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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 1566 codice civile: Patto di preferenza

Il patto (1) con cui l’avente diritto alla somministrazione si obbliga a dare la preferenza al somministrante nella stipulazione di un successivo contratto per lo stesso oggetto, è valido purché la durata dell’obbligo non ecceda il termine di cinque anni. Se è convenuto un termine maggiore, questo si riduce a cinque anni (2).

L’avente diritto alla somministrazione deve comunicare (3) al somministrante le condizioni propostegli da terzi e il somministrante deve dichiarare, sotto pena di decadenza, nel termine stabilito o, in mancanza, in quello richiesto dalle circostanze o dagli usi, se intende valersi del diritto di preferenza (4) (5).


Commento

Contratto: [v. Libro IV, Titolo II]; Decadenza: [v. 2964]; Usi: [v. d. gen. 8].

 

Somministrazione: contratto con il quale una parte si obbliga, verso corrispettivo di un prezzo, ad eseguire, a favore di un’altra, prestazioni periodiche o continuative di cose.

 

(1) Trattasi dell’unica ipotesi di prelazione convenzionale disciplinata dal codice civile. Il diritto di prelazione è il diritto ad essere preferito ad ogni altro soggetto, a parità di condizioni, nella stipula di un determinato contratto.

 

(2) Il termine di cinque anni è tassativo (al pari dei patti di non concorrenza [v. 2596]); esso è posto per circoscrivere entro convenienti limiti di tempo la compressione della libertà contrattuale, causata dal divieto di alienazione convenzionalmente stabilito [v. 1379].

 

(3) La comunicazione può avvenire in qualsiasi forma, salvo che vi sia una espressa previsione al riguardo; essa equivale a proposta contrattuale revocabile [v. 1326 ss.].

 

(4) Se il titolare della prelazione (promissario) dichiara di accettare la proposta nel termine stabilito, il successivo contratto di somministrazione si conclude tra le parti originarie, alle condizioni comunicate. Se, invece, il titolare della prelazione dichiara di non valersi del diritto di preferenza, l’altra parte (promittente) è libera di stipulare con il terzo, ma a condizioni non più favorevoli di quelle comunicate al promissario.

 

(5) Il patto di preferenza deve farsi per iscritto, con l'obbligo di specifica approvazione per iscritto delle clausole limitative della libertà contrattuale.

 

Il patto in esame ha valore solo tra le parti: se il promittente viola l’accordo e stipula il nuovo contratto con un terzo, quest’atto resta valido ed efficace ed il promissario può soltanto chiedere il risarcimento dei danni per l’inadempimento degli obblighi derivanti dal patto di prelazione [v. 1218, 1223]. Al contrario, nelle ipotesi di prelazione legale (es.: art. 732 c.c.; art. 8, commi 1 e 5, l. 590/1965 e art. 7, l. 817/1971, in materia di contratti agrari; artt. 38-40, l. 392/1978 e art. 3, l. 431/1998, in materia di locazione di immobili urbani) il prelazionario potrà far valere il suo diritto anche nei confronti del terzo, facendo venir meno il diritto acquistato da costui.

 


Giurisprudenza annotata

Fornitura, somministrazione, subfornitura

La disposizione dell'art. 1566 cod. civ., relativa al patto di preferenza nella somministrazione, è applicabile per analogia all'appalto solo se questo attenga a servizi continuativi o periodici, e riguardi la stipula di un successivo contratto di appalto per lo stesso oggetto. Rigetta, App. Genova, 03/11/2009

Cassazione civile sez. II  26 agosto 2013 n. 19556  

 

Il riconoscimento della natura giuridica di somministrazione continuativa di beni non esclude l'applicabilità al contratto stipulato tra le parti delle norme che regolano l'appalto d'opera ovvero di servizi, in quanto compatibili.

Lodo arbitrale  06 aprile 1995

 

 

Società

Presupposto di applicabilità della clausola statutaria di prelazione, stabilita "a parità di condizioni" è l'indifferenza della sostituzione del cessionario rispetto alle altre componenti negoziali della cessione. Non costituisce quindi violazione della clausola la cessione delle quote sociali effettuata mediante loro conferimento in altra società, poiché essa realizza un negozio di tipo associativo e non un semplice contratto di scambio.

Tribunale Milano  06 febbraio 2002

 

 

Pubblica amministrazione

In materia di alienazione dei beni patrimoniali dello Stato ex art. 3 comma 99 l. 23 dicembre 1996 n. 662, l'esercizio del diritto di prelazione per gli enti locali (avuto riguardo all'art. 1566 comma 2 c.c.) deve avvenire alle condizioni di vendita individuate in seguito all'asta pubblica (o all'esito della trattativa privata) e quindi, successivamente all'indicazione del prezzo e delle altre condizioni di vendita offerte al terzo, pertanto, tali enti, non sono obbligati a richiedere in via preventiva l'assegnazione del bene in vendita né l'aggiudicazione dell'asta pubblica può essere sospensivamente condizionata al mancato esercizio di tale diritto da parte dell'ente locale.

Consiglio di Stato sez. III  27 maggio 1997 n. 782  

 

 

Obbligazioni e contratti

L'impegno pattizio di preferire un determinato soggetto nella conclusione di un affare (cosiddetta prelazione convenzionale) implica, in applicazione dei criteri evincibili dalle ipotesi di prelazione legale ed in difetto di diversa regolamentazione negoziale, l'obbligo di comunicare a detto soggetto tutti gli elementi dell'offerta pervenuta dal terzo, che si rendano necessari per dargli la piena consapevolezza dei termini dell'affare, e quindi, la possibilità di valutarne la convenienza o meno dell'esercizio della prelazione. Detta comunicazione, pertanto, non può limitarsi alla mera enunciazione dell'intenzione di addivenire a quell'affare, ma deve indicare gli elementi del contratto, sì da tradursi in una vera e propria proposta contrattuale, ed eventualmente anche il nome del terzo, qualora tale indicazione, in relazione al riscontro di una volontà delle parti che assegni rilevanza all'"intuitus personae" si appalesi necessaria per assicurare le indicate esigenze (nella specie, vertevasi in tema di patto di prelazione per il caso di vendita delle azioni, contenuto nello statuto di una società a base familiare).

Cassazione civile sez. I  12 marzo 1981 n. 1407



 
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