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Art. 182 codice civile: Amministrazione affidata ad uno solo dei coniugi

In caso (1) di lontananza (2) o di altro impedimento di uno dei coniugi l’altro, in mancanza di procura (3) del primo risultante da atto pubblico o da scrittura privata autenticata, può compiere, previa autorizzazione del giudice e con le cautele eventualmente da questo stabilite, gli atti necessari per i quali è richiesto, a norma dell’articolo 180, il consenso di entrambi i coniugi.

Nel caso di gestione comune di azienda, uno dei coniugi può essere delegato dall’altro al compimento di tutti gli atti necessari all’attività dell’impresa.


Commento

Procura: [v. 1392]; Atto pubblico: [v. 2699]: Scrittura privata autenticata: [v. 2703].

 

(1) Art. così sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 61) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) Si ritiene sufficiente un’assenza prolungata dalla residenza familiare e non anche una vera e propria irreperibilità.

 

(3) La procura per la realizzazione degli atti di amministrazione del patrimonio familiare può essere rilasciata non solo all’altro coniuge (procura generale), ma anche ad un terzo (procura speciale).

 

L’articolo prende in considerazione il caso in cui il coniuge sia nell’impossibilità di prestare il consenso, l'articolo precedente il caso in cui non si vogli prestare il consenso.


Giurisprudenza annotata

Avvocato

La dichiarazione di inammissibilità di una domanda giudiziale per difetto di procura (nella specie, rilasciata dal presidente di una società cooperativa senza le formalità prescritte dallo statuto) non fa sorgere alcuna responsabilità professionale dell'avvocato, per avere coltivato la domanda ignorando tale vizio, essendo onere di chi la procura conferisce informare il professionista circa l'esistenza di clausole statutarie limitative dei poteri rappresentativi degli organi sociali.

Cassazione civile sez. II  11 luglio 2012 n. 11743  

 

 

Coniugi

Secondo il testo originario dell'art. 182 comma 2 c.c. (poi sostituito dalla l. 19 maggio 1975 n. 151), riferito alla dote in danaro, in beni mobili o immobili stimati, se erano costituiti in dote beni immobili stimati, ma non vi era espressa dichiarazione, che attribuisse la proprietà al marito, nei confronti di detti beni la costituzione in dote non poteva considerarsi sufficiente ad operarne il trasferimento, con la conseguenza che gli stessi non diventavano di proprietà del marito e rimanevano nella titolarità della moglie. (Nella specie, la S.C. ha enunciato il riportato principio per ritenere che, in difetto di prova, nelle forme prescritte, del trasferimento della proprietà in capo al marito dei beni immobili dotali, la moglie, in quanto rimasta proprietaria, si sarebbe dovuta considerare legittimata a resistere con riguardo ad un'azione reale per la riduzione in pristino di una situazione dei luoghi modificata in virtù dell'illegittima edificazione di una sua costruzione e dell'intervenuta deviazione illecita del contiguo corso di un canale).

Cassazione civile sez. II  01 marzo 2007 n. 4866  

 

L'autorizzazione prevista dall'art. 182 comma 1 c.c., presuppone un impedimento di carattere temporaneo e transeunte, mentre in caso di impedimento di carattere permanente si deve ricorrere alla esclusione del coniuge dalla amministrazione, ex art. 183 comma 1 c.c., ovvero al procedimento di interdizione, se l'impedimento è determinato da abituale capacità di intendere e di volere.

Corte appello Milano  07 marzo 2003

 

Ai fini dell'autorizzazione prevista dall'art. 182 c.c., l'impedimento per motivi di malattia mentale di uno dei coniugi ad amministrare i beni in comunione legale, non deve essere nè permanente, nè di assai lunga durata; in caso di malattia mentale permanente e di assai lunga durata, il consenso richiesto dall'art. 180 c.c., può essere responsabilmente espresso. in seno al giudizio diretto all'accertamento dell'incapacità, solo da un rappresentante del coniuge malato, vale a dire da un tutore provvisorio, fermo restando che, in ogni caso, nell'istanza diretta ad ottenere l'autorizzazione ex art. 182 c.c. va descritta e dimostrata la necessità, o, quanto meno, l'utilità evidente dell'atto per cui l'autorizzazione "de qua" è richiesta.

Tribunale Torino  25 ottobre 1999



 
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