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Art. 2083 codice civile: Piccoli imprenditori

Sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia (1)(2).


Commento

 

Imprenditore: [v. 2082]; Professionalmente: [v. 2082].

Coltivatore diretto del fondo: colui che, affittuario [v. 1628] o proprietario [v. 832], coltiva il fondo con il lavoro prevalentemente proprio e della propria famiglia.

Artigiano: colui che esercita personalmente, professionalmente e in qualità di titolare, l’impresa artigiana, assumendone la piena responsabilità con tutti gli oneri e i rischi inerenti alla sua direzione e gestione e svolgendo in misura prevalente (sul lavoro prestato dai dipendenti e sul capitale impiegato) il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo.

 

(1) Per essere piccolo imprenditore è necessario che il lavoro proprio e dei propri familiari sia prevalente sul lavoro dei dipendenti e sul capitale investito nell’impresa.

 

 (2) L’essere qualificato come piccolo imprenditore comporta la non assoggettabilità alla disciplina prevista per l’imprenditore commerciale. In particolare, il piccolo imprenditore: a) è esonerato dalle scritture contabili [v. Libro V, Titolo II, Capo III, Sez. III, §2]; b) è iscritto in una sezione speciale del registro delle imprese [v. 2188] e tale iscrizione ha solo funzione di «certificazione anagrafica e di pubblicità notizia».


Giurisprudenza annotata

Pubblica amministrazione

Il criterio per distinguere fra contratto di appalto e di prestazione d'opera può essere desunto dalla struttura organizzativa del soggetto chiamato a svolgere l'attività; infatti se, per un verso, l'appalto ed il contratto d'opera hanno in comune l'obbligazione, verso il committente, di compiere, a fronte di un corrispettivo, un'opera, o un servizio, senza vincolo di subordinazione e con l'assunzione di rischio da parte di chi li esegue, per altro verso le due fattispecie negoziali si differenziano per il fatto che l'opera, o il servizio, comportino, nella prima, un'organizzazione di media o grande impresa cui l'obbligato è preposto, e nella seconda fattispecie, il prevalente lavoro dell'obbligato medesimo, pur se adiuvato da componenti della sua famiglia e da qualche collaboratore, secondo il modulo organizzativo della piccola impresa desumibile dall'art. 2083 c.c.; ne consegue che solo valorizzando il diverso profilo del modulo produttivo che fa capo all'obbligato, e non quello della natura, dell'oggetto e del contenuto della prestazione, il giudice del merito può correttamente qualificare come appalto o contratto d'opere il rapporto negoziale con il quale un imprenditore si sia obbligato, verso un corrispettivo e senza vincoli di subordinazione, al compimento di un'opera o di un servizio.

T.A.R. Catania (Sicilia) sez. II  23 novembre 2012 n. 2745  

 

 

Appalto

Il contratto di appalto ed il contratto d’opera hanno in comune l’obbligazione, verso il committente, di compiere, a fronte di corrispettivo, un’opera od un servizio senza vincolo di subordinazione e con assunzione di rischio da parte di chi li esegue, mentre la differenza tra i due negozi è costituita dalla circostanza che nel primo l’esecuzione avviene mediante un’organizzazione di media o grande impresa cui l’obbligato è proposto; nel secondo con il prevalente lavoro di questi, pur se adiuvato da componenti della sua famiglia o da qualche collaboratore, secondo il modulo organizzativo della piccola impresa, desumibile dall’art. 2083 c.c. (Nella specie, il fatto che il contraente si sia avvalso di collaboratori, anche fissi, nella esecuzione dell’opera non può, di per sé, dimostrare, nel medesimo, l’esistenza di quella qualità che, comportando una complessa organizzazione dei fattori produttivi, lo contrassegna della titolarità di un’organizzazione produttiva, incompatibile con la locatio operis).

Tribunale Arezzo  06 settembre 2012

 

 

Fallimento

Le opere realizzate da un'impresa, consistenti nella manutenzione correttiva, straordinaria e/o adeguativa, di entità e priorità da stabilire caso per caso, presso edifici, containers, manufatti metallici per impianti trasmissivi ponti radio e ripetitori passivi, non paiono suscettibili di farla rientrare nella categoria di opere di piccola manutenzione risultando così incompatibili con la definizione di impresa artigiana di cui all'art. 2083 c.c., sottratta al fallimento, ove si considerino l'entità economica del corrispettivo pattuito, la complessità delle opere da eseguire, la durata del contratto, la dislocazione degli interventi oggetto dello stesso contratto, quali la manutenzione ordinaria e straordinaria di immobili siti ad una notevole distanza territoriale rispetto alla sede imprenditoriale, che presuppone l'esistenza di un tipo di organizzazione, sia sotto il profilo del numero dei lavoratori utilizzati, sia sotto quello dei mezzi impiegati assolutamente incompatibile con una piccola impresa che utilizzi prevalentemente il lavoro personale del titolare.

Tribunale Bari sez. IV  30 luglio 2012 n. 2722  

 

L'art. 1, comma 2, r.d. 16 marzo 1942 n. 267, nel testo modificato dal d.lg. 12 settembre 2007 n. 169, aderendo al principio di « prossimità della prova », pone a carico del debitore l'onere di provare di essere esente dal fallimento gravandolo della dimostrazione del non superamento congiunto dei parametri dimensionali ivi prescritti, ed escludendo quindi la possibilità di ricorrere al criterio sancito nella norma sostanziale contenuta nell'art. 2083 c.c., il cui richiamo da parte dell'art. 2221 c.c. (che consacra l'immanenza dello statuto dell'imprenditore commerciale al sistema dell'insolvenza, salve le esenzioni ivi previste), non spiega alcuna rilevanza; il regime concorsuale riformato ha infatti tratteggiato la figura dell'« imprenditore fallibile » affidandola in via esclusiva a parametri soggettivi di tipo quantitativo, i quali prescindono del tutto da quello, canonizzato nel regime civilistico, della prevalenza del lavoro personale rispetto all'organizzazione aziendale fondata sul capitale e sull'altrui lavoro.

Cassazione civile sez. I  28 maggio 2010 n. 13086  

 

Per il riconoscimento del privilegio stabilito dall'art. 2751 bis n. 5 c.c., la società deve avere i requisiti civilistici richiesti dall'art. 2083 c.c. (nel caso di specie, va escluso che un'impresa che impieghi otto dipendenti possa essere ricondotta alla piccola impresa di cui all'art. 2083 c.c.).

Tribunale Novara  13 maggio 2010 n. 422  

 

L'art. 2424 c.c. rappresenta il parametro normativo per definire il concetto di "attivo patrimoniale" di cui all'art. 1 comma 2 lett. a) l.fall., nel testo introdotto dal d.lg. 12 settembre 2007 n. 169. Ai fini della valutazione della sussistenza del predetto requisito dimensionale, i criteri dettati dall'art. 2424 c.c., in quanto espressione della logica contabile, trovano applicazione anche nei confronti di soggetti qualificabili come piccoli imprenditori ex art. 2083 c.c. ed impongono di computare nell'attivo patrimoniale le rimanenze di magazzino, mentre nel passivo patrimoniale vanno computati i debiti eventualmente contratti per l'acquisto di quegli stessi beni.

Cassazione civile sez. I  29 luglio 2009 n. 17553  

 

 

Tributi

Non possono ritenersi assoggettati di diritto all'i.r.a.p. i soggetti diversi dagli "imprenditori", per i quali ultimi ai sensi dell'art. 2082 c.c. il fattore organizzazione è insito nel concetto di impresa. È possibile infatti che un piccolo imprenditore, appartenente indistintamente ad una delle tre categorie previste dall'art. 2083 c.c., sia privo del requisito dell'autonoma organizzazione, essendo dotato di un'organizzazione minimale dei beni strumentali che non configura il presupposto dell'i.r.a.p. Pertanto così come per i lavoratori autonomi anche nel caso dei piccoli imprenditori, la sussistenza del presupposto dell'autonoma organizzazione costituisce apprezzamento di fatto riservato al giudice del merito e sindacabile in sede di legittimità esclusivamente sotto il profilo del vizio di motivazione.

Cassazione civile sez. trib.  13 ottobre 2010 n. 21124

 

In tema di i.r.a.p., l'esercizio dell'attività di piccolo imprenditore (nella specie, artigiano) è escluso dall'applicazione dell'imposta qualora si tratti di attività non autonomamente organizzata; il requisito dell'autonoma organizzazione, il cui accertamento spetta al giudice di merito ed è insindacabile in sede di legittimità se congruamente motivato, ricorre quando il contribuente: a) sia, sotto qualsiasi forma, il responsabile dell'organizzazione, e non sia quindi inserito in strutture organizzative riferibili ad altrui responsabilità ed interesse; b) impieghi beni strumentali eccedenti, secondo l'"id quod plerumque accidit" il minimo indispensabile per l'esercizio dell'attività in assenza di organizzazione, oppure si avvalga in modo non occasionale di lavoro altrui.

Cassazione civile sez. trib.  13 ottobre 2010 n. 21124  



 
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