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Art. 2037 codice civile: Restituzione di cosa determinata

Chi ha ricevuto indebitamente una cosa determinata è tenuto a restituirla.

Se la cosa è perita, anche per caso fortuito, chi l’ha ricevuta in mala fede è tenuto a corrisponderne il valore; se la cosa è soltanto deteriorata, colui che l’ha data può chiedere l’equivalente, oppure la restituzione e un’indennità per la diminuzione di valore.

Chi ha ricevuto la cosa in buona fede non risponde del perimento o del deterioramento di essa, ancorché dipenda da fatto proprio, se non nei limiti del suo arricchimento.


Commento

 

L’indebita prestazione di una cosa determinata fa sì che chi l’abbia ricevuta debba provvedere alla restituzione della stessa. La norma regola l’ipotesi in cui tale restituzione sia ostacolata dal perimento o dal deterioramento della cosa medesima, ed è applicabile sia alle ipotesi di indebito oggettivo, sia alle ipotesi di indebito soggettivo. Se la cosa determinata è stata ricevuta in buona fede, l’accipiens (cioè colui che ha ricevuto la cosa) non è responsabile del suo perimento o deterioramento, avendo egli utilizzato la cosa nella convinzione che gli appartenesse e, dunque, entro i limiti dell’esercizio del suo diritto. In tal caso, colui che ha eseguito la prestazione indebita non può agire nei confronti dell’accipiens, se non nei limiti dell’eventuale arricchimento da questi conseguito. Se la cosa determinata è stata invece ricevuta in mala fede, l’accipiens risponde del suo perimento o deterioramento, indipendentemente dal fatto che egli ne sia o meno responsabile; tale forma di responsabilità aggravata discende dal fatto che la prestazione gli viene attribuita indebitamente e, dunque, deve essere restituita.


Giurisprudenza annotata

Ripetizione dell'indebito

In caso di risoluzione per inadempimento del vincolo contrattuale, il venir meno della "causa adquirendi" comporta l'obbligo di restituzione di quanto prestato in esecuzione del contratto stesso, secondo le regole dell'indebito oggettivo, sicché, ove si verta nel caso di restituzione di una cosa determinata della quale sia impossibile la riconsegna, l'obbligo dell'"accipiens" risulta disciplinato dall'art. 2037 cod. civ., sicché, ove sia in malafede nel ricevere o trattenere il bene, è tenuto a corrispondere il controvalore, mentre nell'opposta situazione di buona fede è obbligato nei soli limiti del suo arricchimento. Cassa con rinvio, App. Roma, 20/05/2010

Cassazione civile sez. III  25 agosto 2014 n. 18185  

Nell'indebito inerente alla consegna di cosa determinata (art. 2037 c.c.), l'impossibilità di restituzione del bene, che trasforma l'obbligazione restitutoria dell'accipiens in obbligazione di versare l'equivalente in denaro, deve essere dedotta e provata da parte di quest'ultimo, non del solvens, nemmeno ove esso, prefigurandosi la perdita o distruzione del bene, agisca direttamente per conseguire detto equivalente, salva in tal caso la facoltà del convenuto di opporre la possibilità di effettuare la restituzione stessa (con l'offerta di provvedervi).

Cassazione civile sez. I  14 giugno 1996 n. 5512  

In materia di vendita, il compratore il quale, lamentando vizi della merce acquistata, la restituisca al venditore e non ne accetti poi la riconsegna, può comunque agire, ove sia esclusa la sussistenza dei vizi e perciò la risoluzione del contratto, per la ripetizione dell'indebito, a norma dell'art. 2037 c.c., rinvenendosi il presupposto della traditio nel ricevimento da parte del venditore di cose ormai di proprietà dell'acquirente. Sulla parte venditrice, che riceva in restituzione la merce e non si liberi dall'obbligo di consegna mediante il deposito di cui all'art. 1210 c.c. o attraverso la procedura di vendita di cui all'art. 1211 c.c., grava un obbligo di ripetizione e/o custodia delle cose, ancorché essa si sia adoperata per il ritrasferimento alla parte acquirente e questa l'abbia rifiutato.

Cassazione civile sez. II  08 gennaio 2013 n. 267  

Nell'applicazione dell'art. 2037 comma 2 e 3 c.c. - che detta il regime della "condicio indebiti" tendente alla restituzione di cosa determinata della quale sia impossibile la riconsegna, distinguendo tra "accipiens" in mala fede, tenuto a corrispondere il valore della cosa (comma 2) ed "accipiens" in buona fede, responsabile nell'ambito dell'arricchimento senza causa (comma 3) - va osservato il principio ex art. 1147 comma 2 c.c. che "la buona fede non giova se l'ignoranza dipende da colpa grave", sicché, ove la nullità del negozio, cui si ricollega l'azione di ripetizione, sia addebitabile a colpa grave dell'"accipiens" opera la disciplina del comma 2 dell'art. 2037 citato, e non quella del comma 3.

Cassazione civile sez. II  15 dicembre 1982 n. 6918  

Restituzione di cose

Qualora per fatto non imputabile alle parti (nella specie: calamità naturale con conseguente inagibilità dell'immobile oggetto della locazione) vi sia impossibilità, per il conduttore, di godere l'immobile cessa, per il conduttore, l'obbligo di pagamento del canone. Lo scioglimento del rapporto rende, peraltro, attuale l'obbligazione di riconsegna dell'immobile oggetto di locazione, secondo le norme relative alla ripetizione dell'indebito con applicazione del combinato disposto degli art. 1182 e 2037 c.c., sì che il locatore per far valere il diritto alla restituzione deve proporre apposita domanda. Non è, pertanto, applicabile, in una tale fattispecie, la disciplina di cui all'art. 1591 c.c., qualora si accerti che la restituzione sia avvenuta anteriormente alla proposizione della domanda giudiziaria. (Nella specie, infatti, verificatosi il sisma con danneggiamento dell'edificio nel dicembre 1990, l'asporto degli arredi e delle suppellettili era stato effettuato nel febbraio del 1991 e la consegna delle chiavi era avvenuta nel novembre 1991. Essendo iniziati i lavori di riattamento solo nel giugno 1992 ed essendo stata proposta, in primo grado, la domanda ex art. 1591 c.c. introdotta esclusivamente nel maggio 1993, la S.C. ha confermato la pronuncia del merito che aveva escluso l'applicabilità della ricordata disposizione).

Cassazione civile sez. III  22 agosto 2007 n. 17844

Impiegati dello Stato

In base al principio desumibile dall'art. 2037 comma 2 c.c., e ribadito in modo specifico dalla l. 18 aprile 1962 n. 230, alla permanenza del servizio deve corrispondere la indeterminatezza temporale del rapporto d'impiego o di lavoro; pertanto, il dipendente pubblico assunto a tempo determinato, rimasto in servizio dopo la scadenza del termine, beneficia della conversione del rapporto in rapporto a tempo indeterminato.

Consiglio di Stato sez. V  18 maggio 1987 n. 301  

Tributi locali

La nullità del contratto con il quale il privato abbia ceduto un'area al comune integra una ipotesi di indebita ricezione di cosa determinata, con il conseguente obbligo di restituzione a carico del comune medesimo, secondo la disciplina degli art. 2033, 2037 e 2038 c.c.; pertanto, ove tale restituzione sia resa impossibile per essere stato l'immobile definitivamente destinato alla realizzazione di un'opera pubblica, devono trovare applicazione il comma 2 e 3 dell'art. 2037 c.c.

Cassazione civile sez. un.  17 giugno 1982 n. 3674

Edilizia ed urbanistica

Con riguardo al contratto, con il quale il privato, ai sensi e sotto il vigore dell'art. 24 della legge urbanistica 17 agosto 1942 n. 1150, abbia ceduto al comune porzioni di suolo per la realizzazione di vie o piazze pubbliche, a scomputo del contributo di miglioria, la sopravvenuta impossibilità della istituzione del contributo medesimo, per effetto della sua abolizione (l. 5 marzo 1963 n. 246), non determina nullità, ma implica l'obbligo dell'ente di corrispondere il prezzo della cessione, corrispondente al valore dei beni ceduti. Peraltro, qualora detto contratto sia stato dichiarato nullo, con pronuncia passata in giudicato, deve ravvisarsi un'ipotesi di indebita ricezione di cosa determinata, la quale comporta l'obbligo di restituzione a carico del comune, secondo la disciplina degli art. 2033, 2037 e 2038 c.c., ovvero, per il caso in cui tale restituzione sia impossibile per l'avvenuta esecuzione dell'opera pubblica, l'obbligo del comune stesso, ai sensi del comma 3 del citato art. 2037, di indennizzare il privato nei limiti del proprio arricchimento (corrispondente all'importo dell'indennità di espropriazione che avrebbe dovuto corrispondere facendo ricorso a procedimento ablatorio), in considerazione della sua buona fede al momento della ricezione del bene, e della non configurabilità di un fatto illecito nella suddetta vicenda di trasformazione del bene privato in bene pubblico.

Cassazione civile sez. un.  17 giugno 1982 n. 3674  



 
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