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Art. 2087 codice civile: Tutela delle condizioni di lavoro

L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro (1).


Commento

Imprenditore: [v. 2082]; Prestatore di lavoro: [v. 2094].

 (1) La norma pone, a carico dell’imprenditore, l’obbligo: di tutelare l’integrità psicofisica dei dipendenti mediante l’adozione ed il mantenimento in efficienza dei presidi antinfortunistici atti a preservare i lavoratori dai rischi connessi alla loro attività.

La norma gli impone altresì di adeguare gli strumenti di protezione ai progressi tecnologici in modo da assicurare una costante protezione nel tempo ai dipendenti.

Il datore è altresì tenuto ad impartire direttive ed istruzioni idonee a rendere edotti i dipendenti dai rischi connessi alla mancata attuazione delle disposizioni ed a vigilare sull’effettiva attuazione delle misure di sicurezza adottate.

La responsabilità che deriva dalla violazione degli obblighi disposti dall’art. 2087 è di natura contrattuale [v. Libro IV, Titolo I, Capo II] ma non è escluso un concorso anche di responsabilità extracontrattuale [v. Libro IV, Titolo IX], in quanto il diritto alla salute è un diritto soggettivo assoluto. A presidio del rispetto di tale obbligo vi sono anche norme penali, contenute nel codice penale (artt. 437, 451 c.p.) ed in numerose leggi speciali.


Giurisprudenza annotata

Lavoro subordinato

In presenza di una fattispecie contrattuale che, come nell'ipotesi del contratto di lavoro, obblighi uno dei contraenti, cioè il datore di lavoro, a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrità fisica e psichica dell'altro, ai sensi dell'art. 2087 c.c., non può sussistere alcuna incompatibilità tra responsabilità contrattuale e risarcimento del danno morale, poiché la fattispecie astratta di reato è configurabile anche nei casi in cui la colpa sia addebitata al datore di lavoro per non aver fornito la prova liberatoria richiesta dall'art. 1218 c.c..

Cassazione civile sez. lav.  03 febbraio 2015 n. 1918  

 

Ai fini della configurabilità del mobbing lavorativo, devono ravvisarsi da parte del datore di lavoro comportamenti, anche protratti nel tempo, rivelatori, in modo inequivoco, di un'esplicita volontà di quest'ultimo di emarginazione del dipendente, occorrendo, pertanto dedurre e provare la ricorrenza di una pluralità di condotte, anche di diversa natura, tutte dirette (oggettivamente) all'espulsione dal contesto lavorativo, o comunque connotate da un alto tasso di vessatorietà e prevaricazione, nonché sorrette (soggettivamente) da un intento persecutorio e tra loro intrinsecamente collegate dall'unico fine intenzionale di isolare il dipendente (respinta la richiesta risarcitoria avanzata da una dipendente in quanto infondata; a detta della Corte, la ricorrente aveva confuso l'accertamento del fatto materiale con quello della sua illegittimità di cui la componente psicologica era elemento essenziale e la cui prova era onere dell'attrice).

Cassazione civile sez. lav.  23 gennaio 2015 n. 1258  

 

Perché l'assenza possa essere detratta dal periodo di comporto, non è sufficiente che si tratti di malattia professionale, meramente connessa cioè alla prestazione lavorativa, ma è necessario che in relazione a tale malattia, e alla sua genesi, sussista una responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell'art. 2087 c.c. (riconosciuta l'illegittimità del licenziamento per superamento del periodo di comporto in capo alla lavoratrice che si era assentata dal lavoro per uno sforzo compiuto nel sollevamento di pesi).

Cassazione civile sez. lav.  15 dicembre 2014 n. 26307  

 

L'obbligo di adottare tutte le misure atte a garantire la sicurezza e la tutela dell'integrità psico - fisica del lavoratore nell'ambiente di lavoro, ex art. 2087 c.c., ha carattere generalizzato e non sussiste unicamente allorquando l'infortunio verificatosi per causa violenta e in occasione o in costanza di lavoro risulti originato da una delle attività imprenditoriali potette ed elencate dall'art. 1, d.P.R. n. 1124 del 1965.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. V  08 ottobre 2014 n. 5182

 

In tema di delitti colposi derivanti da infortunio sul lavoro, perché si configuri la circostanza aggravante speciale della violazione delle norme antinfortunistiche (art. 590, comma 3, c.p.) non occorre che siano violate norme specifiche dettate per prevenire infortuni sul lavoro, essendo sufficiente che l'evento dannoso si sia verificato a causa della violazione dell'art. 2087 c.c. che fa carico all'imprenditore di adottare, nell'esercizio dell'impresa, tutte le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori (fattispecie relativa alla morte di un lavoratore che durante le operazioni di carico di attrezzature e materiali di scarto depositati al secondo piano di un centro commerciale, precipitava dalla sommità di un parapetto in muratura mentre tentava di comunicare con un collega che si trovava al piano strada).

Cassazione penale sez. IV  18 settembre 2014 n. 42309  

 

In tema di danno alla salute del lavoratore, gli oneri probatori spettanti al datore di lavoro ed al lavoratore sono diversamente modulati nel contenuto a seconda che le misure di sicurezza omesse siano espressamente e specificamente definite dalla legge (o da altra fonte ugualmente vincolante), in relazione ad una valutazione preventiva di rischi specifici, oppure debbano essere ricavate dallo stesso art. 2087 cod. civ., che impone l'osservanza del generico obbligo di sicurezza: nel primo caso, riferibile alle misure di sicurezza cosiddette "nominate", la prova liberatoria incombente sul datore di lavoro si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore, ossia nel riscontro dell'insussistenza dell'inadempimento e del nesso eziologico tra quest'ultimo e il danno; nel secondo caso, relativo a misure di sicurezza cosiddette "innominate", la prova liberatoria a carico del datore di lavoro è invece generalmente correlata alla quantificazione della misura della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l'onere di provare l'adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli "standards" di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe. Rigetta, App. Brescia, 08/08/2008

Cassazione civile sez. lav.  02 luglio 2014 n. 15082  

 

In tema di prevenzione degli infortuni, esiste una diversa modulazione di contenuto dei rispettivi oneri probatori a seconda che le misure di sicurezza omesse siano espressamente e specificamente definite dalla legge (o da altra fonte ugualmente vincolante), in relazione ad una valutazione preventiva di rischi specifici, oppure debbano essere ricavate dall'art. 2087 c.c., che impone l'osservanza del generico obbligo di sicurezza: nel primo caso, riferibile alle misure di sicurezza cosiddette "nominate", la prova liberatoria incombente sul datore di lavoro si esaurisce nella negazione degli stessi fatti provati dal lavoratore, ossia nel riscontro dell'insussistenza dell'inadempimento e del nesso eziologico tra quest'ultimo e il danno; nel secondo caso, relativo a misure di sicurezza cosiddette "innominate", la prova liberatoria a carico del datore di lavoro è invece generalmente correlata alla quantificazione della misura di diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle indicate misure di sicurezza, imponendosi, di norma, al datore di lavoro l'onere di provare l'adozione di comportamenti specifici che, ancorché non risultino dettati dalla legge (o da altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli standards di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe (nella specie, relativa all'azione intrapresa dagli eredi di una lavoratrice deceduta per mesotelioma pleurico da amianto, dipendente dall'omissione colposa di misure di sicurezza idonee alla prevenzione e diminuzione delle polveri di amianto presenti sul luogo di lavoro da parte della società datrice, alle cui dipendenze la donna aveva lavorato come operaia dal 1963 al 1970, la Corte ha riconosciuto la responsabilità della società, atteso che, pure in assenza di norme specifiche per il trattamento dei materiali contenenti amianto - introdotte con d.P.R. 10 settembre 1982 n. 915 -, era tuttavia imposta l'adozione di misure idonee a ridurre il rischio di esposizione dei lavoratori alle polveri, in virtù dell'art. 21 d.P.R. n. 303 del 19 marzo 1956, misure non adottate dalla società datrice).

Cassazione civile sez. lav.  27 giugno 2014 n. 14614



 
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