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Art. 1908 codice civile: Valore della cosa assicurata

Nell’accertare il danno non si può attribuire alle cose perite o danneggiate un valore superiore a quello che avevano al tempo del sinistro.

Il valore delle cose assicurate può essere tuttavia stabilito al tempo della conclusione del contratto, mediante stima accettata per iscritto dalle parti (1).

Non equivale a stima la dichiarazione di valore delle cose assicurate contenuta nella polizza o in altri documenti (2).

Nell’assicurazione dei prodotti del suolo il danno si determina in relazione al valore che i prodotti avrebbero avuto al tempo della maturazione o al tempo in cui ordinariamente si raccolgono.


Commento

(1) La norma stabilisce che, per la valutazione del danno, è necessario fare riferimento al momento del sinistro. Ma il valore della cosa può essere stabilito anche al momento della conclusione del contratto; infatti le parti possono decidere per iscritto il valore da attribuire alle cose assicurate: in tal caso si parla di polizza stimata, con la quale si realizza un accordo tra l’assicuratore e il contraente. Attraverso la stima le parti vogliono evitare l’accertamento di valore in un momento successivo e tale intenzione deve risultare in modo chiaro.

 

(2) Non ha invece natura di stima quanto è contenuto nella polizza o in altro documento relativamente al valore delle cose. Ciò rappresenta soltanto una dichiarazione di valore da parte del contraente ed ha rilevanza solo al fine delle informazioni che il soggetto è tenuto a dare al momento della conclusione del contratto.

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Assicurazioni

La stipula di una polizza stimata ex art. 1908 cod. civ., che ha lo scopo di determinare convenzionalmente il valore assicurabile, non è incompatibile con l'assicurazione parziale di cui all'art. 1907 cod. civ., nella quale il valore assicurato rappresenta solo una parte del valore della cosa. Rigetta, App. Milano, 10/10/2006

Cassazione civile sez. III  12 novembre 2013 n. 25405  

L'articolo 1908 c.c., rubricato "valore della cosa assicurata", prevede che, nell'accertare il danno, non si può attribuire alle cose perite o danneggiate, o rubate in caso di assicurazione contro il furto, un valore superiore a quello che avevano al tempo del sinistro. Il fatto che, il comma 2 della predetta norma, preveda che il valore possa essere stabilito al momento della conclusione del contratto con stima accettata dalle parti, non vuol dire che si possa derogare alla norma imperativa innanzi descritta di cui all'art. 1908, comma 1, c.c., ma vuol dire solo che l'accertamento non del danno, ma del valore del bene assicurato nel momento della stipula della polizza, può esser fatto d'accordo dalle parti, fermo restando che, quando si tratterà di accertare non astrattamente il valore, ma il danno, ovvero la somma occorrente per risarcirlo, si dovrà di nuovo verificare, nell'ipotesi di perdita totale come nel caso del furto, quel valore medesimo così come attribuibile al momento della perdita. Tale verifica, funzionale al rispetto della norma imperativa in discorso, sarà necessaria tutte le volte che si tratti di un bene che, col passare del tempo o con l'uso, sia soggetto a deprezzamento. Ne deriva che la condotta contrattuale che la norma imperativa impone, affinché si eviti di porre in essere clausole nulle, è quella, in presenza di una res assicurata che col tempo e con l'uso si deprezzi, di rideterminare periodicamente il valore assicurato e di rideterminare proporzionalmente il premio stesso. Se ciò non avviene, la sanzione di tipo sostitutivo, potrà essere la rideterminazione ex post, giammai la sopravvalutazione del bene. In base ai principi esposti, nel caso di specie, poiché l'attore ha chiesto la condanna della convenuta compagnia al pagamento di una data somma, quale indennizzo corrispondente al valore commerciale del bene rubato al momento del furto, senza tuttavia tener conto dell'effettivo valore del mezzo stesso a seguito del grave incidente subito, si è ritenuto necessario valutare l'effettivo valore commerciale del bene, cui commisurare nel concreto l'indennizzo dovuto.

Tribunale Roma sez. XIII  12 settembre 2013 n. 18110  

Non è vessatoria la clausola inserita nel contratto di assicurazione in base alla quale in caso di sostituzioni di parti del veicolo l'indennizzo va commisurato detraendo il deprezzamento che avevano le parti sostituite al momento del sinistro per effetto della loro usura e vetustà, poiché non prevede limitazioni di responsabilità ma si limita a determinare la misura dell'indennizzo dovuto all'effettivo valore della cosa sottratta o danneggiata al momento del sinistro, in piena aderenza al principio indennitario di cui all'art. 1908 c.c. Tuttavia, la corretta applicazione di detta clausola prevede che si debba stimare il valore del deprezzamento della singola parte sostituita (nel caso di specie il navigatore satellitare) detraendolo dal costo complessivo della riparazione e non applicando, a detta singola parte, il valore del deprezzamento della vettura (in base ai listini di Quattroruote), essendo di tutta evidenza sia la diversità dell'usura, sia un deprezzamento non paragonabile a quello della vettura nel suo complesso.

Tribunale Rovereto  19 luglio 2010

In tema di assicurazione contro i danni, nel cui ambito deve essere ricondotta l'assicurazione contro gli infortuni, il debito di indennizzo dell'assicuratore, ancorché venga convenzionalmente contenuto, nella sua espressione monetaria, nei limiti di un massimale, configura debito di valore, non di valuta, in quanto assolve una funzione reintegrativa della perdita subita dal patrimonio dell'assicurato, e, pertanto, è suscettibile di automatico adeguamento alla stregua della sopravvenuta svalutazione monetaria. Tale effetto deriva anche in virtù del costante riferimento al risarcimento del danno ed al valore della cosa assicurata in tutte le disposizioni normative che regolano la materia, con particolare riguardo a quelle contenute negli art. 1905 e 1908 c.c.

Cassazione civile sez. III  11 gennaio 2007 n. 395  

L'art. 1908, comma 2, c.c., che consente alle parti di stabilire il valore delle cose assicurate al tempo della conclusione del contratto in via preventiva "mediante stima accettata per iscritto", non prescrive che questa rappresenti necessariamente il frutto di una valutazione ad opera di esperti, la quale ben potrebbe rivelarsi superflua nel caso in cui l'assicuratore non nutrisse dubbi sulla corrispondenza al valore effettivo dei valori indicati dall'altro contraente. Deve dunque ritenersi che ai fini dell'operatività della stima preventiva sia sufficiente che il relativo accordo venga dalle parti trasfuso in un apposito atto scritto, dotato di una propria autonomia rispetto alla "dichiarazione di valore delle cose assicurate contenute nella polizza o in altri documenti" cui fa riferimento il terzo comma della medesima disposizione normativa per sancirne la non equiparabilità a stima. Nessun argomento contrario può, per converso, trarsi dall'accettazione espressa, da parte dell'assicurato, delle clausole 16, 17 e 18 delle condizioni generali, recanti, rispettivamente, previsione di "Perdita del diritto all'indennizzo nel caso di esagerazione dolosa del danno o di altri comportamenti fraudolenti" e disposizioni relative al procedimento di valutazione del danno, stante la loro portata di carattere generale, riferita, cioè, a tutti i beni assicurati (la prevalenza dei quali estranei all'accordo di stima), che vale di per sé stesso ad escluderne una positiva rilevanza, sul piano interpretativo, nel senso propugnato. Il rischio che l'interpretazione dell'appendice di polizza nel senso prospettato possa tradursi in una violazione del principio indennitario che informa il sistema dell'assicurazione contro i danni è insito nell'istituto, il quale rappresenta una deroga a quel principio espressamente contemplato al precipuo scopo di sollevare l'assicurato dal gravoso onere di provare il valore delle cose assicurate in caso di avveramento dell'evento. In tal senso depone il tenore letterale della norma, segnatamente il valore avversativo della congiunzione "tuttavia" che figura nel secondo comma, che rende palese la contrapposizione di carattere sostanziale del relativo enunciato rispetto all'enunciato del primo comma ("Nell'accertare il danno non si può attribuire alle cose perite o danneggiate un valore superiore a quello che avevano al tempo del sinistro". "Il valore delle cose assicurate può essere tuttavia stabilito per iscritto al tempo della conclusione del contratto, mediante stima accettata per iscritto dalle parti"), per modo da escludere la validità della tesi riduttiva orientata ad attribuire alla pattuizione in oggetto carattere meramente processuale e cioè limitato all'inversione dell'onere della prova a carico dell'assicuratore.

Corte appello Milano sez. IV  13 settembre 2005 n. 2092



 
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