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Art. 190 codice civile: Responsabilità sussidiaria dei beni personali

I creditori (1) possono agire in via sussidiaria sui beni personali (2) di ciascuno dei coniugi, nella misura della metà del credito, quando i beni della comunione non sono sufficienti a soddisfare i debiti su di essa gravanti (3).


Commento

(1) Art. così sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 69) (Riforma del diritto di famiglia).

(2) In questo caso i beni personali comprendono non solo quelli cui fa riferimento l’art. 179, ma tutti quelli di cui il coniuge abbia la disponibilità in costanza di comunione.

(3) Nel caso in cui il patrimonio comune sia insufficiente a soddisfare integralmente le pretese del creditore, questi ha due possibilità: può agire nei confronti del coniuge che ha assunto l’obbligazione, chiedendo il pagamento dell’intero debito, oppure nei confronti dell’altro coniuge che risponde con i propri beni personali fino alla metà del debito.

 

Il creditore può agire sui beni personali di ciascuno solo «nella misura della metà del credito»; in tal modo si vuole far corrispondere la misura della responsabilità (sussidiaria) personale alla misura del diritto su quei beni comuni che costituiscono l’oggetto principale della responsabilità.


Giurisprudenza annotata

Coniugi

Nella fattispecie di comunione legale senza quote, nella quale i coniugi sono solidalmente titolari di un diritto avente ad oggetto i beni che ne fanno parte e dalla quale sono esclusi gli estranei, la quota, caratterizzata dalla indivisibilità e dalla indisponibilità, ha soltanto la funzione di stabilire la misura entro cui tali beni possono essere aggrediti dai creditori particolari (art. 189 c.c.), la misura della responsabilità sussidiaria di ciascuno dei coniugi con propri beni personali verso i creditori della comunione (art. 190 c.c.) e, infine, la proporzione in cui, sciolta la comunione, l'attivo ed il passivo saranno ripartiti tra i coniugi ed i loro eredi (art. 194 c.c.). Ne consegue che, nei rapporti con i terzi, ciascun coniuge, mentre non ha diritto di disporre della propria quota, può disporre dell'intero bene comune anche senza il consenso dell'altro, salva la possibilità, per quest'ultimo di chiedere la reintegrazione della comunione, se si tratta di beni mobili, e di agire per l'annullamento dell'atto, se si tratta di atti dispositivi di beni immobili. (Cfr. Cass., sez. I, 19 marzo 2003 n. 4033).

Tribunale Benevento  21 ottobre 2014

 

È revocabile, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 2901 ss. c.c., il fondo patrimoniale costituito da entrambi i coniugi su quote di immobili in comproprietà e stipulato in data posteriore all'emissione ed alla notifica ad un coniuge, unico debitore, di decreto monitorio per debiti: a determinare l'"eventus damni" è sufficiente la mera variazione qualitativa del patrimonio del debitore, tale, però, da causare al creditore una maggiore difficoltà od incertezza nel recupero coattivo del credito; sul piano soggettivo, la prova della fraudolenta collusione tra il debitore ed il terzo (c.d. "consilium fraudis") può essere fornita anche attraverso presunzioni semplici, massimamente se fondate sulla qualità delle parti del negozio fraudolento e sulla sua tempistica rispetto alla pretesa del creditore (nella specie, l'esistenza del vincolo coniugale costituiva agevole presunzione di conoscenza della pretesa del creditore anche da parte del coniuge della debitrice, dato il protrarsi della vicenda recuperatoria del credito ed i numerosi atti processuali intercorsi).

Tribunale Prato  24 febbraio 2009

 

Ritenuto che, qualora uno dei coniugi, pur in regime di comunione legale di beni, contragga con i terzi debiti diretti a soddisfare bisogni della famiglia, il medesimo impegni il partner, quale debitore solidale, solo se i debiti servano a soddisfare interessi essenziali, perché primari ed infungibili, del nucleo domestico, non può sorgere a carico del coniuge non stipulante responsabilità solidale alcuna nell'ipotesi in cui l'altro coniuge abbia preferito iscrivere i figli comuni in un istituto scolastico privato, dalle costose rette, piuttosto che provvedere all'istruzione della prole iscrivendola in una scuola pubblica dai costi enormemente minori.

Cassazione civile sez. III  10 ottobre 2008 n. 25026  

 

In materia di rapporti patrimoniali tra coniugi, il contraente che ha contrattato con uno solo dei coniugi può invocare il principio dell'apparenza del diritto, al fine di sostenere il suo ragionevole affidamento sul fatto che questi agisse anche in nome e per conto dell'altro coniuge solo qualora si verifichino le seguenti condizioni :a) uno stato di fatto non corrispondente allo stato di diritto; b) il ragionevole convincimento del contraente, derivante da errore scusabile, che lo stato di fatto rispecchiasse la realtà giuridica. Ne consegue che, per poter invocare il principio dell'apparenza del diritto, il terzo deve comunque provare la propria buona fede e la ragionevolezza dell'affidamento, non essendo invocabile il principio in questione da chi versi in colpa per aver omesso di accertare, in contrasto con la stessa legge oltre che con le norme di comune prudenza, la realtà delle cose. (Nella specie la S.C. ha confermato la sentenza di merito che, in riferimento ad un contratto di mutuo concesso da una sorella al fratello, aveva rigettato la domanda della mutuante volta a ritenere obbligata anche la moglie del mutuatario, non avendo addotto elementi fattuali sufficienti a ritenere che potesse incolpevolmente ritenersi che questi agisse anche in nome e per conto della moglie).

Cassazione civile sez. III  15 febbraio 2007 n. 3471  

 

 

Fallimento

Dichiarato il fallimento, la natura impugnatoria del reclamo previsto dal d.lg. n. 169 del 2007 (nuovo art. 18 l. fall.) - che attribuisce al procedimento l’effetto devolutivo pieno - si coniuga con la dinamica processuale tipica del rito, prescelto dal ricordato d.lg. perché idoneo a garantire suddetto effetto, ma soprattutto coerente con la natura della precedente fase del procedimento per la dichiarazione di fallimento. Fase di natura contenziosa ma a rito camerale, maggiormente idonea ad assicurare le esigenze di snellezza, semplicità di forme e celerità che connotano la procedura concorsuale. La sua scansione, secondo la previsione dell’art. 18 l. fall., si articola - infatti - secondo tempistica procedimentale semplificata, destinata a concludersi, esaurita la fase della cost., in una unica udienza di trattazione orale, in cui ciascuna delle parti è ammessa a illustrare le proprie difese, a replicare a quelle avverse, e - quindi - a formulare le proprie conclusioni. Oltre agli scritti difensivi introduttivi, tale dialettica non ammette espressamente il deposito di memorie né consente l’applicazione delle disposizioni di cui agli art. 189 e 190 c.p.c., perché privilegia la trattazione orale. Il carattere inquisitorio del procedimento - che la natura natura dispositiva dell’istruzione, assicurata in questa come nella precedente fase ha attenuato ma non del tutto eliminato - comunque, consente al giudice di acquisire d’ufficio informazioni per completare il quadro istruttorio e non certo per colmare le lacune delle parti e, se lo ritiene, anche di dilazionare la tempistica del procedimento nel rispetto delle regole in cui deve esplicarsi, ammettendo il superamento dei limiti espressamente posti dalla sua dinamica a suo insindacabile giudizio.

Cassazione civile sez. I  07 ottobre 2010 n. 20836  

 



 
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