codice-civile
Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
L'autore
 


Leggi tutti gli articoli dell'autore

 

Art. precedente Art. successivo
 

Art. 1548 codice civile: Nozione

Il riporto (1) è il contratto per il quale il riportato trasferisce in proprietà al riportatore titoli di credito di una data specie per un determinato prezzo, e il riportatore assume l’obbligo di trasferire al riportato, alla scadenza del termine stabilito (2), la proprietà di altrettanti titoli della stessa specie, verso rimborso del prezzo, che può essere aumentato (2) o diminuito nella misura convenuta (4).


Commento

Contratto: [v. Libro IV, Titolo II]; Proprietà: [v. 832].

 

Titoli di credito: [v. Libro IV, Titolo V], nella specie l’oggetto dell’attribuzione traslativa può consistere in: (—) fungibili (non quindi assegni, cambiali, tratte e pagherò), documenti di legittimazione (purché per legge sottoposti al regime di circolazione dei (—)), titoli rappresentativi di merci, titoli obbligazionari, certificati di rendita.

 

Prezzo: nel riporto il (—) non costituisce il corrispettivo delle cose vendute (non è, quindi, l’equivalente pecuniario del valore dello stesso), ma è fissato in via autonoma in un valore inferiore o superiore a quello che le parti attribuiscono ai titoli.

 

(1) Il riporto è un contratto a titolo oneroso che si perfeziona con la consegna dei titoli [v. 1549]

Trattasi di un contratto unitario caratterizzato dal trasferimento immediato della proprietà dal riportato al riportatore e dal successivo obbligo, per il riportatore, di ritrasferire altrettanti titoli al riportato.

Oggetto del riporto possono essere solo titoli di credito fungibili, in quanto il riportatore è tenuto a ritrasferire al riportato titoli della stessa specie, ma non gli stessi che ricevette.

Con tale contratto il riportato mira a procurarsi denaro liquido senza alienare definitivamente i titoli in suo possesso, e il riportatore ottiene la disponibilità dei titoli per un periodo limitato di tempo.

 

(2) Il termine è determinato dalle parti, altrimenti resta fissato secondo gli usi di borsa. Esso si presume essenziale per entrambe le parti, sicché è applicabile l’art. 1457.

 

(3) Il «di più» rispetto al prezzo, che il riportatore riceve, di regola, all’atto di riconsegnare i titoli, si chiama «riporto».

 

(4) Ove il rimborso è inferiore al prezzo ricevuto, la differenza si chiama «deporto».

 


Giurisprudenza annotata

Riporto

In ipotesi di contratto di riporto risolto a seguito della dichiarazione di fallimento del riportato e con conseguente obbligo del riportatore di versare alla curatela la differenza tra valore di mercato dei titoli e prezzo contrattuale, non può essere revocato il pagamento ricevuto dal riportatore in stanza di compensazione di una somma pari al prezzo contrattuale con contestuale consegna al fallimento dei titoli, ove la curatela non provi che con siffatta modalità indiretta non si è ottenuto il medesimo risultato che si sarebbe avuto con l'applicazione letterale del disposto dell'art. 76 l. fall.

Tribunale Milano  14 giugno 2001

 

Il conferimento ad un Istituto di credito del mandato continuativo ad eseguire operazioni speculative in Borsa mediante lo strumento del cosiddetto "riporto staccato" - e cioè allo scoperto, regolandosi in contanti solo la differenza fra i prezzi di acquisto e quelli di vendita dei titoli, con la registrazione della differenza medesima nel conto corrente aperto a norme del mandante, a tale specifico fine - non può ritenersi revocato per effetto della sola inerzia del cliente che ometta la restituzione con sottoscrizione dei fissati bollati inviatigli in relazione alle operazioni compiute, esigendosi, all'opposto, un comportamento che, secondo le regole codicistiche del mandato e, più puntualmente, secondo gli usi di Borsa, consenta di ravvisare la revoca del mandato stesso, come il formale invito a desistere da ulteriori operazioni, seguito dal disconoscimento specifico di quelle ciò nonostante effettuate e comunicate con l'invio dei documenti suddetti, o, quanto meno la contestazione dell'estratto del conto corrente contenente le relative annotazioni, fermo restando, comunque, che, conformemente alla caratteristica propria di operazioni siffatte, la cessazione del descritto rapporto implica la chiusura dello stesso conto ad esse strumentale, accompagnata dal pagamento dei titoli acquistati o trattenuti per successiva negoziazione.

Cassazione civile sez. I  14 giugno 1990 n. 5845  

 

 

Leasing

Il leasing c.d. "traslativo", al quale in caso di risoluzione per inadempimento del concessionario si applica la norma di cui all'art. 1526 c.c. prevista per la vendita con patto di riservato dominio, si differenzia dal tradizionale leasing "di godimento" per il valore intrinseco residuo, eccedente il prezzo di esercizio dell'opzione, che il bene concesso in godimento assume alla scadenza del contratto. Ai fini della configurazione dell'una o dell'altra fattispecie è necessario valutare non solo l'effettiva volontà delle parti ma anche ogni altro elemento di fatto nell'esecuzione e nella conclusione del contratto. (Nella specie il tipo di materiale oggetto del contratto - macchine cucitrici - soggetto a forte logorio per l'uso, e quindi sicuramente obsoleto alla scadenza del contratto, ha indotto a ritenere che le parti abbiano voluto porre in essere un leasing "di godimento").

Tribunale Roma  16 febbraio 1994

 

 

Fallimento

Posto che il riporto, pur essendo un contratto unitario, è costituito sotto il profilo strutturale da due coppie di scambi, e che la sinallagmatica opera all'interno di ognuna di esse, e che, pertanto, deve essere esclusa la possibilità stessa di una sproporzione fra le due distinte coppie di prestazioni, le quali, pur essendo funzionalmente coordinate tra di loro, mantengono ciascuna la propria autonomia, ricorrono gli estremi dell'ipotesi prevista dall'art. 67, comma 1, n. 1, l. fall., quando il valore delle azioni date a riporto eccede notevolmente il prezzo ricevuto dal riportatore al momento del primo scambio.

Corte appello Roma  05 dicembre 1989

 

Avuto riguardo alla struttura unitaria del contratto di riporto, in cui la sinallagmaticità opera, peraltro, all'interno di ciascuno di ambedue i duplici scambi in cui si articola l'anzidetto contratto, deve essere esclusa la possibilità stessa di una sproporzione tra le due distinte coppie di prestazioni, le quali, pur essendo funzionalmente collegate fra loro, mantengono ciascuna la propria autonomia; consegue l'inammissibilità, nel caso anzidetto, dell'azione revocatoria fallimentare riferita all'ipotesi di contratto a titolo oneroso caratterizzato dalla sproporzione delle prestazioni (prevista dall'art. 67, comma 1, n. 1 della l. fall.); tale azione è, invece, ammissibile allorché il valore delle azioni date a riporto sorpassi in modo marcato il prezzo ricevuto dal riportato al momento del primo scambio.

Corte appello Roma  05 dicembre 1989

 

In caso di fallimento di una delle parti del contratto di riporto, per stabilire se fra le prestazioni del fallito e quelle del contraente in bonis vi sia o non notevole sproporzione, agli effetti della revocatoria di cui all'art. 67, comma 1, n. 1, della legge fallimentare occorre porre a raffronto il corrispettivo del primo scambio e quello del secondo, valutando l'entità della differenza eventualmente esistente, atteso che soltanto questa, attesa l'unitaria struttura del contratto - ancorché articolato in un doppio scambio di titoli -, viene definitivamente acquisita al patrimonio dell'una o dell'altra parte e risulta essere, con riguardo alle prestazioni in sinallagma, il costo dell'operazione.

Cassazione civile sez. I  10 febbraio 1994 n. 1346  

 



 
Art. precedente Art. successivo
 

 
Vuoi restare aggiornato su questo argomento?
Segui la nostra redazione anche su Facebook, Google + e Twitter. Iscriviti alla newsletter

 

 

© Riproduzione riservata

 
 
Commenti