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Art. 2045 codice civile: Stato di necessità

Quando chi ha compiuto il fatto dannoso vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave (1) alla persona (2), e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato né era altrimenti evitabile (3), al danneggiato è dovuta un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice.


Commento

Stato di necessità: causa di esclusione dell’antigiuridicità del fatto lesivo e della relativa responsabilità, in virtù della quale un soggetto, trovandosi in uno stato di pericolo che minacci lui o un’altra persona e che non sia stato da lui provocato, è giustificato se causa un danno a terzi. Tuttavia, poiché la terza persona contro la quale si è rivolto il danno è estranea alla situazione di pericolo, e quindi non è responsabile, chi invoca lo stato di necessità, sarà tenuto ad indennizzare il terzo del danno subìto. La quantificazione del danno sarà opera dell’autorità giudiziaria, che applicherà un criterio equitativo e non rigorosamente proporzionale.

 

Indennità: somma di denaro dovuta a titolo di ristoro patrimoniale per eliminare i danni procurati da fatti non considerati illeciti.

 

(1) Nel momento in cui l’agente pone in essere il suo comportamento deve, dunque, esistere un elevato grado di probabilità che si verifichi un grave evento sfavorevole e dannoso. La dottrina è divisa circa la possibilità di invocare il cd. stato di necessità putativo; se si richiamano le opinioni giurisprudenziali formatesi in materia penale in merito all’argomento deve ritenersi che la norma sia applicabile anche laddove l’agente abbia tenuto il comportamento dannoso sulla base di una presunzione inesatta dello stato di pericolo, formatasi in base a dati di fatto concreti, sia pure inidonei a creare il pericolo stesso.

 

(2) Il danno alla persona comprende, oltre al danno fisico, anche il danno riguardante altri beni della personalità giuridicamente tutelati.

 

(3) La reazione deve essere l’unico modo per evitare il danno; non è inevitabile il danno cui il soggetto poteva sottrarsi fuggendo.

 


Giurisprudenza annotata

Danni

Ritenuto che allorché si lede l'integrità psicofisica di una persona, arrecandole anche un danno non patrimoniale, si incide negativamente su diritti fondamentali costituzionalmente garantiti; ritenuti la marcata, frequentissima disparità e l'empirismo dei metodi di riferimento, di valutazione e di liquidazione riscontrabili nella giurisprudenza di merito, e ritenute le pletoriche, accentuate varietà e le non lievi divergenze riscontrabili, finora, in seno ai cd. valori tabellari; ritenuta la sussistenza, anche a parità di condizioni, di una giurisprudenza diversificata per zone territoriali, con violazione dei principi di uguaglianza, di equità, di certezza del diritto, con incremento della litigiosità e del contenzioso e con notevole, inaccettabile casualità delle aspettative e delle risultanze risarcitorie, a tutto discapito anche della necessaria c.d. morigeratezza processuale; ritenute le controindicazioni che tarano negativamente le varie medie aritmetiche adottate; ritenuta la carenza, finora, di una tabella unica di riferimento e di valutazione per la stima e la quantificazione del danno non patrimoniale e del correlativo risarcimento; ritenuto l'ineludibile ruolo nomofilattico assegnato, istituzionalmente, alla S.C.C.; ritenuta la plausibilità e l'attendibilità, sotto ogni punto di vista, delle tabelle di riferimento e valutazione elaborate dal tribunale di Milano e caratterizzate dall'adozione articolata di criteri uniformi e più diffusi sul territorio nazionale; quanto sopra ritenuto e premesso, sono comunemente applicabili e vincolanti, de futuro, perché valide ed attendibili, le sole tabelle milanesi, potendo il giudice e l'interprete discostarsene solo con esplicita, adeguata, esaustiva motivazione imposta dagli elementi e dalle circostanze del singolo caso, senza che la S.C.C. abbia ignorato l'opportunità, sul piano intertemporale, di regolare la sorte delle sentenze di merito, in materia, non emesse in base alle tabelle del tribunale milanese, ma non ancora passate in giudicato: sentenze siffatte non sono, invero, per ciò solo ricorribili, in Cassazione, per violazione di legge, se in grado di appello sia mancata una specifica censura in tal senso e se la parte interessata non abbia prodotto, agli atti del giudizio di secondo grado, copia delle tabelle cit.

Cassazione civile sez. III  07 giugno 2011 n. 12408

In caso di azione per il risarcimento danni da errato intervento in sede di parto, al genitore del bambino che, in quella sede, abbia subito la paralisi ostetrica del braccio, spetta il risarcimento del danno non patrimoniale sofferto in conseguenza di tale evento, dovendo ai fini della liquidazione del relativo ristoro tenersi in considerazione la sofferenza (o patema d'animo) anche sotto il profilo della sua degenerazione in obiettivi profiii relazionali.

Cassazione civile sez. III  16 febbraio 2012 n. 2228  

È manifestamente infondata la q.l.c. dell'art. 2045 c.c., censurato, in riferimento all'art. 3 cost., in quanto consente di attribuire un indennizzo al danneggiato solo qualora la condotta necessitata abbia consentito di evitare un danno grave ad un soggetto umano, mentre non prevede alcun ristoro indennitario nel caso in cui la condotta non riprovevole del danneggiato abbia avuto di mira la salvaguardia di un essere animato diverso dall'uomo ovvero di un interesse di rango meno elevato. La questione è infatti sollevata sulla base di una erronea premessa interpretativa, in quanto il remittente riferisce gli asseriti vizi di incostituzionalità della norma alla mancata inclusione, nell'ambito dei presupposti per la sua operatività, della condotta del danneggiante che miri ad "evitare di travolgere e ferire un animale", senza verificare se tale norma fosse in concreto applicabile, ossia se la manovra necessitata dal conducente fosse idonea a salvare sé e la persona trasportata dal pericolo attuale di un danno di maggiore gravità derivante dalle possibili conseguenze dell'investimento dell'animale.

Corte Costituzionale  28 marzo 2006 n. 130  

Responsabilità civile

Non costituisce domanda nuova, ai fini di cui all'art. 345 cod. proc. civ., la proposizione per la prima volta in appello della domanda di corresponsione dell'indennizzo ex art. 2045 cod. civ., quando l'appellante abbia proposto in primo grado domanda di risarcimento del danno, dovendo la prima ritenersi implicita nella seconda, tanto che il giudice può provvedere su di essa persino "ex officio". Cassa con rinvio, Trib. Ravenna, 08/11/2006

Cassazione civile sez. III  17 aprile 2013 n. 9239  

L'art. 2045 c.c., laddove riconosce in favore del danneggiato un'indennità nell'ipotesi in cui chi ha compiuto il fatto dannoso abbia agito in stato di necessità, ha una funzione surrogatoria od integratrice, avendo lo scopo di assicurare al danneggiato un'equa riparazione; ne consegue che non è affetta da violazione di legge la sentenza con cui il giudice d'appello, individuati nel fatto gli estremi dello stato di necessità e corretta in tal senso la motivazione della prima sentenza (che, invece, aveva attribuito al danneggiante la responsabilità risarcitoria ai sensi dell'art. 2043 c.c.), esercitando il proprio giudizio equitativo, liquidi in favore del danneggiato, a titolo di indennità, la stessa somma di danaro che il primo giudice aveva liquidato a titolo risarcitorio.

Cassazione civile sez. III  18 novembre 2010 n. 23275  

Amministrazione di sostegno

Nell’amministrazione di sostegno, lo stato di necessità, contemplato dall’art. 54 c.p. e dall’art. 2045 c.c. come causa di esclusione dell’antigiuridicità della condotta, sussiste quando l’agente si trovi di fronte alla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona e consente di giustificare l’operato del sanitario pur in mancanza di un consenso del paziente e sempre che quest’ultimo non abbia manifestato o non sia altrimenti conoscibile un suo espresso dissenso (valido e cosciente) all’intervento.

Tribunale Trieste sez. riesame  11 marzo 2009

Nell’amministrazione di sostegno, quando non sussiste uno stato di necessità, il sanitario può richiedere o far richiedere dai familiari la nomina di un legale rappresentante della persona incapace al fine di esprimere un consenso (o un dissenso) informato alle cure/esami e diagnostici/ interventi chirurgici. Lo stato di necessità, contemplato dall’art. 54 c.p. e dall’art. 2045 c.c. come causa di esclusione dell’antigiuridicità della condotta, sussiste quando l’agente si trovi di fronte alla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Lo stato di necessità dunque consente di giustificare l’operato del sanitario pur in mancanza di un consenso del paziente e sempre che quest’ultimo non abbia manifestato o non sia altrimenti conoscibile un suo espresso dissenso (valido e cosciente) all’intervento.

Tribunale Trieste sez. riesame  11 marzo 2009

Circolazione stradale

Ai fini dell'attribuzione dell'indennità prevista dall'art. 2045 c.c., che costituisce un minus rispetto all'ordinario risarcimento, occorre che esista pur sempre un nesso di causalità fra l'atto necessitato e l'evento dannoso, che il danno sia cioè conseguenza immediata e diretta della condotta nel caso dall'agente mantenuta, il che è da escludersi qualora si ritenga che il danno lamentato si sarebbe egualmente verificato anche in assenza dell'azione necessitata. (Nell'affermare il suindicato principio la Corte cass., nel rigettare le doglianze del ricorrente, ha confermato la sentenza del giudice di merito che aveva negato la corresponsione dell'indennità di cui all'art. 2045 c.c. richiesta dalla passeggera di un autobus dell'Atac per i danni subiti in conseguenza delle lesioni riportate all'esito di una caduta avvenuta in ragione di una frenata operata dal conducente, per prevenire l'urto con un'autovettura che ne aveva intralciato repentinamente la traiettoria.

Cassazione civile sez. III  21 dicembre 2004 n. 23696  



 
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