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Art. 210 codice civile: Modifiche convenzionali alla comunione legale dei beni

I coniugi possono, mediante convenzione stipulata a norma dell’articolo 162, modificare il regime della comunione legale dei beni purchè i patti non siano in contrasto con le disposizioni dell’articolo 161 (1).

I beni indicati alle lettere e), d) ed e) dell’articolo 179 non possono essere compresi nella comunione convenzionale (2).

 Non sono derogabili le norme della comunione legale relative all’amministrazione dei beni della comunione e all’uguaglianza delle quote limitatamente ai beni che formerebbero oggetto della comunione legale.


Commento

Convenzione (matrimoniale): [v. 159]; Comunione legale: [v. 159].

 

Comunione convenzionale: regime patrimoniale di comunione determinato dagli stessi coniugi, in conformità ai limiti posti in materia dal legislatore.

 

(1) Art. così sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 79) (Riforma del diritto di famiglia).

 

(2) La comunione convenzionale consente non solo di ampliare il novero dei beni che rientrano normalmente nella comunione dei coniugi, ma anche di restringerlo.

 

Lo scopo è quello di garantire il rispetto della caratteristica fondamentale della comunione, rappresentata dalla parità dei coniugi nei loro rapporti patrimoniali.


Giurisprudenza annotata

Coniugi

Nel caso di coniugi in regime di comunione legale di beni, la natura giuridica ed i limiti di efficacia della dichiarazione del coniuge partecipante all'atto di compravendita, ma non acquirente, si atteggiano diversamente a seconda che la personalità del bene dipenda dal pagamento del prezzo con i proventi del trasferimento di beni personali, o, alternativamente, dalla destinazione del bene all'esercizio della professione dell'acquirente: nel primo caso, la dichiarazione del coniuge non acquirente assume natura ricognitiva della natura personale e portata confessoria dei presupposti di fatto già esistenti; nel secondo caso, la dichiarazione esprime la mera condivisione dell'intento altrui. Ne consegue che la successiva azione di accertamento della comunione legale sul bene acquistato, mentre è condizionata, nel primo caso, dal regime di prova legale della confessione stragiudiziale, superabile nei limiti di cui all'art. 2732 c.c., per errore di fatto o violenza, nella seconda ipotesi implica solo la prova dell'effettiva destinazione del bene, indipendentemente da ogni indagine sulla sincerità dell'intento manifestato. Si tratta, quindi, di un accertamento, in punto di fatto, dell'effettiva destinazione del bene alla professione od all'esercizio di una impresa costituita, dopo il matrimonio, da uno dei coniugi, con l'ulteriore corollario che in quest'ultimo caso i beni, inclusi quelli immobili, fanno parte della comunione legale se e nei limiti in cui sussistano alla data dello scioglimento del regime.

Cassazione civile sez. I  02 febbraio 2012 n. 1523  

 

L'art. 162 c.c. condiziona l'opponibilità ai terzi delle convenzioni matrimoniali all'annotazione del relativo atto a margine dell'atto di matrimonio, laddove la trascrizione del vincolo stesso per gli immobili, per effetto dell'abrogazione dell'ultimo comma dell'art. 2647 c.c., è degradata a mera pubblicità notizia, inidonea ad assicurare le inopponibilità. Correttamente, pertanto, il giudice del merito rigetta l'opposizione all'esecuzione fondata sulla scelta del regime patrimoniale della separazione dei beni, ove accerti che la relativa convenzione matrimoniale non era annotata a margine dell'atto di matrimonio all'epoca dei disposto pignoramento.

Cassazione civile sez. III  23 maggio 2011 n. 11319  

 

In regime di comunione legale tra coniugi, ai sensi dell'art. 210 comma 3 c.c., le norme della comunione legale relative alla amministrazione ed all'uguaglianza delle quote non sono derogabili, pertanto, deve ritenersi che la donazione della quota di un singolo bene alla propria moglie non sia idoneo ad escludere quel bene dalla comunione, poiché le eventuali modifiche devono riguardare, nelle debite forme di legge, il regime patrimoniale complessivo e non possono efficacemente limitarsi ad un singolo bene.

Comm. trib. reg. Roma sez. XXIX  01 febbraio 2011 n. 46  

 

 

Ferrovia, autobus, tramvie e filovie

In tema di straordinario, la circostanza che detto straordinario sia prestato in maniera fissa e continuativa non è sufficiente a trasformare la natura della prestazione lavorativa resa oltre l'orario normale in prestazione ordinaria, salvo che, alla stregua di una corretta indagine di fatto riservata al giudice di merito, non risulti una specifica volontà delle parti intesa ad ampliare l'orario normale di lavoro conglobandovi lo straordinario fisso e continuativo, nonché a trasformare il relativo compenso in retribuzione ordinaria utile ai fini del calcolo delle spettanze la cui quantificazione debba essere effettuata con riferimento ad essa; ne consegue che, in mancanza della prova di una siffatta deroga pattizia, il compenso per il cosiddetto straordinario fisso non è computabile nel calcolo degli istituti indiretti, quali le spettanze per ferie, mensilità aggiuntive, festività e riposi settimanali, non esistendo nell'ordinamento un principio generale di onnicomprensività della retribuzione. (Fattispecie relativa al rapporto di lavoro degli autoferrotranvieri).

Cassazione civile sez. lav.  09 dicembre 1999 n. 13780  

 

 

Fallimento

La presunzione c.d. muciana, posta dall'art. 70 l. fall. con riguardo ai beni acquistati a titolo oneroso dal coniuge del fallito nel quinquennio anteriore alla dichiarazione di fallimento, è stata implicitamente abrogata dalla riforma del diritto di famiglia di cui alla l. 19 maggio 1975 n. 151, ispirata al canone sovraordinato della parità delle posizioni dei coniugi. In particolare, la suddetta presunzione, la quale assoggetta il coniuge all'onere spesso faticoso, se non addirittura impossibile, di provare la provenienza del denaro: a) contrasta con il principio dell'effettività degli acquisti personali, corollario della pari dignità, la quale esclude la sudditanza economica anche del coniuge dell'imprenditore; b) è incompatibile con il rimedio del passaggio, anche per via giudiziale, al regime della separazione dei beni, previsto dall'art. 193 c.c. (norma inderogabile ai sensi del successivo art. 210) in relazione alle patologie del regime di comunione legale (atteso che, nel caso in cui il disordine negli affari del consorte sia relativo a attività imprenditoriali, il coniuge dell'imprenditore si porrebbe in posizione di virtuale soggezione alla presunzione muciana con il risultato, non giustificabile, di mettere a repentaglio anche quella quota di proprietà degli acquisti che la comunione gli avrebbe garantito); c) contrasta con lo scopo della convenzione matrimoniale con cui venga scelto il regime della separazione dei beni.

Cassazione civile sez. I  18 marzo 1996 n. 2272  



 
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