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Art. 2035 codice civile: Prestazione contraria al buon costume

Chi ha eseguito una prestazione per uno scopo che, anche da parte sua, costituisca offesa al buon costume non può ripetere quanto ha pagato.


Commento

La norma costituisce un’eccezione al principio della ripetibilità dell’indebito, fondato sulla considerazione che chi esegue una prestazione contraria al buon costume non può riottenerla, laddove il titolo in forza del quale la prestazione è stata eseguita si riveli privo di qualunque fondamento giustificativo. L’impedimento alla ripetizione di quanto indebitamente attribuito costituisce una sorta di sanzione a carico dell’autore della prestazione contraria al buon costume; la norma, dunque, costituisce una ipotesi del tutto differente rispetto all’altra eccezione al principio della ripetibilità dell’indebito, ovvero l’obbligazione naturale. In tale ultimo caso, è l’adempimento di un dovere morale o sociale a giustificare l’irripetibilità della prestazione (la cd. soluti retentio), da parte di chi riceve la prestazione.


Giurisprudenza annotata

Prostituzione

L'esercizio della prostituzione in quanto tale non è ricompresa tra le prestazioni contrarie al buon costume ai sensi dell'art. 2035 c.c., poiché trattasi di attività ampiamente diffusa nella collettività, oltre che consentita dall'ordinamento giuridico; la prostituta ha diritto ad essere retribuita per la sua prestazione e il profitto che ne consegue è giusto.

Tribunale Roma  24 luglio 2013

La donazione indiretta, consistente nell'intestazione in favore del beneficiario di una quota di immobile acquistata con danaro proprio della disponente, proveniente dall'attività di meretricio di quest'ultima, dalla quale il primo traeva guadagno, non è affetta da nullità per illiceità della causa, rimanendo la condotta di sfruttamento della prostituzione irrilevante rispetto all'atto di liberalità, espressione di piena autonomia negoziale ed oggetto di semplice accettazione da parte del donatario. Rigetta, App. Roma, 07/02/2006

Cassazione civile sez. II  25 marzo 2013 n. 7480  

Sebbene l'esercizio della prostituzione non costituisca di per sé reato, non costituisce comune fonte lecita di guadagno, in quanto contraria al buon costume e, in quanto tale, nemmeno tutelabile in sede giurisdizionale, essendo nulli gli accordi raggiunti al riguardo (art. 1343 e 2035 c.c.), sicché è legittimo il provvedimento di revoca del permesso di soggiorno, rilasciato inizialmente per motivi di lavoro, sulla base del fatto che la richiedente svolgeva attività di meretricio. (Conferma Tar Lazio, Roma, sez. I ter, n. 8474 del 2010).

Consiglio di Stato sez. VI  16 dicembre 2010 n. 9071  

Anche se l'esercizio della prostituzione non costituisce di per sé reato, non concreta comunque una fonte lecita di guadagno, in quanto contraria al buon costume e, in quanto tale, nemmeno tutelabile in sede giurisdizionale, essendo nulli gli accordi raggiunti al riguardo (artt. 1343 e 2035 c.c.). È, pertanto, legittimo il provvedimento con il quale il Questore revochi ad una cittadina straniera il permesso di soggiorno, rilasciato per motivi di lavoro, sulla base del fatto che svolgeva attività di meretricio.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. VI  29 gennaio 2009 n. 488  

Ripetizione dell'indebito

In tema di truffa, la natura illecita del patto intercorso con la vittima non impedisce la condanna dell'imputato alla restituzione della somma di denaro versatagli dalla vittima, poiché unica eccezione alla ripetibilità dell'indebito è data dalla prestazione contraria al buon costume (art. 2035 c.c.), mentre va ricondotto allo schema dell'indebito oggettivo (art. 2033 c.c.) il diritto alla restituzione delle somme pagate in esecuzione di contratto nullo per illiceità della causa, contraria all'ordine pubblico. (Fattispecie relativa al reato di truffa aggravata, consistente nell'ottenere una somma di denaro dietro la falsa promessa di un'assunzione presso le Poste Italiane S.p.A.). Dichiara inammissibile, App. Roma, 15 aprile 2009

Cassazione penale sez. II  17 settembre 2010 n. 35352  

Ai fini dell'applicabilità della "soluti retentio" prevista dall'art. 2035 c.c., la nozione di buon costume non si identifica soltanto con le prestazioni contrarie alle regole della morale sessuale o della decenza, ma comprende anche quelle contrastanti con i principi e le esigenze etiche costituenti la morale sociale in un determinato ambiente e in un certo momento storico; pertanto, chi abbia versato una somma di denaro per una finalità truffaldina o corruttiva non è ammesso a ripetere la prestazione, perché tali finalità, certamente contrarie a norme imperative, sono da ritenere anche contrarie al buon costume.

Cassazione civile sez. III  21 aprile 2010 n. 9441  

Posto di lavoro

Attesa la distinzione concettuale che deve porsi tra ordine pubblico e buon costume, in funzione della operatività o meno degli obblighi di restituzione secondo le leggi civili, cui fa riferimento l'art. 185 comma 1 c.p., deve escludersi che possa ritenersi contraria al buon costume, con conseguente applicabilità della regola della "soluti retentio" di cui all'art. 2035 c.c., la corresponsione di somme di danaro in cambio della indebita promessa di un posto di lavoro, dandosi luogo in tal caso soltanto ad un accordo caratterizzato da causa illecita e pertanto nullo per contrarietà all'ordine pubblico, di tal che, vertendosi nell'ipotesi dell'indebito oggettivo di cui all'art. 2033 c.c., il soggetto resosi responsabile del reato (nella specie, truffa aggravata) costituito dalla suddetta indebita promessa ben può essere condannato alla restituzione di quanto ricevuto dal promissario, oltre che al risarcimento del maggior danno da questi subito.

Cassazione penale sez. II  17 settembre 2010 n. 35352  

Il traffico di posti di lavoro, anche al di fuori di ipotesi riconducibili al delitto di corruzione o di millantato credito, costituisce causa illecita perché contraria non tanto al buon costume, quanto all'ordine pubblico, vuoi perché mercifica l'accesso al lavoro, che è un valore di rango costituzionale (v. art. 4 cost.) e non già un oggetto di scambio economico, vuoi perché mortifica il (pari) diritto di altri a vedere correttamente valutata la propria domanda di assunzione, anche a fronte non di concorsi, ma di assunzioni per chiamata diretta, ancorché sia intuitivamente differente il grado del giudizio di riprovazione etico-sociale fra chi "vende" un posto di lavoro (su cui non avrebbe, per altro, alcun potere) e chi, invece, lo "acquista" spinto dal bisogno. Pertanto, è lecita la condanna al risarcimento dei danni nei confronti di chi ha promesso un posto di lavoro in favore delle vittime del raggiro costituitesi parte civile.

Cassazione penale sez. II  17 settembre 2010 n. 35352  



 
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