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Art. 2046 codice civile: Imputabilità del fatto dannoso

Non risponde delle conseguenze dal fatto dannoso chi non aveva la capacità d’intendere o di volere al momento in cui lo ha commesso, a meno che lo stato d’incapacità derivi da sua colpa (1).


Commento

Capacità di intendere o di volere: capacità di valutare e comprendere adeguatamente il valore sociale dell’atto commesso, e di determinarsi in modo autonomo.

 

 

(1) La parte finale dell’articolo costituisce eccezione alla regola della non imputabilità dell’incapace di intendere o di volere; quest’ultimo sarà responsabile nel caso in cui si sia trovato in tale stato psichico per propria colpa. In tale ipotesi, l’agente risponde delle conseguenze del fatto dannoso come se fosse capace al momento in cui lo ha commesso.

 

 

L’imputabilità, cioè la capacità di intendere o di volere, è il presupposto della responsabilità civile. Non è, dunque, necessaria la capacità legale di agire, richiesta invece per il compimento di attività negoziali: si ritiene, infatti, sufficiente, per rendersi conto che è illecito cagionare ad altri un danno ingiusto, un grado di maturità inferiore rispetto a quello necessario per poter amministrare un patrimonio.


Giurisprudenza annotata

Obbligazioni e contratti

L'art. 1426 c.c., il quale stabilisce la non annullabilità del contratto concluso dal minore, che con raggiri abbia occultato la sua minore età, costituisce una norma di carattere eccezionale. Ne consegue che detta deroga al regime dell'annullabilità per incapacità legale non può essere estesa all'ipotesi del malizioso occultamento del proprio stato da parte dell'interdetto o dell'inabilitato, sia perché la condizione di questi ultimi non è equiparabile a quella del minore, il quale può essere naturalmente capace di intendere e di volere e dimostrare per la sua precocità una particolare astuzia, sia perché tale malizioso occultamento appare difficilmente conciliabile con la situazione di incapacità in cui l'interdetto e l'inabilitato versano, trattandosi di condotta che postula la lucida rappresentazione del proprio stato e la consapevole volontà diretta a mascherarlo.

Cassazione civile sez. II  04 luglio 2012 n. 11191  

Responsabilità civile

Il danno non patrimoniale è risarcibile nella sua integralità anche quando sia stato cagionato da un soggetto che al momento della commissione del fatto-reato era affetto da vizio parziale di mente, purché risulti che tale vizio non abbia avuto alcuna rilevanza ed efficienza causale nel cagionare i danni alla vittima.

Tribunale Sulmona  25 giugno 2011

Quando un soggetto incapace di intendere e di volere, per minore età o per altra causa, subisca un evento di danno, in conseguenza del fatto illecito altrui in concorso causale con il proprio fatto colposo, l'indagine deve essere limitata all'esistenza della causa concorrente alla produzione dell'evento dannoso, prescindendo dall'imputabilità del fatto all'incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento al danneggiato incapace è dovuto al terzo danneggiante solo nella misura in cui l'evento possa farsi risalire a colpa di lui, con l'esclusione della parte di danno ascrivibile al comportamento dello stesso danneggiato.

Cassazione civile sez. III  05 maggio 1994 n. 4332  

L'art. 2046 c.c. esclude la responsabilità civile del soggetto che ha contribuito a causare il fatto dannoso in condizione di incapacità di intendere e di volere (e perciò, senza colpa) ma non priva di rilevanza giuridica il contributo causale della condotta del predetto soggetto nella produzione dell'evento con la conseguenza che se, trattandosi di scontro stradale, il fatto è imputabile ad entrambi i conducenti dei veicoli coinvolti nell'incidente, la prova della incapacità di intendere e di volere di uno dei due conducenti esclude solo la responsabilità di questo ma non anche la comparazione della valenza causale delle rispettive condotte di entrambi i conducenti, comportando la proporzionale riduzione del risarcimento, in ragione dell'entità percentuale del contributo causale del comportamento, del conducente incapace (art. 1227 c.c.), dovuto dall'altro conducente che risponde solo nei limiti dell'incidenza causale della sua condotta, sia nel caso in cui la colpa di questo sia stata in concreto accertata, sia in quello in cui la colpa debba essere, invece, presunta perché è mancata la prova liberatoria richiesta dall'art. 2054 c.c.

Cassazione civile sez. III  29 aprile 1993 n. 5024  

In tema di responsabilità per i danni derivanti dalla circolazione stradale, il conducente la cui responsabilità civile sia esclusa, ai sensi dell'art. 2046 c.c., perché ritenuto incapace, senza colpa, di intendere e di volere nel momento del sinistro, non può essere considerato responsabile dei danni ove sia anche proprietario, del veicolo, ai sensi dell'art. 2054 comma 3 c.c..

Cassazione civile sez. III  29 aprile 1993 n. 5024

L'art. 2046 c.c. esclude la responsabilità civile del soggetto che ha contribuito a causare il fatto dannoso in condizione di incapacità di intendere e di volere (e, perciò, senza colpa) ma non priva di rilevanza giuridica il contributo causale della condotta del predetto soggetto nella produzione dell'evento con la conseguenza che se, trattandosi di incidente stradale, il fatto è imputabile ad entrambi i conducenti dei veicoli coinvolti nello scontro, la prova della incapacità di intendere e di volere di uno dei due conducenti esclude solo la responsabilità di questo ma non anche la comparazione della valenza causale delle rispettive condotte di entrambi i conducenti, comportando la proporzionale riduzione del risarcimento, in ragione dell'entità percentuale del contributo causale del comportamento, del conducente incapace (art. 1226 c.c.), dovuto dall'altro conducente che risponde solo nei limiti dell'incidenza causale della sua condotta, sia nel caso in cui la colpa di questo sia stata in concreto accertata, sia in quello in cui la colpa debba essere, invece, presunta perché è mancata la prova liberatoria richiesta dall'art. 2054 c.c..

Cassazione civile sez. III  29 aprile 1993 n. 5024  

In tema di imputabilità del fatto dannoso opera, nel campo civile, un sistema diverso ed autonomo rispetto a quello previsto dal legislatore per l'imputabilità in campo penale, nel quale è la legge stessa che fissa le cause che la escludono, mentre, a norma dell'art. 2046 c.c., compete al giudice civile accertare caso per caso, se, in relazione all'età, allo sviluppo psico-fisico, alle modalità del fatto o ad altre ragioni, debba escludersi o meno la capacità di intendere o di volere.

Cassazione civile sez. III  19 novembre 1990 n. 11163  

In tema di responsabilità da fatto illecito, l'accertamento del giudice del merito della capacità di intendere e di volere del minore (art. 2046 c.c.), cioè della sua idoneità alla autodeterminazione, nella consapevolezza dell'incidenza del proprio operare sul mondo esterno, si risolve in una valutazione di fatto, incensurabile in sede di legittimità, se correttamente motivata.

Cassazione civile sez. III  27 marzo 1984 n. 2027



 
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