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Art. 1941 codice civile: Limiti della fideiussione

La fideiussione non può eccedere ciò che è dovuto dal debitore, nè può essere prestata a condizioni più onerose.

Può prestarsi per una parte soltanto del debito o a condizioni meno onerose.

La fideiussione eccedente il debito o contratta a condizioni più onerose è valida nei limiti dell’obbligazione principale (1).


Commento

(1) La maggiore o minore onerosità riguarda la prestazione del fideiussore. È più onerosa la prestazione alla quale è apposta una clausola penale [v. 1382] o la clausola solve et repete [v. 1462] a carico del solo fideiussore. Non lo è, invece, quella che comprende una maggiore somma pari alla svalutazione, che permette di stabilire esattamente l’ammontare della prestazione.

È più favorevole l’indicazione di un termine più lungo di quello previsto dall’obbligazione principale, o di una condizione che modifica il luogo del pagamento [v. 1182] o riduce il saggio di interesse.

 


Giurisprudenza annotata

Fideiussione

In tema di mutuo ipotecario e quindi di responsabilità contrattuale, la fideiussione può essere prestata per una durata minore a quella del rapporto principale garantito: l'esposizione soggettiva del fideiussore è, infatti, oggettivamente circoscrivibile e ciò onde conservare uno stato di equilibrio ex lege del rapporto debitore-creditore. E', così, legittima, e quindi va confermata, la sentenza di merito con cui, accertati la liceità della fideiussione e la relativa validità temporale minima e consistente, l'interpretazione giudiziale secundum legem della stessa nonché il rispetto del piano di ammortamento e quindi l'assenza di alcun inadempimento durante il periodo di vigenza della medesima fideiussione, venga dichiarato inefficace il pignoramento immobiliare sulla cui base venga, poi, dichiarato altresì inefficace, in altra sede (e di gravame), anche il relativo precedente precetto.

Cassazione civile sez. III  30 dicembre 2014 n. 27531  

 

In tema di recesso del fideiussore da una fideiussione prestata a garanzia di un’apertura di credito in conto corrente senza determinazione di durata, le rimesse attive affluite sul conto dopo il recesso del fideiussore e fino alla chiusura del rapporto creditizio non possono essere conteggiate separatamente a favore del garante in riduzione del saldo passivo esistente alla data del recesso medesimo, stante il principio di inscindibilità delle rimesse attive e passive sia nel rapporto tra banca e cliente che in quello tra banca e garante, avendo i versamenti la funzione di ripristinare la disponibilità e di consentire, quindi, ulteriori prelievi.

Tribunale Arezzo  31 gennaio 2014 n. 31  

 

La sospensione del corso degli interessi, convenzionali o legali, sancita, agli effetti del concorso, dall'art. 55 della l.fall. non si estende al fideiussore del fallito, senza che rilevino, in senso contrario, i principi in ordine ai limiti ed all'oggetto della fideiussione di cui agli art. 1941 e 1942 c.c. Rigetta, App. L'Aquila, 04/10/2005

Cassazione civile sez. I  08 agosto 2013 n. 18951  

 

La responsabilità del creditore nei confronti del fideiussore, per i danni che a questi sarebbero stati cagionati dall'inadempienza delle clausole del contratto costituente il titolo dell'obbligazione garantita, è configurabile esclusivamente sotto il profilo extracontrattuale, nascendo da un rapporto al quale il fideiussore è per definizione estraneo, mentre l'inadempienza medesima può essere fatta valere, oltre che dal debitore, in via di eccezione anche dal fideiussore, nell'esecuzione del contratto di fideiussione, solo al fine di resistere all'azione proposta dal creditore per l'escussione della garanzia. Rigetta, App. Trieste, 10/10/2008

Cassazione civile sez. I  25 luglio 2013 n. 18086  

 

Il principio di accessorietà della garanzia comporta il venir meno della relativa obbligazione tutte le volte in cui l'obbligazione principale sia estinta, ma non esclude la possibilità della sua rinnovata vigenza, allorché dopo l'estinzione il debito principale ritorni a esistenza in virtù di fatti sopravvenuti, e non comporta pertanto l'invalidità della clausola contenuta in una fideiussione, la quale preveda la reviviscenza della garanzia in caso di revoca del pagamento del debito principale ai sensi dell'art. 67 l.fall.; né tale clausola può dirsi vessatoria come tuttora riferibile al rapporto principale, posto che questo non si è definitivamente estinto con un pagamento valido e irrevocabile.

Cassazione civile sez. I  27 maggio 2013 n. 13101  

 

Il recesso del fideiussore dalla garanzia prestata per i debiti di un terzo, derivanti da un rapporto di apertura di credito bancario in conto corrente destinato a prolungarsi ulteriormente nel tempo, produce l'effetto di circoscrivere l'obbligazione accessoria al saldo del debito esistente al momento in cui il recesso medesimo è diventato efficace. L'obbligo del garante è limitato al pagamento di tale saldo anche qualora il debito dell'accreditato, al momento in cui la successiva chiusura del conto rende la garanzia attuale ed esigibile, risulti aumentato in dipendenza di operazioni posteriori, e senza che peraltro, ai fini della determinazione dell'ambito della prestazione dovuta dal garante, possa aversi una considerazione delle ulteriori rimesse dell'accreditato separata e diversa rispetto ai prelevamenti dallo stesso operati, e ciò stante l'unitarietà e l'inscindibilità del rapporto tra banca e cliente. Solo se il saldo esistente alla chiusura del rapporto di apertura di credito sia inferiore a quello esistente al momento del recesso del fideiussore, si verifica una corrispondente riduzione dell'obbligazione fideiussoria, in applicazione della regola sancita dall'art. 1941, comma 1, c.c., per cui la fideiussione non può eccedere l'ammontare dell'obbligazione garantita.

Cassazione civile sez. I  15 giugno 2012 n. 9848  

 

L’introduzione in una polizza delle clausole "a prima richiesta" o "senza riserva" ovvero "senza eccezioni", derogatorie del regime normativo tipico della fideiussione - art. 1945 e 1941 c.c. - riconducono la polizza che le contiene alla categoria del contratto autonomo di garanzia che ammette la sola "excepio doli".

Cassazione civile sez. I  28 ottobre 2010 n. 22107  

 

La polizza che contiene la clausola "a prima richiesta", nonostante sia chiamata anche "fideiussoria", non è soggetta alla disciplina degli art. 1941 e 1945 c.c.: costituisce invece un contratto autonomo di garanzia. Di conseguenza, il termine per l'escussione della garanzia, fissato dall'art. 1957 c.c., non si applica salvo che non sia previsto esplicitamente dalle parti.

Cassazione civile sez. I  28 ottobre 2010 n. 22107  

 

Non urta contro alcun principio di ordine pubblico, comportando soltanto l'assunzione da parte del fideiussore del maggior rischio inerente al mutamento delle condizioni patrimoniali del debitore, la clausola, inserita nel contratto di fideiussione, con la quale le parti deroghino espressamente all'obbligo per il creditore di escutere preventivamente il debitore garantito; una siffatta deroga da parte del fideiussore può, infatti, correttamente ritenersi affidata alla libera disponibilità delle parti e deve pertanto considerarsi pienamente valida ed efficace tra i contraenti.

Corte appello Napoli sez. II  03 gennaio 2008 n. 16  

 

Anche in tema di fideiussione è applicabile la disposizione dell'art. 2956 c.c., la quale sancisce la nullità della clausola (benché contenuta in un atto unilaterale) con la quale si stabiliscono termini di decadenza che rendono eccessivamente difficile a una delle parti l'esercizio del diritto. Ne consegue che è nulla la clausola con la quale, una volta stabilito che il termine d'efficacia della fideiussione coincida con quello di escussione della garanzia, si fissi tra questo termine ed il termine di scadenza dell'obbligazione garantita un periodo temporale così ristretto da rendere eccessivamente difficile, valutate anche le modalità di escussione (ad esempio, mediante lettera che debba pervenire entro un certo termine al garante), che il creditore possa avvalersi della garanzia prestata. L'accertamento relativo all'eccessiva difficoltà di esercizio del diritto è demandato al giudice del merito e sfugge, se congruamente e logicamente motivato, al controllo di legittimità.

Cassazione civile sez. III  27 ottobre 2005 n. 20909



 
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