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Art. 2047 codice civile: Danno cagionato dall’incapace

In caso di danno cagionato da persona incapace di intendere o di volere, il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto.

Nel caso in cui il danneggiato non abbia potuto ottenere il risarcimento da chi è tenuto alla sorveglianza, il giudice, in considerazione delle condizioni economiche delle parti, può condannare l’autore del danno a un’equa indennità (1).


Commento

(1) Ove si verifichi la circostanza descritta nel comma 2, l’autore del danno, anche se incapace, può essere condannato, in via sussidiaria, a un’equa indennità; essa costituisce, pertanto, un correttivo della regola della non imputabilità del soggetto incapace naturale.

 


Giurisprudenza annotata

Responsabilità

Ai fini del riconoscimento della responsabilità del sorvegliante, a norma dell'art. 2047 c.c., è necessario che il fatto commesso dall'incapace presenti tutte le caratteristiche oggettive dell'antigiuridicità e cioè che sia tale che, se fosse assistito da dolo o colpa, integrerebbe un fatto illecito. Ne consegue che, nell'ipotesi di lesione personale inferta da un minore ad un altro nel corso di una competizione sportiva, occorre verificare, al fine di escludere l'antigiuridicità del comportamento dell'incapace e la conseguente responsabilità del sorvegliante, se il fatto lesivo derivi o meno da una condotta strettamente funzionale allo svolgimento del gioco, che non sia compiuto con lo scopo di ledere e che non sia caratterizzato da un grado di violenza od irruenza incompatibile con lo sport praticato.

Cassazione civile sez. III  30 marzo 2011 n. 7247  

Ai fini di cui all'art. 2047 c.c., per affermare o escludere la capacità di intendere e di volere di un minore d'età, autore di un fatto illecito, il giudice di merito non è tenuto a compiere una indagine tecnica di tipo psicologico quando le modalità del fatto e l'età del minore siano tali da autorizzare una conclusione in un senso o nell'altro. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto correttamente motivata la decisione di merito con la quale era stato ritenuto incapace di intendere e di volere un bambino di dieci anni che, colpendo alla schiena con la cartella altro minore, gli aveva provocato la frattura di quattro vertebre).

Cassazione civile sez. III  19 novembre 2010 n. 23464  

Va respinta l’azione proposta nei confronti della società organizzatrice di una festa di ballo, da un soggetto, per le lesioni ricevute a seguito di una caduta durante il corso della festa, alla quale ha partecipato previo acquisto del relativo biglietto, mentre danzava, per effetto del violento urto subito da un bambino che correva incontrollato sulla pista da ballo, dovendo escludersi la sussistenza nel caso "de quo" delle ipotesi di responsabilità oggettiva previste dal codice civile in tema di fatto illecito, ed in particolare quelle di cui agli art. 2051 e 2050, c.c., non potendosi evidentemente attribuire all’organizzazione di un ballo ricreativo (si trattava di una festa) il carattere di attività pericolosa, e nel caso in esame, non sussistendo comunque un fatto od un’azione dannosa del convenuto né il nesso eziologico di causalità che lega il fatto al danno scaturito, e tantomeno, l’imputabilità soggettiva di chi si assume essere il responsabile dell’azione dannosa. Infatti è evidente che l’azione dannosa nel caso di specie, sia da attribuire in via esclusiva al bambino che, sfuggito al controllo di chi nell’occasione lo aveva in custodia, ha urtato l’attore facendolo cadere, ragione per cui alcuna responsabilità può essere attribuita alla società convenuta quale organizzatrice della manifestazione, in quanto ad essa non competeva certo il controllo delle condotte dei minori che accedevano allo stabilimento ove si svolgeva la manifestazione, così come normalmente consentito nelle feste che si tengono presso i locali aperti al pubblico, anche se tali condotte avessero assunto carattere violento o comunque tale da essere fonte di pericolo per i terzi, atteso che per tali soggetti, giuridicamente irresponsabili, la legge prevede un obbligo di sorveglianza a carico dei genitori ex art. 2048, c.c., o comunque di chi ne ha la contingente sorveglianza ex art. 2047, c.c.

Tribunale Bari  14 gennaio 2010

La presunzione di responsabilità prevista dall'art. 2047 c.c. nei confronti di chi sia tenuto alla sorveglianza dell'incapace è configurabile a carico della struttura sanitaria soltanto in caso di ricovero ospedaliero del malato mentale, dovendosi, peraltro, considerare priva di tutela a carico del Servizio Sanitario l'esigenza di assicurare la pubblica incolumità che possa essere messa in pericolo dal malato mentale, rientrando tale compito tra quelli demandati in via generale agli organi che si occupano di pubblica sicurezza. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha rigettato il ricorso proposto dai parenti di un congiunto ucciso da un soggetto affetto da vizio totale di mente all'interno di un bar nei confronti dell'Azienda sanitaria, non potendosi configurare nei riguardi di quest'ultima uno stretto obbligo di sorveglianza a carico dell'omicida risultato malato di mente nell'ipotesi esaminata, considerandosi, altresì, che il T.S.O. può essere disposto solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure extraospedaliere e, senza trascurare che, nel caso in questione, l'aggressore omicida, fino a pochi giorni prima del compimento del fatto delittuoso, non aveva dato segni di squilibrio e premonitori di una possibile manifestazione di follia).

Cassazione civile sez. III  20 giugno 2008 n. 16803  

L'assunzione del rischio collegata alla relazione materiale di custodia pone le basi per la deroga alla regola generale dell'art. 2043 c.c. in punto di onere della prova, con la conseguente qualificazione della responsabilità come responsabilità per colpa presunta oppure, secondo un orientamento giurisprudenziale più recente, responsabilità oggettiva. L'orientamento risalente della giurisprudenza di legittimità riteneva che il fondamento della responsabilità "de qua" risiedesse in due dati fondamentali - quello oggettivo del danno dalla cosa e quello soggettivo dell'effettivo potere di controllo del soggetto sulla stessa, inteso anche come concreta possibilità di impedimento del verificarsi di eventi dannosi dalla stessa. In questo modo, si avrebbe una imputazione anche soggettiva del fatto al titolare o possessore del bene, sebbene "sub specie" di presunzione di responsabilità in cui la prova liberatoria consisterebbe nell'assenza di colpa nella custodia e vigilanza. Rileva il Giudice come il sopra esposto orientamento sia stato da ultimo superato da una nuova prospettazione della fattispecie in esame, secondo cui la responsabilità prevista dalla norma di cui si discute avrebbe carattere puramente oggettivo, esaurendosi nella sussistenza del nesso causale tra la cosa e l'evento dannoso a prescindere dalla pericolosità attuale o potenziale della cosa stessa nonché della osservanza o meno dell'obbligo di vigilanza. In base a questa nuova prospettazione, il fortuito rileva sul piano puramente causale eliminando il nesso eziologico esistente tra la cosa e l'"eventus damni". Ed in tal modo, come specifica la S.C. (si veda Cass. n. 4279/2008) poiché la responsabilità si fonda non su un comportamento od una attività del custode ma su una relazione (di custodia) intercorrente tra questi e la cosa dannosa e poiché il limite della responsabilità risiede nell'intervento di un fattore - il caso fortuito - che attiene non ad un comportamento del responsabile - come nelle prove liberatorie degli art. 2047, 2048, 2050 e 2054 c.c. - ma alle modalità di causazione del danno, si deve ritenere che la rilevanza del fortuito attiene al profilo causale, in quanto suscettibile di una valutazione che consenta di ricondurre all'elemento esterno, anziché alla cosa che ne è fonte immediata, il danno concretamente verificatosi.

Tribunale Milano sez. X  30 aprile 2008 n. 5572

Nel caso in cui l'attore agisca nei confronti del convenuto anche nella qualità di genitore esercente la potestà sul figlio minore danneggiato occorre preliminarmente accertare se il minore era al momento del fatto capace di intendere: se si reputasse il minore incapace troverebbe applicazione l'art. 2047 c.c. mentre se non lo si reputasse capace la norma di riferimento sarebbe l'art. 2048 c.c.

Tribunale Gela  11 gennaio 2007

La responsabilità per i danni che alunni e studenti delle scuole, pubbliche o private, causano a sè stessi, nel tempo in cui su di loro dovrebbe esercitarsi la vigilanza del personale addetto alla scuola, non è una responsabilità da fatto illecito che trovi disciplina negli art. 2047 e 2048 c.c. Queste norme, infatti, regolano il caso del danno cagionato a terzi dall'incapace e dall'allievo ed imputano la responsabilità ai soggetti preposti a vigilarne la condotta. Ne segue che, ipotizzando una responsabilità per fatto illecito delle persone preposte alla vigilanza, conseguente al danno che l'incapace o l'allievo procura a sè stesso per non essere stato adeguatamente sorvegliato, ci si trova in presenza di una responsabilità regolata dalla norma generale dettata dall'art. 2043 c.c.

Tribunale Reggio Calabria sez. II  17 maggio 2005



 
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