste in un particolare stato giuridico dei rapporti coniugali avente carattere potenzialmente transitorio. Con essa, pur non sciogliendosi il vincolo matrimoniale, si sospendono i doveri reciproci dei coniugi, ad eccezione di quelli di assistenza e di reciproco rispetto.

Separazione giudiziale: separazione personale pronunciata dal Tribunale ad istanza di uno o di entrambi i coniugi, a seguito di fatti che rendono intollerabile la prosecuzione della convivenza o rechino grave pregiudizio alla educazione della prole [v. 151].

Separazione consensuale: separazione personale dei coniugi che avviene per accordo delle parti. L’accordo deve, comunque, essere omologato dal Tribunale, per avere efficacia [v. 158].

 

 

(1) La norma esclude che la separazione possa essere chiesta da un procuratore fornito di poteri decisori. Da tale principio deriva che la separazione non può essere chiesta dall’interdetto [v. 414], in quanto non può essere sostituito dal tutore né nella posizione di attore in giudizio, né in sede di accordo. Il rappresentante legale [v. 1387] può sostituire l’incapace solo nel caso in cui questi sia stato convenuto in giudizio (cioè quando il procedimento di separazione sia stato iniziato dall’altro coniuge).

(2) La materia della separazione è sottratta alla disponibilità delle parti: pertanto, non sono ammessi la confessione [v. 2730] o il giuramento [v. 2736]. Per lo stesso motivo non sono ammessi accordi relativi al contenuto della domanda di separazione (es.: quello con cui ci si impegna a non formulare la richiesta di addebito) né, tantomeno, una rinunzia preventiva alla separazione (cioè l’assunzione dell’impegno a non avvalersi del proprio diritto di chiedere la separazione).

 

 

La separazione determina solo la sospensione di alcuni effetti del matrimonio. Di regola, essa permane fino alla riconciliazione dei coniugi oppure fino al loro divorzio. È anche possibile, però, che entrambi i coniugi (per motivi religiosi o personali) preferiscano mantenere per sempre questa condizione.

La legge disciplina la separazione legale, cioè quella sanzionata da un provvedimento giurisdizionale. Essa può essere consensuale o giudiziale a seconda che vi sia o meno una volontà comune dei coniugi circa la separazione e le sue modalità (si pensi alla scelta del coniuge cui i figli devono essere affidati). Nel caso di disaccordo fra i coniugi, è necessaria una sentenza del giudice che disponga la separazione, precisandone le modalità; ma, anche nel caso di un loro accordo, l’intervento del giudice è indispensabile per omologare i patti e renderli esecutivi.

Non è presente, invece, nel nostro ordinamento una disciplina della separazione di fatto. Essa si verifica quando gli effetti tipici della separazione personale dei coniugi (es.: il venire meno dell’obbligo di assistenza morale e materiale) si producono in base ad un semplice accordo fra i coniugi, non formalizzato attraverso l’omologazione giudiziale. In questo caso i coniugi sono considerati, sotto il profilo giuridico, non separati.


Giurisprudenza annotata

Separazione tra coniugi

La mera coabitazione non è sufficiente a provare la riconciliazione tra coniugi separati essendo necessario il rispristino della comunione di vita e d'intenti, materiale e spirituale, che costituisce il fondamento del vincolo coniugale (Nella specie, la corte territoriale aveva escluso la riconciliazione per la presenza di comportamenti, anche processuali - la proposizione di domanda riconvenzionale di addebito formulata dal ricorrente in primo grado - ostativi al ripristino, tanto più che la dedotta coabitazione era rimasta sfornita di allegazione di fatti probanti e di deduzione di mezzi istruttori idonei a corroborarla). Rigetta, App. Venezia, 31/05/2012

Cassazione civile sez. I  17 settembre 2014 n. 19535  

 

In tema di separazione, ai fini della riconciliazione non è sufficiente la mera coabitazione,ma è necessario il ripristino della comunione di vita e d'intenti materiale e spirituale che costituisce il nucleo del vincolo coniugale.

Cassazione civile sez. I  17 settembre 2014 n. 19535  

 

Qualora un coniuge (nella specie, la moglie) sia affetto, come da c.t.u., da irrefrenabile e, peraltro, non contestato "Shopping compulsivo", caratterizzato da una crescente tensione e da un impulso ossessivo, irrefrenabile e senza alcuna giustificazione, ad acquistare mobili, quali vestiti, gioielli, borse, tutti di notevole valore, arrivando a sottrarre a familiari e terzi non lievi somme di denaro allo scopo di poter disporre delle somme necessarie sempre crescenti, rendendo per ciò intollerabile al proprio coniuge la convivenza, il giudice può concedere la separazione personale, richiesta dal coniuge offeso, per grave, costante violazione dei doveri coniugali, con addebito al coniuge ammalato e con esclusione di un assegno di mantenimento in favore di quest'ultimo.

Cassazione civile sez. I  18 novembre 2013 n. 25843  

 

La convenzione intervenuta tra i coniugi in sede di separazione consensuale, con la quale essi pattuiscono un trasferimento patrimoniale ai figli, a titolo gratuito e in funzione di adempimento dell'obbligo genitoriale di mantenimento, non è nulla, qualora garantisca il risultato solutorio, non essendo in contrasto con norme imperative, né con diritti indisponibili. Rigetta, App. Genova, 16/04/2007

Cassazione civile sez. II  23 settembre 2013 n. 21736  

 

Ritenuto che, a seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975 (l. n. 151 del 1975), il dovere di fedeltà coniugale deve identificarsi con un impegno globale di dedizione nei confronti del proprio coniuge, volto a garantire ed a consolidare la comunione materiale e spirituale posta a fondamento del rapporto matrimoniale, della quale la fedeltà sessuale costituisce solo un aspetto, anche se rilevante; e ritenuto altresì, in particolare, che, avendo l'addebito carattere eccezionale, ai fini della sua pronuncia non è, oggi, sufficiente il mero rapporto carnale o la relazione platonica con un terzo, richiedendosi, invece, violazioni gravi e ripetute, e, comunque, inquadrate in una valutazione complessiva dell'intera vicenda coniugale, atteso che il bene tutelato non è l'onore od il decoro del partner, bensì il rapporto di fiducia, inteso come accordo, affiatamento e stima reciproci, in ogni caso la violazione del dovere di fedeltà, sebbene grave e ripetuta. Non può automaticamente, di per sé, costituire causa di addebito, assumendo, a tal riguardo, rilevanza soltanto ove si ponga quale causa efficiente della sopravvenuta intollerabilità della convivenza.

Tribunale Roma  29 maggio 2013

 

 

Rapporti patrimoniali tra coniugi

In tema di regime patrimoniale della famiglia, lo scioglimento della comunione legale dei beni fra i coniugi si verifica ex nunc con il passaggio in giudicato della sentenza di separazione, il quale non è impedito dalla proposizione dell'appello con esclusivo riferimento all'addebito, all'affidamento dei figli ed all'assegno di mantenimento, importando esso acquiescenza alla parte autonoma della sentenza sulla separazione. Tale indirizzo interpretativo (inaugurato da Cass. S.U. n. 15279 del 4 dicembre 2001) non vale soltanto per il futuro, in quanto dal mutamento di esegesi sulla scindibilità della pronuncia sulla separazione dal capo riferito all'addebito, non derivano preclusioni o decadenze per la parte, il cui diritto di azione e difesa non è compromesso, onde non è applicabile il principio in tema di overruling, secondo cui il mutamento della precedente interpretazione della Corte di cassazione su di una norma processuale non opera nei confronti della parte, che in detta interpretazione abbia incolpevolmente confidato.

Cassazione civile sez. II  16 aprile 2012 n. 5972  

 

Lo scioglimento della comunione legale dei beni fra coniugi si verifica, con effetto ex nunc, dal momento del passaggio in giudicato della sentenza di separazione ovvero dell'omologazione degli accordi di separazione consensuale, non spiegando, per converso, alcun effetto, al riguardo, il provvedimento presidenziale di cui all'art. 708 del codice di rito autorizzativo dell'interruzione della convivenza tra i coniugi, attesone il contenuto del tutto limitato e la funzione meramente provvisoria.

Cassazione civile sez. VI  12 gennaio 2012 n. 324  

 

In tema di comunione legale tra coniugi, il terzo che abbia acquistato da uno dei coniugi, "ante rem iudicatam", la quota di contitolarità di un bene immobile ad essa appartenente, non è vincolato dal successivo giudicato, derivante da sentenze pronunciate tra i coniugi (nella specie, in cause di divorzio e di caduta in comunione di altro bene), le quali abbiano ritenuto inidonea a determinare l'allentamento del legame matrimoniale la sentenza di primo grado di separazione personale in pendenza di appello sul titolo della separazione stessa, l'affidamento dei figli e la misura dell'assegno di mantenimento. Ne consegue che nel successivo giudizio, cui partecipi anche l'acquirente, avente ad oggetto la validità di detta alienazione di quota in relazione alla regola dell'amministrazione congiuntiva dettata dall'art. 184 c.c., il giudice deve stabilire autonomamente quando sia passata in giudicato la sentenza di separazione personale dei coniugi, al fine di determinare il momento di scioglimento del regime di comunione legale.

Cassazione civile sez. II  16 aprile 2012 n. 5972  



 
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