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Art. 1619 codice civile: Diritto di controllo

Il locatore può accertare in ogni tempo, anche con accesso in luogo, se l’affittuario osserva gli obblighi che gli incombono.


Commento

Il diritto di controllo, e quindi l’ingerenza del locatore-affittuante, non può risolversi in poteri di direzione e di comando dell’attività produttiva.

 

 


Giurisprudenza annotata

Miniere, cave, torbiere

In tema di affitto di cave, il corrispettivo da corrispondersi al proprietario da parte dell'affittuario non deve necessariamente essere periodico e svincolato dall'ammontare dei prodotti del bene oggetto del contratto, ben potendo risultare, per converso, compatibile con il ricordato schema negoziale la previsione di un corrispettivo variabile in relazione alla quantità dei materiali estratti, ovvero rapportato ad una quota del materiale estraibile (e non necessariamente da estrarre) o del ricavato della vendita del materiale stesso, con la conseguenza che, se il materiale non viene estratto, ovvero se quello estratto non viene venduto, il corrispettivo non è dovuto, salva la facoltà, per il proprietario, di avvalersi del diritto di accertare in ogni tempo, anche con l'accesso in loco, il rispetto, da parte dell'affittuario, degli obblighi su di lui incombenti, nonché di chiedere la risoluzione del contratto se l'affittuario stesso non destini al servizio della cosa i mezzi necessari per la gestione di essa, ovvero non osservi le regole della buona tecnica (art. 1619 e 1618 c.c.).

Cassazione civile sez. II  15 aprile 1999 n. 3750

 

 

Contratti agrari

Il disposto dell'art. 10 della legge n. 11 del 1971 seppure amplia i poteri dell'affittuario di fondo rustico, assegnandogli una vasta area di discrezionalità nell'organizzazione e gestione dell'impresa agricola e consentendogli, quindi, di scegliere liberamente il metodo produttivo reputato più idoneo e di adattare l'ordinamento colturale alle esigenze dell'organizzazione aziendale, non esime tuttavia l'affittuario medesimo dall'obbligo di coltivare il fondo razionalmente e secondo le regole della buona tecnica agraria, nonché di non mutare la destinazione economica data al fondo stesso dal proprietario, non essendo state abrogate le norme di cui agli art. 1615, 1618 e 1620 c.c.

Cassazione civile sez. III  24 febbraio 1986 n. 1134  

 

Ai sensi dell'art. 5, comma 2 legge n. 200 del 1982, in riferimento all'art. 1619 c.c., costituisce grave inadempimento, che dà luogo a risoluzione del contratto, il rifiuto opposto dall'affittuario al concedente che chiede di accedere al fabbricato insistente sul fondo, per accertare lo stato di conservazione.

Cassazione civile sez. III  13 giugno 1985 n. 3554  

 

La facoltà dell'affittuario, prevista dal comma 3 dell'art. 5 della legge n. 203 del 1982, di sanare l'inadempienza, con effetti preclusivi per la risoluzione del contratto, attiene al rapporto sostanziale e non è inscindibilmente connessa alla condizione di proponibilità della domanda, configurata dalla stessa norma. Tale facoltà presuppone, come si evince dalla testuale previsione di un termine, che l'inadempienza stessa sia sanabile, con la conseguente sua inapplicabilità allorché, in un giudizio in corso, risulti impossibile una sanatoria, concretandosi l'inadempimento accertato in una violazione della natura stessa del contratto di affitto.

Cassazione civile sez. III  13 giugno 1985 n. 3554

 

In tema di inadempimento dell'affittuario di fondo rustico, che per la sua gravità comporti la risoluzione del relativo contratto, il riferimento effettuato dall'art. 5 della legge n. 203 del 1982 oltre che alla conservazione e manutenzione del fondo, al pagamento del canone ed alla normale coltivazione del fondo quali specifiche espressioni di inadempienza, non esclude la rilevanza di altri comportamenti dell'affittuario, pur inerenti al rapporto di affitto, ancorché detta norma non abbia più menzionato espressamente quello inerente alla fedeltà nella esecuzione del contratto, indicata nella precedente normativa in materia (art. 4 del d.l.lgt. n. 157 del 1945). (Alla luce del principio che precede, la S.C. ha valutato immune da vizi logici od errori di diritto il convincimento del giudice del merito che aveva ravvisato la gravità dell'inadempienza dell'affittuario nell'impedire al concedente di entrare nella cascina, non consentendogli così il controllo sul fondo e sulle sue pertinenze).

Cassazione civile sez. III  13 giugno 1985 n. 3554  

 

A norma dell'art. 4 del d.l.lt. 5 aprile 1945 n. 157 (proroga dei contratti agrari), che prevede la decadenza dalla proroga legale del coltivatore che si sia reso colpevole di grave inadempimento, anche un solo episodio, purché di particolare gravità può comportare la decadenza dalla proroga. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione del giudice del merito che aveva ravvisato grave inadempimento nel rifiuto espresso con modalità villane ed offensive dal coltivatore di consentire l'accesso del proprietario o di suoi incaricati sul fondo per accertare la necessità di eseguire alcune opere nella casa rurale, peraltro prospettate dallo stesso coltivatore).

Cassazione civile sez. lav.  05 febbraio 1980 n. 820  

 

 

Obbligazioni e contratti

Connotato essenziale della clausola penale è la sua connessione con l'inadempimento colpevole di una delle parti e pertanto essa non è configurabile allorché sia collegata all'avverarsi di un fatto fortuito o, comunque, non imputabile alla parte obbligata. Una siffatta pattuizione costituisce una condizione o clausola atipica che può essere introdotta dall'autonomia contrattuale delle parti, ma resta inidonea a produrre gli effetti specifici stabiliti dal legislatore per la clausola penale. (Nella specie, sulla scorta del principio enunciato, la S.C. ha reputato non costituire clausola penale la pattuizione, inserita in un contratto di appalto, in forza della quale la ditta appaltatrice avrebbe potuto riscuotere immediatamente - anziché quarantacinque giorni dopo la consegna dell'opera (come stabilito in contratto) - il prezzo concernente la parte dei lavori eseguiti ed il costo dei materiali a pie' d'opera, qualora i lavori stessi avessero subito un ritardo superiore a trenta giorni per causa non imputabile all'appaltatrice o per causa di forza maggiore).

Cassazione civile sez. II  02 agosto 1984 n. 4603  



 
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