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Art. 1656 codice civile: Subappalto

L’appaltatore non può dare in subappalto l’esecuzione dell’opera o del servizio, se non è stato autorizzato dal committente (1).


Commento

Appaltatore: imprenditore che organizza i mezzi necessari per realizzare l’opera, e la gestisce a proprio rischio.

 

Subappalto: contratto derivato (o subcontratto) mediante il quale l’appaltatore incarica un terzo (subappaltatore) di eseguire, in tutto o in parte, l’opera o il servizio che egli ha assunto. Il subappalto riproduce lo stesso tipo di operazione economica del contratto base, ma la parte assume col terzo il ruolo inverso a quello che ha in tale contratto: l’appaltatore che subappalta l’opera, cioè, diviene committente. Comunque, il rapporto contrattuale di base tra le parti originarie rimane in vita (il subappaltatore continua ad essere appaltatore del contratto di appalto).

 

Committente: chiunque affida ad altri la realizzazione dell’opera (o del servizio) che non può o non vuole realizzare direttamente.

 

 

(1) Dalla natura di contratto derivato o subcontratto del subappalto consegue che la sorte di detto contratto è condizionata a quella del contratto principale (se questo è invalidato o risolto, anche il subappalto viene meno). Elemento naturale del subappalto, come in quello di appalto, è l’autonomia del subappaltatore nell’esecuzione dell’opera affidatagli dal subcommittente, sicché solo il subappaltatore sarà responsabile (contrattualmente [v. 1218] ed extracontrattualmente [v. 2043]) verso i terzi.

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Appalto

La circostanza che l'esecuzione di un'opera abbia formato oggetto di subappalto non esclude, di per sé, l'affermazione di una concorrente responsabilità di appaltatore e subappaltatore per i danni causa dal cantiere a terzi, dovendosi avere riguardo alla specificità dei singoli episodi ed alle modalità con le quali si è verificato l'evento dannoso. (Nel caso di specie, la S.C. - in relazione ai danni subiti da un artigiano a causa della caduta da un'impalcatura alta dodici metri, ove si era arrampicato, privo di cinture di sicurezza e di altri dispositivi di protezione, per eseguire su incarico della società subappaltatrice un intervento all'interno di un cantiere edile della società appaltatrice - ha riconosciuto un concorso di colpa delle due società, sul presupposto che la vittima del sinistro, abilitato ad accedere al cantiere, avrebbe dovuto trovare "in loco" tutte le provvidenze necessarie a garantirgli di lavorare in condizioni di sicurezza, non essendo stato provato che l'onere dell'apprestamento delle necessarie cautele gravasse, in via esclusiva, sulla società subappaltatrice). Rigetta, App. Venezia, 19/02/2009

Cassazione civile sez. III  15 novembre 2013 n. 25758  

 

La disciplina del codice dei Contratti Pubblici non permette di cogliere una diversità ontologica del potere permissivo, ove esercitato dal committente pubblico, rispetto a quello conferito dall’art. 1656 c.c., non risultando delineato dalla normativa di settore alcun ambito di discrezionalità amministrativa entro il quale procedere alla consueta ponderazione degli interessi in gioco; di guisa che, a fronte della richiesta dell’appaltatore di poter affidare in subappalto parte dell’opera, esso committente è chiamato anzitutto a verificare l’insussistenza dei divieti di legge e, in caso positivo, a decidere se l’esecuzione potrebbe trarre giovamento dal coinvolgimento di un’altra impresa. Pertanto le disposizioni del suddetto codice costituiscono, alla stregua delle norme sulla c.d. risoluzione in danno, un costrutto normativo di diritto privato speciale, operando quali limiti all’esercizio di un potere permissivo negoziale e che, per altro verso, l’eventuale illegittimità – recte illiceità – del diniego di autorizzazione va contestata innanzi al giudice ordinario, attraverso l’allegazione dell’eventuale violazione di regole pattizie ovvero dei principi generali che reggono l’attività contrattuale (Nella specie, il Trib. ha accolto l’opposizione a d.i., rilevando che l’ulteriore affidamento non autorizzato impediva anche la mera riconducibilità dell’obbligazione in capo all’originario sub-appaltante ignaro dell’ulteriore sub-affidamento).

Tribunale Roma sez. IX  11 ottobre 2013 n. 20373

 

In tema di appalto, la consapevolezza o anche il consenso (antecedente o successivo), espresso dal committente all'esecuzione, in tutto o in parte, delle opere in subappalto, valgono soltanto a rendere legittimo, ex art. 1656 c.c., il ricorso dell'appaltatore a tale modalità di esecuzione della propria prestazione e non anche ad instaurare alcun diretto rapporto tra committente e subappaltatore. Ne consegue che, in difetto di diversi accordi, il subappaltatore risponde della relativa esecuzione nei confronti del solo appaltatore e, correlativamente, solo verso quest'ultimo, e non anche nei confronti del committente, può rivolgersi ai fini dell'adempimento delle obbligazioni, segnatamente di quelle di pagamento derivanti dal subcontratto in questione. Diversamente, nel caso di cessione del contratto di appalto ex art. 1406 c.c. si verifica una successione a titolo particolare nella qualità di parte contraente di tal che si instaura un rapporto diretto tra committente-ceduto e cessionario. Ed invero, pur essendo necessario sia nel subappalto sia nella cessione di contratto il consenso rispettivamente del creditore della prestazione e del ceduto, consenso che peraltro nel caso di subcontratto è esterno e ha la funzione di evitare che il comportamento del debitore costituisca inadempimento, la cessione del contratto è una fattispecie trilaterale con la quale ciascuna parte (cedente) può sostituire a sè un terzo (cessionario) nei rapporti derivanti da un contratto con prestazioni corrispettive, se queste non sono state ancora eseguite, purché il ceduto vi consenta. Al fine di verificare se le parti abbiano inteso stipulare un contratto di appalto e di subappalto con il consenso del committente ai sensi dell'art. 1656 c.c. o una cessione del contratto ex art.1406 e ss. c.c., occorre interpretare la volontà comune delle parti, secondo i criteri di ermeneutica contrattuale ex art. 1362 e ss. c.c. quindi a prescindere dal "nomen iuris" attribuito dalle parti stesse all'accordo negoziale.

Tribunale Modena sez. II  10 dicembre 2012 n. 1889

 

In tema di appalto, la consapevolezza, o anche il consenso, sia antecedente, sia successivo, espresso dal committente all'esecuzione, in tutto o in parte, delle opere in subappalto, valgono soltanto a rendere legittimo, ex art. 1656 c.c., il ricorso dell'appaltatore a tale modalità di esecuzione della propria prestazione e non anche ad instaurare alcun diretto rapporto tra committente e subappaltatore. Ne consegue che, in difetto di diversi accordi, il subappaltatore risponde della relativa esecuzione nei confronti del solo appaltatore e, correlativamente, solo verso quest'ultimo, e non anche nei confronti del committente, può rivolgersi ai fini dell'adempimento delle obbligazioni, segnatamente di quelle di pagamento derivanti dal subcontratto in questione. A tale principio non si sottrae l'esperimento dell'azione per il pagamento dell'indennizzo spettante all'appaltatore in caso di recesso del committente, di cui all'art. 1671 c.c., rivestendo anche quest'ultima natura contrattuale.

Cassazione civile sez. II  02 agosto 2011 n. 16917  

 

Elemento naturale del contratto di subappalto, al pari del contratto di appalto, è quello dell'autonomia del subappaltatore nell'esecuzione delle opere affidategli dal subcommittente, con la conseguenza che la responsabilità del subappaltatore nei confronti dell'originario committente può essere affermata solo ed in quanto lo stesso, nell'esecuzione dell'opera, si sia discostato da quanto previsto nel contratto di subappalto; ne consegue che, in assenza di deroga pattizia a tale autonomia, il contratto di subappalto fa piena prova degli impegni assunti dal subappaltatore per cui delle eventuali discordanze fra quanto stabilito nel contratto di appalto e quanto nel contratto di subappalto circa l'esecuzione dell'opera, é il subappaltante che deve rispondere nei confronti del committente.

Cassazione civile sez. II  19 agosto 2010 n. 18745  

 

 

Intervento in causa

Nell'ipotesi in cui la parte convenuta in un giudizio di risarcimento dei danni, derivanti dalla realizzazione di una nuova costruzione, nel dedurre il difetto della propria legittimazione passiva, chiami in causa un terzo, con il quale non sussista alcun rapporto contrattuale, chiedendone, in caso di affermazione della propria responsabilità, la condanna a garantirla e manlevarla, l'atto di chiamata, al di là della formula adottata, va inteso come chiamata del terzo responsabile e non già come chiamata in garanzia impropria, dovendosi privilegiare l'effettiva volontà della chiamante in relazione alla finalità, in concreto perseguita, di attribuire al terzo la responsabilità della cattiva esecuzione delle opere e dei danni conseguentemente arrecati. In tal caso, si verifica l'estensione automatica della domanda al terzo chiamato, indicato dal convenuto come il vero legittimato, onde il giudice può direttamente emettere nei suoi confronti una pronuncia di condanna, anche se l'attore non ne abbia fatto richiesta, senza per questo incorrere nel vizio di extrapetizione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza della corte di merito, che aveva esteso al terzo subappaltatore, chiamato in causa dal convenuto, la domanda di risarcimento dei danni strutturali subiti dalla proprietà degli attori in seguito all'esecuzione dei lavori di costruzione).

Cassazione civile sez. III  07 ottobre 2011 n. 20610  



 
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