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Art. 1723 codice civile: Revocabilità del mandato

Il mandante può revocare il mandato; ma, se era stata pattuita l’irrevocabilità (1), risponde dei danni, salvo che ricorra una giusta causa (2).

Il mandato conferito anche nell’interesse del mandatario o di terzi (3) non si estingue per revoca da parte del mandante, salvo che sia diversamente stabilito o ricorra una giusta causa di revoca; non si estingue per la morte o per la sopravvenuta incapacità del mandante (4).


Commento

Giusta causa: indica quei fatti che che fanno venir meno il vincolo fiduciario tra le parti e che non permettono la prosecuzione neanche provvisoria del rapporto.

 

 

(1) Il patto di irrevocabilità deve emergere da una clausola espressa e non può mai essere presunto, perché solo così si richiama sufficientemente l’attenzione del soggetto che si priva del suo diritto potestativo.

 

(2) Costituiscono giusta causa di revoca il comportamento doloso o colposo del mandatario nell’esecuzione del mandato o la disobbedienza del mandatario alle direttive del mandante [v. 1711].

 

(3) Tale è il cd. mandato in rem propriam. L’interesse deve essere valutato in base all’utilità che dall’affare trae il mandatario o il terzo; deve essere un vero e proprio interesse giuridico, corrispondere cioè ad un rapporto obbligatorio tra mandante e mandatario (o terzo) dal quale derivi per il mandante l’obbligo di mantenere in vita il rapporto fino all’esecuzione. Ciò accade quando, fra mandante e mandatario o mandante e terzo, vi sia un rapporto ulteriore per cui il mandatario o il terzo siano creditori del mandante.

 

(4) Si tratta di un’eccezione alla regola generale di cui all’art. 1728, che si giustifica in base all’interesse del mandatario o del terzo di vedere comunque soddisfatto il loro credito.

 


Giurisprudenza annotata

Fallimento

In caso di mandato "in rem propriam" che integri una cessione di credito con funzione solutoria, seguito dal fallimento del creditore cedente, l'effetto sostanziale dell'avvenuta cessione, che fa uscire il credito dal patrimonio del fallito prima della dichiarazione di fallimento (salva l'esperibilità della revocatoria fallimentare), non solo preclude l'applicazione dell'art. 78 legge fall., ma neppure legittima gli organi della curatela alla revoca del mandato per giusta causa, ai sensi del secondo comma dell'art. 1723 cod. civ. Rigetta, App. Napoli, 04/09/2007

Cassazione civile sez. III  27 agosto 2014 n. 18316

 

In tema di mandato "in rem propriam", ossia conferito anche nell'interesse del mandatario (o di terzi), il principio di cui all'art. 1723, comma 2, c.c. - che ne prevede la non estinzione per morte o incapacità del mandante - trova applicazione in via analogica solo in caso di fallimento del mandante, e non anche del mandatario, non potendosi per tale circostanza ritenere derogata la regola generale dell'estinzione automatica, posta dall'art. 78 l. fall. (nel testo, "ratione temporis" vigente, anteriore al d.lg. n. 5 del 2006).

Cassazione civile sez. I  16 giugno 2011 n. 13243  

 

In tema di anticipazione, da parte della banca al cliente, dell'importo relativo ad un credito vantato verso l'Erario (nella specie, per rimborso dell'i.v.a.), cui segua l'incasso diretto, sulla base di un mandato "in rem propriam", la facoltà di compensazione del debito della banca di rimessione della somma ricevuta dal terzo con il proprio credito da anticipazione esige la conclusione di un previo patto di compensazione fra le parti al momento della erogazione della anticipazione stessa, con facoltà per la banca di incamerare la relativa somma; tuttavia la relativa prova non discende in sé - e per implicito - né dalle mere modalità tecniche seguite dalla banca per contabilizzare le relative operazioni, come nel caso di utilizzo di uno speciale conto di servizio per gli anticipi, intestato alla società poi fallita, e sul quale far confluire poi anche il bonifico dell'Amministrazione finanziaria destinato al cliente, che costituisce mera evidenza contabile interna alla banca circa i limiti dell'affidamento, né dal conferimento di un mero mandato per la riscossione; ne consegue che il predetto bonifico, portato dalla banca a compensazione del proprio credito, costituisce un atto solutorio, come tale, in presenza delle altre condizioni, suscettibile di inefficacia ai sensi dell'art. 67 comma 2 l.fall. se compiuto nel periodo sospetto.

Cassazione civile sez. I  15 aprile 2011 n. 8752

In tema di appalto di opere pubbliche stipulato da due imprese riunite in associazione temporanea, il fallimento dell'impresa capogruppo, costituita mandataria dell'altra ai sensi dell'art. 23, comma 8, d.lg. 19 dicembre 1991 n. 406, determina lo scioglimento del rapporto di mandato, ai sensi dell'art. 78 legge fall., con la conseguenza che l'impresa mandante è legittimata ad agire direttamente nei confronti del committente per la riscossione della quota dei crediti nascenti dall'appalto ad essa imputabile, ma tale azione non comprende i crediti maturati dopo il fallimento, il quale determina anche lo scioglimento dell'appalto, escludendo la configurabilità di una successione dell'impresa mandante nel relativo rapporto, la cui prosecuzione in via di mero fatto dà luogo ad un diverso rapporto, che attribuisce all'impresa mandante un titolo diretto per azionare nei confronti del committente i crediti originati dal suo apporto esclusivo.

Cassazione civile sez. I  17 febbraio 2010 n. 3810  

 

 

Con riguardo ad un mandato in rem propriam che integri una cessione di credito con funzione solutoria, ancorché sia seguito dal fallimento del creditore cedente, l'effetto sostanziale dell'avvenuta cessione, che fa uscire il credito dal patrimonio del fallito prima della dichiarazione di fallimento (salva l'esperibilità della revocatoria fallimentare), non solo preclude l'applicazione dell'art. 78 l. fall., ma neppure legittima gli organi della curatela alla revoca del mandato per giusta causa, ai sensi del comma 2 dell'art. 1723 c.c.

Cassazione civile sez. III  06 luglio 2009 n. 15797  

 

In tema di appalto di opere pubbliche stipulato da due imprese riunite in associazione temporanea, qualora intervenga il fallimento della società costituita capogruppo come mandataria dell'altra, ai sensi del d.lg. 19 dicembre 1991 n. 406 (fatto salvo dall'art. 81 l. fall.), il contratto si intende risolto, senza che rilevi una diversa volontà della stazione appaltante, che potrebbe solo proseguire il rapporto con altra impresa di gradimento ed in alternativa al recesso; l'irrevocabilità del mandato, prevista all'art. 23 del predetto d.lg. n. 406 del 1991, è inoltre stabilita non nell'interesse del mandatario bensì della stazione appaltante pubblica ed è regola che, ex art. 1723, comma 2, c.c., si applica al mandato "in rem propriam" ma solo al caso del fallimento del mandante. (Nella fattispecie la S.C., confermando la decisione della corte d'appello, ha negato, in forza del predetto principio e scioltosi comunque anche il rapporto di mandato ex art. 78 l. fall., la legittimazione della curatela della società mandataria ad esigere alcun credito per i lavori eseguiti dopo la dichiarazione di fallimento).

Cassazione civile sez. I  13 settembre 2007 n. 19165  

 

 

Simulazione

Ai fini della prova della simulazione inter partes nelle controversie soggette al rito del lavoro (e, quindi, pure nelle controversie agrarie), è in facoltà del giudice ammettere ogni mezzo di prova anche al di fuori dello specifico limite della prova testimoniale (e, correlativamente, di quella presuntiva) ex art. 1417 c.c., in quanto l'art. 421 c.p.c. - nel consentire al giudice, nell'ambito del rito suindicato, di ammettere mezzi di prova senza i limiti fissati dal codice civile - si riferisce ai limiti stabiliti per la prova testimoniale dalle relative disposizioni generali degli art. 2721, 2722 e 2723, alle quali si ricollega l'articolo 1417 citato, che, d'altronde, fa applicazione, in tema di simulazione, della regola generale, di cui al menzionato art. 2722, dell'inammissibilità della prova testimoniale di patti contrari al contenuto di un documento. Il medesimo art. 421 c.p.c., inoltre, si riferisce non ai requisiti di forma previsti dal codice, per alcuni tipi di contratto (sia ad substantiam che "ad probationem"), ma ai limiti fissati dal codice civile alla prova testimoniale in generale negli articoli 2721, 2722 e 2723.

Cassazione civile sez. III  26 febbraio 2014 n. 4567  

 

 

Obbligazioni e contratti

La cessione di credito ed il mandato all'incasso, pur potendo essere utilizzati per raggiungere le medesime finalità solutorie e di garanzia, si differenziano sostanzialmente e sono incompatibili, poiché la cessione produce l'immediato trasferimento del credito ad altro soggetto, che diviene titolare della legittimazione esclusiva a pretendere la prestazione del debitore, mentre il mandato "in rem propriam" conferisce al mandatario solo la legittimazione a riscuotere il credito in nome e per conto del mandante, che ne conserva la titolarità esclusiva. Pertanto il mandato all'incasso può essere accompagnato da un accordo di compensazione in favore del mandatario, sicché non è in tale profilo (possibilità di far confluire le somme direttamente presso il conto corrente della mandataria) che va ravvisato il tratto distintivo tra le due figure.

Tribunale Novara  27 maggio 2010 n. 546  

 



 
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