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Art. 1711 codice civile: Limiti del mandato

Il mandatario non può eccedere i limiti fissati nel mandato (1). L’atto che esorbita dal mandato resta a carico del mandatario, se il mandante non lo ratifica (2).

Il mandatario può discostarsi dalle istruzioni ricevute qualora circostanze ignote al mandante, e tali che non possano essergli comunicate in tempo, facciano ragionevolmente ritenere che lo stesso mandante avrebbe dato la sua approvazione.


Commento

(1) Si parla a tale proposito del cd. eccesso di mandato, che si verifica quando il mandatario o persegue scopi diversi ed incompatibili rispetto a quelli voluti dal mandante, o semplicemente non rispetta le istruzioni ricevute, quando tale comportamento non sia giustificato dalle circostanze ignote, di cui al comma 2. Gli atti compiuti in eccesso di mandato sono annullabili su richiesta del mandante, o convalidabili ai sensi dello stesso articolo.

 

(2) La ratifica, che presuppone l’eccesso di mandato, deve essere espressa ed avere forma scritta, se tale forma è richiesta per il contratto da ratificare (es.: vendita di immobili).

 

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Titoli di credito

Non costituisce danno risarcibile il pregiudizio subito dal traente in seguito al protesto di un assegno bancario per mancato pagamento, allorché la banca trattaria abbia adempiuto all'ordine di non pagare il titolo, impartito dal cliente per iscritto prima della scadenza del termine di presentazione, non potendo farsi discendere dalla non imperatività dell'ordine di non pagare prima dello spirare del termine, di cui all'art. 35 del r.d. 21 dicembre 1933, n. 1736, anche l'illiceità della sua condotta. Cassa e decide nel merito, App. Roma, 03/10/2005

Cassazione civile sez. I  10 ottobre 2013 n. 23077  

 

Il traente che, dopo avere emesso il titolo, ordini alla banca di non pagare (prima che sia spirato il termine di presentazione) si assume il rischio del protesto e, in caso di revoca della provvista o estinzione anticipata del conto, della sanzione amministrativa ex art.2 l. n. 386 del 1990, non potendo tale condotta essere giustificata neanche dall'intento di prevenire il rischio dell'inadempimento altrui. Deriva da quanto precede, pertanto, che il cliente è - in una tale eventualità - l'unico a rispondere degli ordini da lui stesso impartiti alla banca, non potendosi dolere del protesto eziologicamente determinato dagli ordini medesimi. (Nella specie il giudice di appello aveva dichiarato l'illegittimità dei protesti levati in ordine a cinque assegni di conto corrente - a seguito dell'ordine dato dal traente alla banca di non pagarli - e condannato, per l'effetto, l'istituto di credito al risarcimento dei danni patiti dall'emittente. In applicazione del principio di cui sopra la Suprema corte ha cassato una tale statuizione e deciso la causa nel merito rigettando la domanda di danni).

Cassazione civile sez. I  10 ottobre 2013 n. 23077  

 

 

Intermediari finanziari

Avvenuto il recesso dal contratto di gestione di portafoglio, l'intermediario non è più legittimato a compiere atti di gestione sul patrimonio gestito, onde, in caso di successiva liquidazione dei titoli, si realizza una prosecuzione della gestione in eccesso di potere rappresentativo (art. 1398 c.c.) o gestorio (art. 1711 c.c.), che dà luogo a responsabilità del gerente e al conseguente risarcimento del danno, in cui, ai sensi del disposto dell'art. 1227 c.c., non va incluso quello che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza

Tribunale Trieste  02 gennaio 2012

 

Il recesso dal contratto di gestione di portafoglio ai sensi dell'art. 23 d.lg. n. 231 del 2007 non è sindacabile perché, nell'azione preventiva di contrasto al riciclaggio, l'adeguata verifica del cliente è ritenuta un aspetto rilevante dal legislatore, il quale lascia all'autonomia dell'intermediario le modalità, le misure, nonché la cura degli assetti organizzativi più adeguati per adempiere l'obbligo, con la conseguenza che, qualora l'intermediario non si ritenga in grado di svolgere adeguatamente questo compito, ha l'obbligo di non instaurare il rapporto continuativo, ovvero di porvi fine mediante un atto di recesso insindacabile qualora sussista una situazione di rischio di riciclaggio

Tribunale Trieste  02 gennaio 2012

 

 

Mandato e rappresentanza

La banca destinataria di un ordine di pagamento impartito da altro istituto bancario su un conto corrente acceso presso di essa è responsabile, nell'esecuzione dell'incarico, secondo la disciplina del mandato. Essa non può, pertanto, discostarsi dalle istruzioni ricevute dalla banca mandante, con la conseguenza che l'atto giuridico posto in essere oltre i limiti del mandato resta a suo carico, a norma dell'art. 1711, comma 1, c.c. Né assume rilievo una eventuale verifica della conformità di tale atto agli interessi perseguiti dalla banca mandante, qualora si tratti di mandato rigido e specifico, posto che in tal caso l'atto compiuto in difformità da dette istruzioni non corrisponde alla volontà espressa dal mandante. (Nella specie la, S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva affermato la responsabilità della banca mandataria, in quanto la stessa si era discostata dalle istruzioni ricevute, effettuando il pagamento, su indicazione dell'amministratore della società destinataria del medesimo, su un conto corrente acceso presso altro istituto bancario, senza avvertire la banca mandante delle difficoltà insorte in sede di esecuzione del bonifico e senza che sussistessero ragioni di urgenza che, ai sensi dell'art. 1171, comma 2, c.c., avrebbero potuto giustificare lo scostamento dalle istruzioni ricevute).

Cassazione civile sez. I  07 agosto 2009 n. 18107  

 

 

Fallimento

In tema di revoca della dichiarazione di fallimento pronunciata in difetto delle condizioni di legge, la relativa responsabilità del creditore istante trova la propria disciplina specifica nell'art. 21, comma 3, l. fall. (vigente all'epoca dei fatti) e costituisce comunque applicazione dell'art. 96 c.p.c., che regola tutti i casi di responsabilità risarcitoria per atti o comportamenti processuali, ponendosi con carattere di specialità rispetto all'art. 2043 c.c. e senza che sia configurabile un concorso, anche alternativo, tra i due tipi di responsabilità; in caso di istanza di fallimento proposta dal difensore munito di procura rilasciata per un processo diverso - nella specie per il solo esercizio dell'azione monitoria - la sua attività processuale non si riflette sulla parte e resta riferibile, in coerenza con l'art. 1711 c.c., esclusivamente alla sua responsabilità.

Cassazione civile sez. I  26 novembre 2008 n. 28226  

 

 

Imposte

In tema di Irpeg l'assoggettamento ad imposta dei proventi dell'appalto di un'opera pubblica per la cui realizzazione sia stata costituita una società consortile comporta che alle singole società socie restano imputabili, fra i ricavi, i corrispettivi dovuti dal committente, mentre alla società consortile sono riferite, nella voce «costi», le spese sostenute per l'esecuzione unitaria dei lavori e, tra i «ricavi», i contributi versati pro quota dalle società socie a copertura di tali spese; i costi sostenuti per ripianare le perdite della società consortile sono poi deducibili, ai sensi dell'art. 75 del d.P.R. n. 917 del 1986, se e nella misura in cui siano correttamente imputati al conto profitti e perdite, sempre che ne sia certa l'esistenza e comprovata l'inerenza, sulla base di un documento di supporto da cui siano ricavabili importo e ragione della spesa, non risultando sufficiente, a tal fine, l'obbligo statutario dei consorziati di ripianare i costi di gestione dell'impresa, che debba chiudere in pareggio ai sensi dell'art. 23 bis della legge n. 584 del 1977; in presenza di tali condizioni, il disconoscimento dei costi effettuato nei confronti della società consortile non consente all'Ufficio di ritenere imponibili, al tempo stesso, quali ricavi, le somme versate dalle società consorziate, verificandosi altrimenti una doppia imposizione.

Cassazione civile sez. trib.  29 ottobre 2008 n. 25944  



 
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