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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 183 codice civile: Esclusione dall’amministrazione

Se uno (1) dei coniugi è minore o non può amministrare (2) ovvero se ha male amministrato, l’altro coniuge può chiedere al giudice di escluderlo dall’amministrazione (3).

Il coniuge privato dell’amministrazione può chiedere al giudice di esservi reintegrato, se sono venuti meno i motivi che hanno determinato l’esclusione.

 La esclusione opera di diritto riguardo al coniuge interdetto e permane sino a quando non sia cessato lo stato di interdizione.


Commento

Interdizione: [v. 85].

 

(1) Art. così sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 62) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) L’impossibilità materiale di amministrare i beni della comunione produce l’effetto previsto dall’art. 183 soltanto se di lunga durata, mentre quella giuridica comprende le ipotesi di durevole incapacità di intendere e di volere (che non abbiano causato interdizione o inabilitazione).

 

(3) In caso di cattiva amministrazione contemplata dall’art. 183 e di "disordine degli affari di uno dei coniugi" previsto dall’art. 193, avendo il coniuge una condotta tale da mettere in pericolo gli interessi della comunione, l’altro coniuge ha sia la possibilità di chiedere l’esclusione dall’amministrazione che la separazione dei beni.

 

Le due ipotesi di esclusione previste nella norma, sono accomunate dallo scopo di evitare che la gestione del patrimonio dei coniugi possa essere affidata a chi non ha le capacità necessarie.


Giurisprudenza annotata

Appello civile

Nel giudizio d'appello è facoltà del giudice, esaurite le formalità della prima udienza ed ove non ritenga di compiere atti istruttori, invitare immediatamente le parti a precisare le conclusioni, senza alcuna necessità di fissare i termini per la trattazione della causa e per le decisioni istruttorie, di cui all'art. 183, c.p.c., il quale è norma inapplicabile al procedimento di gravame.

Cassazione civile sez. III  07 agosto 2012 n. 14188  

 

 

Divorzio

In tema di divorzio, costituisce mera specificazione della domanda originaria e non un'inammissibile "mutatio libelli", la richiesta - alla prima udienza di comparizione - dello scioglimento del matrimonio, contratto con il rito civile, invece della cessazione degli effetti civili, pur richiamata in ricorso.

Cassazione civile sez. I  07 giugno 2012 n. 9236  

 

 

Coniugi

In regime di comunione legale tra coniugi, il contratto preliminare di vendita di bene immobile stipulato da un coniuge senza la partecipazione o il consenso dell'altro è soggetto alla disciplina dell'art. 184 comma 1 c.c., e non è, pertanto, inefficace nei confronti della comunione, ma soltanto esposto all'azione di annullamento da parte del coniuge non consenziente, nel breve termine prescrizionale entro cui è ristretto l'esercizio di tale azione, decorrente dalla conoscenza effettiva dell'atto, ovvero, in via sussidiaria, dalla trascrizione o dallo scioglimento della comunione.

Cassazione civile sez. II  31 gennaio 2012 n. 1385  

 

 

Successione

La petitio hereditatis si differenzia dalla rei vindicatio, malgrado l'affinità del petitum, in quanto si fonda sull'allegazione dello stato di erede ed ha per oggetto beni riguardanti elementi costitutivi dell' universum ius o di una quota parte di esso. Ne consegue, quanto all'onere probatorio, che, mentre l'attore in rei vindicatio deve dimostrare la proprietà dei beni attraverso una serie di regolari passaggi durante tutto il periodo di tempo necessario all'usucapione, nella hereditatis petitio può invece limitarsi a provare la propria qualità di erede ed il fatto che i beni, al tempo dell'apertura della successione, fossero compresi nell'asse ereditario; pertanto, deve ritenersi inammissibile il mutamento in corso di causa dell'azione di petizione ereditaria in azione di rivendicazione, anche quando non sia contestata dal convenuto la qualità di erede dell'attore, in quanto tale mancata contestazione non fa venire meno la funzione prevalentemente recuperatoria dell'azione ereditaria, ma produce effetti solo sul piano probatorio, senza incidere sulla radicale diversità - per natura, presupposti, oggetto e onere della prova - tra le due azioni.

Cassazione civile sez. II  16 gennaio 2009 n. 1074

 

 

Trust

La carica di coamministratore di un trust rappresenta un "munus" di diritto privato. Tale incarico non si sostanzia ed esaurisce nel compimento di un singolo atto giuridico (come nel mandato) bensì in un'attività multifortme e continua che deve essere sempre improntata a principi di correttezza e diligenza. Non a caso, le norme di cui agli art. 334, in tema di usufrutto legale, e 183, in tema di comunione legale, del codice civile, contemplano la possibilità della revoca per avere "male amministrato": formula necessariamente generica e lata, che può cibcretarsi non solo per effetto di specifiche violazioni di legge ma anche quando l'assolvimento della funzione non sia, nel complesso, improntato alla diligenza richiesta dalla natura fiduciaria dell'incarico, così da riuscire lesivo degli interessi che l'istituto mira a proteggere.

Cassazione civile sez. I  13 giugno 2008 n. 16022  

 

La revoca dell'incarico di trustee di beni riferibili, in ultima istanza, a minori, non segue le regole del mandato ma quelle dettate dagli art. 334, in tema di usufrutto legale e 183 in tema di comunione legale. La revoca per aver male amministrato può concreatrsi non solo per effetto di specifiche violazioni di legge ma anche quando l'assolvimento della funzione non sia improntato alla diligenza richiesta dalla natura fiduciaria dell'incarico così da riuscire lesivo degli interessi che l'istituto mira a proteggere.

Cassazione civile sez. I  13 giugno 2008 n. 16022  



 
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